Zerocalcare e il crepuscolarismo ci parlano di chi non sa ‘strappare lungo i bordi’

La vita di tutti i giorni banale, semplice e data per scontata, con le sue piccole e grandi difficoltà, spesso è stata accantonata dalla letteratura e dal mondo del cinema a favore di una rappresentazione ideale.

Diversa è la scelta della serie tv “Strappare lungo i bordi” e della poesia crepuscolare. Non ci sono grandi storie, particolari personaggi, sublimi sentimenti, eroici ideali ma solo l’ordinario e il monotono, con tutta la sua prosaicità e ‘cruda’ realtà.

Zerocalcare descrive “l’essere solo un filo d’erba”

“Strappare lungo i bordi” è una nuova serie tv di Netflix, uscita a novembre 2021, scritta e diretta da Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, fumettista. Si tratta di una serie animata a carattere autobiografico, il protagonista è infatti lo stesso Zerocalcare. In 6 episodi si condensa la narrazione di un viaggio in treno verso Biella e delle esperienze passate dei personaggi, che si intrecciano strettamente in un continuum coinvolgente e divertente. Tuttavia si tratta di un racconto che “fa ridere, ma anche riflettere” in quanto è fortemente presente una componente esistenziale, personificata dall’armadillo, ovvero la coscienza di Zero, che puntualmente fa cadere tutte le maschere e svela le incoerenze e i meccanismi intimi che si celano dietro le comuni dinamiche comportamentali. È proprio questa la forza della serie: raccontare la verità della vita quotidiana, caratterizzata dall’incertezza e dalla problematicità con disarmate ironia e disincantato sarcasmo. L’amarezza di fondo è dovuta all’ammissione e alla profonda analisi della complessità del reale, non controllabile e inquadrabile nelle categorie imposte dalla società e a cui le persone cercano affannosamente di conformarsi per sentirsi vanamente realizzate. Una delle frasi emblematiche che ben riassume lo stato d’animo complessivo è pronunciata da Sarah, amica del protagonista:

Ma non ti rendi conto di quant’è bello? Che non ti porti il peso del mondo sulle spalle, che sei soltanto un filo d’erba in un prato?

Il crepuscolarismo e la poesia del quotidiano

Nel clima inquieto dei primi anni del Novecento, in Italia si sviluppa la corrente letteraria del “Crepuscolarismo”. Già dal nome si avverte il languore che caratterizza la poetica degli aderenti che si sentono alle ultime e rade luci della grande giornata della letteratura italiana che dopo i grandi nomi di Dante, Ariosto, Alfieri, Foscolo e Manzoni, va spegnendosi. I toni dei loro versi sono infatti cupi e grigi, pervasi da un brivido di spossatezza, quella stanchezza esistenziale di chi non ha niente di sconvolgente o alto da dire, di chi ha esaurito le energie per sforzarsi di sublimare una quotidianità opprimente. Fra i maggiori esponenti di questo nuovo modo prosastico di comporre spiccano i nomi di Corrado Govoni, Sergio Corazzini e Guido Gozzano. In un movimento di ripiegamento interiore i loro componimenti portano in luce la banalità delle piccole cose ed esprimono uno spirito caratterizzato dall’incertezza e quasi malato, in una sorta di autocommiserazione. Tuttavia non si tratta di una lamentela completamente fine a se stessa poiché è venata di ironia, di una certa auto-parodia che sa sorridere della condizione di insensatezza dell’esistere umano.

Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.

(…)Non sono, dunque, un poeta:
io so che per essere detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!

(“Desolazione del povero poeta sentimentale”, Sergio Corazzini)

La malinconia di chi non sa “strappare lungo i bordi”

Cosa accomuna la poesia crepuscolare con la serie tv di Zerocalcare? Il coraggio di dire la verità, di essere fragili in un mondo che ci vuole realizzati e perfetti, in grado di strappare precisamente lungo i bordi, di essere capaci di seguire un percorso prestabilito. I crepuscolari hanno il coraggio di scrivere versi su tutto ciò che si agita nel loro cuore, persino sulla quotidianità più impoetica che li circonda. Non vogliono e non possono rispecchiare l’ideale contemporaneo del superuomo d’annunziano, quella linea tratteggiata da seguire (e lungo cui strappare) per conquistare un posto di rilievo, riconoscono invece la loro pigrizia interiore e l’eterna contraddizione umana. Sono consapevoli di essere “fili d’erba” che nella globalità del tutto non valgono nulla e fanno di questa condizione di inutilità l’argomento della loro poesia. Un ulteriore punto di incontro fra queste due diverse e lontane nel tempo forme espressive è nel mettersi a nudo in tutti gli aspetti della vita e farlo con uno spirito ironico che, anche nel pieno della frustrazione, sa dire “Annamo a pijà un gelato?”.

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