In alto, medaglione Memento Mori; in basso, Philippe de Champaigne, olio su pannello (1671).
Sia nel medaglione che nel dipinto vengono raffigurati i tre elementi essenziali dell’esistenza: il tulipano (la vita), il teschio (la morte) e la clessidra (il tempo).
Il medaglione riprende i temi del dipinto, il quale fa parte di un genere chiamato Vanitas , una forma di opere d’arte del 17 ° secolo con simboli di mortalità.

Ricordati che devi morire!” veniva detto a Massimo Troisi nel celebre film Non ci resta che piangere.
La locuzione, celebre per lo scambio di battute nel film, “Sì, no, mo’ me lo segno“, ha però radici molto più antiche: era infatti un’usanza dell’antica Roma, al rientro di un generale dopo una conquista bellica, per combattere le manie di superbia e di grandezza, con la forma latina Hominem te memento (ricordati d’essere un uomo), come a dire “Caro, non adagiarti sugli allori, la morte arriva per tutti”, trasformandosi poi nella versione più popolare Memento Mori (ricordati che devi morire), che divenne celebre nell’arte nel periodo della controriforma.

Sin da quando nasciamo, lo spettro della morte ci segue come un’ombra, ce lo insegnano sin dalla prima infanzia, spiegandoci il triste destino di ogni essere vivente che nasce, si nutre, cresce, si riproduce ed, infine, muore.
Volendo, o non volendo, almeno fino alla scoperta della pietra filosofale, siamo tutti destinati ad accettare la signora col cappuccio e la falce che bussa alla nostra porta quando meno ce l’aspettiamo, imparando più o meno a conviverci col passare degli anni.

Ogni uomo, ogni cultura, trova un modo personale per reagire alla venuta di Sora Morte, a partire ad esempio da una duplice visione cristiana: Paolo di Tarso la definisce l’ultima nemica (1Cor 15,26), al contrario di Francesco d’Assisi, che la pone per ultima nel suo Cantico delle Creature, l’ultima sorella, l’ultima amica.
Può sembrare una frase scontata, ma arrivare ad un tale stato d’accettazione è estremamente difficile, anche se non sono pochi coloro che ritengono la morte l’inizio di un nuovo viaggio, o di una nuova vita, magari, o la fine di un dolore corporale …
Ma, quando ci troviamo a dare l’estremo saluto a qualcuno a noi caro, o quando questo scompare improvvisamente, ci ritroviamo soli con le nostre domande, i nostri dubbi, a chiederci un perché ora? Perché tu? A chiederci se realmente esiste qualcosa dopo la morte, e se mai troveremo il modo di ricongiungerci alle persone che abbiamo amato.

Pablo Picasso, ritratti di Casagemas.
Dopo il suicidio dell’amico, Picasso si sentì profondamente responsabile della sua morte, per aver sedotto la donna di cui Casagemas era innamorato, il pittore iniziò a ritrarlo in maniera maniacale e, più passava il tempo, più i colori della vita abbandonavano il suo corpo, assumendo sfumature bluastre e verdognole, Picasso raggiunse l’apice ponendo la sua effige sul modello del quadro “La Vita” (ultimo sulla destra), ancora oggi fra i più enigmatici della sua produzione, dando inizio al periodo blu.
Edvard Munch, La fanciulla malata (1885-1886)
La bambina malata rappresenta la sorella del pittore, morta di tubercolosi.
Il dipinto è principalmente raffigurato con colori tetri, unica tinta di risalto sono i capelli della bambina.
Sulla tela sono visibili segni di violenza, Munch infatti raschiò via parte della vernice in un attacco d’ira, lasciò il quadro sotto la pioggia, maltrattando l’opera per poi salvarla ripetutamente.

