A Macondo o nel qui e ora: cosa fare quando si vive in un loop

Il premio Nobel per la letteratura Marquez nel suo capolavoro “Cent’anni di solitudine” ci porta in un mondo ammantato da una profezia in cui tutto passa ma tutto resta uguale.
RIFONDARE MACONDO:
Molti anni dopo, di fronte il plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.
Così si apre l’assoluta opera maestra di uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi: Gabriel Garcia Marquez. Così inizia il percorso arduo e travagliato che ogni lettore si dovrebbe apprestare, presto o tardi nella vita, ad intraprendere. Così l’autore spagnolo ci prende per mano e ci porta a passeggio per le strade di Macondo, una cittadina ridente su cui aleggia un oscuro presagio: tutto torna al punto iniziale, come in un ciclo.
“Il futuro non esiste, né è mai esistito sotto il cielo di Macondo.”
Da qui scaturisce, parallelamente, la narrazione delle peripezie della famiglia “centenaria” dei Buendia, partendo da Josè Arcadio, il fondatore, e sua moglie Ursula Iguaràn. La vita scorre tranquilla, tra visite di zingari e scoperte innovative, tra gioie e dolori, finché ci si rende conto di una cosa: di vita ce n’è troppa. Non si muore, si nasce soltanto in quella cittadina. Si invecchia, si portano addosso gli antichi patimenti, ma tutto torna, a riaprire ferite e a crearne di nuove. Se non c’è una fine allora si perde il senso del viaggio, ed è quello che accade ai membri di questa mirabile famiglia avvizzita. Ursula riconosce questi cicli nel suo nucleo familiare, in quel nido che cura con estremo amore, è la donna più irriverente, forte e intelligente dell’intero romanzo, un assoluto pilastro. Ma non può far nulla: l’antica profezia è stata portata da uno zingaro, Melquiades, ma è scritta in sanscrito, una lingua che nessuno conosce. E allora non resta altra scelta se non arrendersi al corso impetuoso degli eventi. In questa favola per adulti è nascosta una morale ben chiara: è la storia dell’uomo. Marquez ci presenta uomini insoddisfatti, che nella vita hanno avuto tutto e non hanno apprezzato nulla, che non hanno saputo coglierne il bello. Non erano maledetti, come si credeva. Erano infelici per natura, poiché nessuno di loro aveva saputo ascoltare il proprio io. Ognuno dei membri aveva deciso di rintanarsi, per sua volontà, nelle stanze della disperazione, chiudendo a chiave la porta. Destinati a tessere da soli un sudario fatto di paranoie e dubbi, diffidenze e rabbia. Uomini incapaci di aprirsi al mondo. “Scostatevi vacche, che la vita è breve”, disse uno dei protagonisti, non riuscendo ad interpretarne poi il senso nella sua, di vita. Lo scrittore spagnolo ci offre uno spaccato di realtà, e ci invita a godere dell’esistenza che ci è stata offerta, a bearsene più che si può. Loro erano in tanti, ma privi di calore umano, perché
“le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”.

L’ETERNO RITORNO:
L’eterno ritorno all’uguale è una teoria filosofica di Nietzsche, presentata in “Così parlò Zarathustra”, tramite cui esso è in grado di operare una distinzione tra uomo e superuomo. L’uomo è votato all’esterno e all’eterno sentendo dentro di sé una propensione, un peso, che deriva da questa inesorabile attrazione. Il superuomo, avendo in sé la gioia egoistica del bambino che non distingue bene e male in generale ma solo ciò che è bene e male per lui, vive nella vocazione alla perenne gioia, all’amore per la vita, e non teme questo eterno ritorno al passato. La linea del tempo non è più una retta senza inizio né fine, ma un cerchio congiunto in un punto. Questo punto è l’hic et nunc, il qui e ora, l’esatto momento di cui dovremmo godere il più possibile. L’uomo diviene superuomo solo superando l’odio nei confronti di questo perenne ritorno ciclico.
“Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e innumerevoli volte, e non ci sarà mai in esse nulla di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro dovrà fare ritorno a te. […] L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!”
HIC ET NUNC:
La lezione dello scrittore spagnolo e del filosofo tedesco non potrebbe essere più chiara di così: vivi la vita che ti è stata data, amala in ogni sua sfaccettatura, goditela come un bambino che ammira il mondo per la prima volta e meravigliati. Non rinchiuderti nelle stanze della tua mente, liberati dalle catene che ti imponi. Citando Mannarino nella sua “Vivere la vita”:
“Posso dirti una cosa da bambino?
Esci di casa, sorridi, respira forte.
Sei vivo, cretino!”