Cresce la povertà assoluta: Singer ci spiega perché tendiamo a girarci dall’altra parte

I dati di una recente inchiesta dell’Istat affermando che il 7,7% degli Italiani sono in una condizione di estrema povertà, ma cosa significa?

È risaputo che camminare per una strada di una qualsiasi metropoli italiana sia, ormai, un’esperienza tragica. I motivi che potrebbero essere mossi a sostegno di questa tesi sono molti, ma uno risalta più di tutti. In una grande città, il mondo ci appare spaccato in due: uno “di fatti e carbone”, autobus e macchine che trasportano nei loro uffici, l’altro, più nascosto e non voluto, quello dell’estrema povertà.

IL “SACROSANTO DIRITTO DI FARE CIÒ CHE SI VUOLE”

Persone che pregano la carità degli altri che camminano al loro fianco, spesso evitandoli. La risposta è quella di chiudere gli occhi, di pensare a questo come “sano egoismo”, di consolarsi pensando che “qualcun altro lo farà”. Così, quei due mondi così diversi si scontrano, rivelandosi facce della stessa medaglia. C’è chi ritiene di non avere abbastanza tempo da dedicarvi, chi incolpa coloro che si ritrovano in queste condizioni e chi si sente impotente, pensando di non poter far altro che diventare un testimone oculare.

Le risposte dell’uomo alla povertà si articolano in un arzigogolato insieme di preoccupazioni e convinzioni, che nessuno ritiene di poter attaccare per il “sacrosanto” diritto alla libertà “di fare ciò che si vuole”, ignorando come questo non sia sinonimo “di ciò che è più giusto” e “di ciò che sia più conveniente”.

Fonte: Alessandro Sacchi

ALCUNI DATI SULLA CONDIZIONE DI ESTREMA POVERTÀ IN ITALIA

No, non è un errore di ragionamento: Peter Singer, filosofo ed autore del libro “Salvare una vita si può – Agire ora per cancellare la povertà” ha provato come l’abolizione della povertà sia nell’interesse di tutti, non solo nella fetta che vi si ritrova.

Quanto è grande questa fetta? Facendo riferimento alla situazione recente, è impossibile ignorare l’influenza – un brutto gioco di parole – della pandemia sulla condizione economica di moltissimi. Stando ai dati dell’Istat, 1 milione 337mila minori sono stati registrati come casi di indigenza. Su una popolazione di 60 milioni, poco meno dell’8% è a rischio per la sua condizione di nullatenenza (per capirci, si parla di numeri come 5,6 milioni di individui).

Ritornando alla questione dei diritti, per la Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo è un diritto umano quello di poter condurre una vita dignitosa: questo comprende la sicurezza di una dimora, cure mediche e cibo ed acqua a sufficienza. Per Singer, tutto ciò che gli uomini hanno in più, non è altro che un lusso, uno smacco nei confronti di chi non può permettersi nemmeno uno di questi tre “sacrosante spettanze”.

PERCHÈ L’ABOLIZIONE DELLA POVERTÀ È UNA QUESTIONE DI INTERESSE GENERALE

Ma cosa si intende quando si fa riferimento all’abolizione dell’indigenza come una questione di “interesse generale“? Il filosofo australiano risponde citando Rosenberg, un investitore ed economista, che, in materia di carità, si espone a favore, provando come il tasso di crescita dei costi necessari a rispondere a problemi sociali è esponenzialmente maggiore del tasso di redditività sul capitale. Donare il proprio denaro ad associazioni benefiche, quindi, diventa un investimento.

Inoltre, finanziare delle Onlus che aiutino persone in estrema povertà a poter costruire un piccolo capitare, permetterebbe loro di partecipare all’economia rinvigorendola di circa 750 milioni persone (dati della Banca Mondiale riferiti all’anno 2018). Per l’economia capitalista, questa sarebbe una win-win situation.

Perchè, quindi, non doniamo di più? Singer analizza tutti i motivi psicologici che limitano l’uomo nella carità, spiegando ogni punto con alcuni esempi di esperimenti condotti a riguardo. Un esempio, è il nostro stesso senso di giustizia: nel momento in cui l’uomo si accorge di starsi privando di qualcosa, mentre gli altri no, sente il bisogno di smettere per riportare in equilibrio il trattamento con gli altri. Questo comportamento si adatta perfettamente alla diffusione di responsabilità, che si attiva con il tipico ragionamento “se non lo farò io, lo farà qualcun altro” – risultando nella catastrofica soluzione del nessuno fa niente.

La conclusione del testo di Singer, è quella di creare una cultura caritatevole, spingere le persone a volvere in beneficenza parte della loro “abbondanza”. Porgere una mano, ricordandoci di quello che vorremmo fosse fatto per noi.

 

 

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