Cos’è davvero la Manipolazione Mentale? Storia di una tecnica sbandierata impropriamente dai complottisti

Nel complesso universo della soggettività della mente, capita non di rado che il nostro Conscio sia chiamato a prendere decisioni; ma è davvero tutto frutto di nostre scelte volontarie?

Il concetto su cui si basa la Manipolazione Mentale, è quello di far sembrare a colui che decide che la scelta compiuta sia frutto di un suo effettivo ragionamento, quando invece è fortemente indotta da una fonte esterna. La questione del pilotaggio delle informazioni e della presentazione subliminale di particolari parole e immagini è ormai cosa universalmente nota, ma, nonostante ciò, i livelli di credulità continuano ad essere altissimi.

Contestualizzare significa mettere in luce i paradossi

Parlare di Manipolazione in senso lato è sicuramente sbagliato, non perchè si tratti di una argomento vago ma perchè può essere generalizzato e perdere così il suo significato. Mettiamo dunque i paletti in questa analisi con un esempio papabile ed estremamente attuale; la questione del 5G e le teorie apocalittiche di complotto che lo sostengono. Siamo tutti d’accordo che introdurre una nuova tecnologia che utilizza le onde elettromagnetiche -sebbene queste abbiamo bassissimi indici di penetrazione nel corpo umano- fa sorgere numerosi dubbi in merito a quanto possa esserne salutare l’utilizzo soprattutto perchè non se ne conoscono ancora bene le conseguenze. Paradossalmente però, si è più propensi a preoccuparsi di una tecnologia così ‘spaventosa’ e non alle conseguenze a lungo termine che può avere la nostra tendenza ostinata a tenere sempre appresso i cellulari, mediamente tra le 5 e le 7 ore giornaliere. Il problema non è tanto credere a qualsiasi cosa ci venga appioppata, quanto il fatto che la qualità della vita si abbassa notevolmente poichè minata da ansia, angoscia e paure, diciamocelo, inesistenti. E tante volte ci si preoccupa per delle questioni infime che acquistano un valore immenso proprio perchè la scelta delle parole e delle immagini con cui ci vengono presentate, quasi ci impongono di preoccuparcene, mentre altre situazioni di fatto più importanti non ci paiono degne di nota proprio perchè nella vita di tutti i giorni, dalle conversazioni ai media, non sono trattate con rilevanza. E’ anche questa manipolazione? Ebbene, sì.

Cos’è e come funziona la Manipolazione Mentale

Si tratta di un tipo particolare di influenza sociale, cioè una serie di tecniche utilizzate in funzione del cambiamento della percezione altrui; è corretto, pertanto, parlare di un processo finalizzato a modificare dei comportamenti, sovente, tramite metodi abbastanza meschini, con a monte lo scopo di soddisfare i capricci di un manipolatore. E’ bene segnalare che si distingue da una influenza sociale “positiva”, in quanto quest’ultima può essere esercitata, ad esempio, da qualunque psicologo o dottore che abbia in cura un paziente e necessiti di modificarne il comportamento per il bene della terapia a cui è sottoposto. Al contrario, la manipolazione mentale utilizza metodi che violano, talvolta irrimediabilmente, l’intimità della persone. Secondo lo psicologo George K. Simon l’efficacia della manipolazione è direttamente proporzionale alla capacità del manipolatore di scoprire i punti deboli della sua vittima e nascondere l’aggressività nelle sue intenzioni, oltre alla sua abilità a preservarsi insensibile e distaccato dalle sue gesta, per quanto vili possano essere. E’ significativo che ci sia correlazione con l’aggressività, da non essere intesa come una reazione, per così dire, infiammata ad un evento, bensì come un atteggiamento assunto dal manipolatore con lo scopo di  isolare la vittima, mortificandola e recidendo gradualmente le relazioni sane e gli aspetti positivi che ne derivano.

Profiling della classica vittima di manipolazione

La psicologia clinica si occupa di identificare quali potrebbero essere le vittime più papabili per un manipolatore seriale; sebbene le correnti di pensiero siano molte e diverse, 3 sono gli psicologi che si occupano della questione, identificando caratteristiche relativamente simili per lo stereotipo della vittima ideale. Martin Kantor, Braiker e Simon , parlano generalmente di una grande predisposizione alla vulnerabilità delle vittime. Ma cerchiamao di ricostruire un attimo il percorso di questa tendenza intrinseca: vulnerabile deriva dal latino vulnus,-eris, che significa ferita, La vittima è pertanto facile da ferire -ovviamente in senso figurato- poichè presenta un Io instabile, il bisogno di essere accettato, una insicurezza di fondo che la porta a dipendere dalle decisioni dall’affetto altrui. La questione della dipendenza emotiva è spesso sottovalutata: si manifesta come un intenso bisogno di affiliazione che, se estremizzato, incanala l’individuo a ricercare alla stregua solo emozioni positive e naturalmente, chi gliene offre acquisisce da subito una spiccata importanza nella vita del soggetto considerato. Una buona percentuale dei problemi della vittima derivano da una eccessiva ingenuità e da una visione relativamente immatura, a tratti infantile, della realtà; la persona non è capace di prendere posizione, sospende il giudizio troppo spesso, tende a razionalizzare, si fida troppo. In sintesi, quello che il manipolatore è indotto a sfruttare nell’altro è una caratteristica comportamentale di rilievo nella vittima che spicca perchè estremamente presente e quasi eccessiva. Tra gli esempi che è possibile aggiungere a quelli già citati, vi sono il narcisismo, la solitudine, un forte altruismo, l’impressionabilità, l’ingordigia, la parsimonia e l’impulsività.

Alcune strategie di difesa

Resta da capire perchè la persona media non si renda conto che qualcuno la sta manipolando, pur sapendo che esistano tali strategie e soprattutto che vengano frequentemente applicate. La risposta è: Dipende…dalle circostanze, dalla persona che subisce la manipolazione, dal rapporto con la persona che manipola, dallo stato emotivo in quel momento etc. Magari non è possibile determinare la manipolazione con esattezza, ma è possibile schermarsi da essa. Prima di tutto si rivela fondamentale conoscere le basi psicologiche minime delle tecniche di rispecchiamento e soprattutto concedere la propria fiducia con parsimonia. Quindi allenare la capacità di ascoltare se stessi, l’introspezione e i proprio stati interni; se si percepisce che qualcosa non quadra, porsi domande e darsi risposte più oggettive possibile. Viene in nostro soccorso l’Autoconsapevolezza (Self-consciousness), quella componente piena di sfaccettature che ci porta a riflettere, ad accettare i nostri errori e a riconoscere i nostri successi. Ultimo ma non ultimo consiglio; acquisire l’abilità di vedere le cose da una prospettiva diversa e sforzarsi di vedere la situazione come la vedrebbe un estraneo va a rafforzare la consapevolezza di sè e stimola l’analisi critica. Laddove vi sia equilibrio interiore, è più difficile incorrere in rilievi tanto evidenti da essere utilizzati ad altrui piacimento, poichè la persona è più propensa a prendere decisioni ponderate, valutando un certo numero di dati e ipotesi, è emotivamente stabile e presenta un Io tendenzialmente definito.

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