Nella teoria del colore si definisce un rapporto costante fra emozioni e colori, i quali si rispecchiano universalmente negli stati d’animo, come un linguaggio segreto a cui accediamo più o meno inconsciamente.
Non è un caso la classificazione fra “colori caldi” e “colori freddi“, quest’ultimi infatti hanno di per sé la caratteristica di ispirare un’innata malinconia.
Nelle sue tonalità più scure il grigio, ad esempio, indica il lutto e la depressione, è il colore delle ceneri, di una morte corporale.
Scontato, ma vero, il nero tende a rappresentare non solo l’assenza di luce, ma un vuoto ed un male associati al terrore della morte, alla disperazione ed ancora alla distruzione, al dolore, il male, il caos, la stregoneria, l’inferno ed il diavolo.
Non è un caso che i nostri “pittori maledetti” preferiti fossero profondamente legati a queste atmosfere cupe.

Eppure, c’è una tradizione che si discosta nettamente da tutto ciò precedentemente detto: la festa messicana del Día de los Muertos, cugina del sud-ovest degli Stati Uniti delle festività cristiane della Commemorazione dei defunti ed Ognissanti.
Il Día de los Muertos in Messico, si differenzia notevolmente dal clima di contemplazione del mistero della morte a cui siamo abituati: niente crisantemi, niente lacrime, niente segni della croce, accompagnati da baci ricolmi di lacrime davanti alla foto lapidale del defunto, al contrario è necessario esorcizzare la paura della morte.

Il terreno viene sparso di  cempasúchil, fiori tipici del territorio messicano, soprannominati “i fiori dei morti”, il cui compito è indicare la strada al defunto, vengono posti anche su degli altari, detti ofrendase, sia su questi che sulle tombe vengono lasciati cibi ed elementi amati in vita dal defunto.
Affascinante, allegro, colorato, animato, il mondo dei morti messicano brilla di energia e, contro ogni previsione, di vitalità, dando una nuova immagine, meno paurosa, e più serena della vecchia signora giunta per portar via la tua anima.
Non è un caso che la un’imprimitura cinematografica sull’argomento abbia conquistato i cuori del pubblico e della critica.

locandina film Coco

Coco, brillante pellicola del 2017, partorita dall’unione Disney-Pixar, ripercorre l’avventura di una notte di Miguel.
Per tutti coloro che si fossero persi questo film, riassunto stringato: Miguel è un testardo dodicenne che, contro il volere della famiglia, sogna di diventare un grande musicista, come il suo idolo Ernesto de la Cruz.
La famiglia odia la musica, “perché?” chiederete voi, perché il padre della mamma della nonna ehm … diciamo il suo trisavolo (perché in questo film ci sono più parenti che fiori su un pesco in fioritura) ha abbandonato la famiglia per fare il musicista a tempo pieno, sparendo per sempre.
Durante la notte del Día de los Muertos, Miguel scopre il passato del famigerato trisavolo, riconoscendo in lui Ernesto, decide quindi di disobbedire alla famiglia, scappa di casa, tenta di partecipare ad una gara di talenti, per farlo ruba la chitarra esposta nel mausoleo di de la Cruz, ma, appena sfiora le corde, si ritrova maledetto nel regno dei morti, insieme a Dante (fido cane randagio che lo segue ovunque), qui tenterà di ricevere la benedizione della famiglia deceduta per tornare a casa.
Naturalmente, la trisavola gli prometterà la sua benedizione a patto che rinunci alla musica, ma lui, da bravo protagonista il cui scopo è permettere che il film vada avanti, scappa anche da lei alla ricerca di Ernesto, unico familiare in grado di comprendere il suo sogno.

Dante, in una scena del film Coco

Dante, da anima smarrita in cerca di guida, diviene questa volta Duce, sostituendosi alla figura di Virgilio, accompagnando Miguel nel suo viaggio negli inferi.
Un film che analizza in modo delicato, ma emozionante il difficili temi dell’amore e della perdita, commuove e stupisce in un variopinto gioco di colori e musiche.

Per citare Allen, “Non è che ho paura di morire. È che non vorrei essere lì quando succede”.
Se allora non possiamo prevedere dove e quando, quantomeno dovrebbe essere doveroso vivere intensamente questa vita, e allora, godiamoci il viaggio.

Alice D’Amico

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