Cosa succede quando altri pensano per noi? Ce lo spiegano Hannah Arendt e i Pinguini Tattici Nucleari

Uomini, penne e righelli posso compiere azioni malvage senza rendersene conto?

L’11 aprile del 1961, il gerarca nazista Adolf Eichmann viene processato davanti al tribunale distrettuale di Gerusalemme. Eichmann nel 1945 era scappato in Argentina, dove i servizi segreti israeliani lo prelevarono nel 1960 contro il volere del governo argentino, che invece gli aveva concesso l’asilo politico. Inviata dal New York Times, Hannah Arendt assistette al processo redigendo una serie di articoli, confluiti poi nel saggio “La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme”.

Uomo comune e nazista svogliato: Adolf Eichmann

Non aveva letto il Mein Kampf, era entrato nel partito nazista solo per consiglio di un amico, aveva sposato la comune opinione che le condizione imposte alla Germania in seguito al trattato di Versailles fossero troppo dure.  Adolf Eichmann era un uomo “banale, senza idee, un assassino burocratico; un uomo che lungi dall’essere mostruosamente dedito al male era invece assolutamente incapace di distinguere il male dal bene”. Questo in poche parole è il ritratto che la Arendt tratta del responsabile della morte di migliaia di ebrei. Cosa fece quest’uomo così spaventosamente normale?

Eichmann prende appunti durante il processo

Nel 1939 fu inviato a Praga da Heydrich, il capo del servizio segreto delle SS (Il Sicherheitsdienst), per provvedere all’emigrazione forzata degli Ebrei dalla neoconquistata Cecoslovacchia. Eichmann provvide a farli ammassare nei ghetti; tale operazione costituì per lui una sorta di “banco di prova” per gli anni successivi. Quando con la Conferenza di Wannsee Hitler decise di adottare la soluzione finale, ossia lo sterminio sistematico della popolazione ebraica europea, Eichmann divenne il responsabile della macchine delle deportazioni: organizzando i treni diretti verso i campi di concentramento, questo efficiente burocrate era padrone della vita e della morte – ma forse è più corretto dire solo delle morte – di migliaia di persone. Eppure era un uomo spaventosamente normale, avrebbe potuto essere un qualsiasi funzionario di provincia, ma si ritrovò ad essere “un uomo senza idee” in una società totalitaria. E tale condizione lo portò a compiere crimini mostruosi.

La lezione di Gerusalemme: Eichmann e le sue azioni

Ascoltando le varie deposizioni di Eichmann durante il processo, Hannah Arendt si rese conto che quell’individuo non era malvagio; semmai, era assolutamente anonimo, normale. L’unica sua abilità era quella di ubbidire senza pensare. Eichmann si difendeva sostenendo di non aver ucciso nessuno e di aver solo eseguito gli ordini, pur essendo consapevole delle loro cruente conseguenze. Come un moderno Ponzio Pilato, si sentiva sollevato: aveva semplicemente fatto il suo dovere. In quell’uomo banale e grottesco non c’era traccia di un’anima diabolica e demoniaca, eppure “quella lontananza dalla realtà e quella mancanza d’idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo”. Questo è secondo la Arendt ciò che ci deve insegnare il processo di Gerusalemme: lì affiorò in maniera prepotente la “strana interdipendenza tra mancanza d’idee e male”, che invece a Norimberga era rimasta nascosta dietro le personalità dei gerarchi nazisti.

Il volto del male si concretizza nella banalità: il tentativo di giustificare le proprie azioni ricorrendo a un ordine superiore. Con il nazionalsocialismo si era istaurato un modo di pensare che agì da condizione preliminare affinché quei crimini potessero essere perpetrati: l’adesione al sistema aveva reso Eichmann e molte altre persone incapaci di pensare, di valutare, addirittura di distinguere in un sistema di valori il bene dal male. L’uomo comune è diventato uomo massa, un ingranaggio del sistema totalitario, che ha sposato la comodità di un sistema che pensa per lui. Sollevato così dal peso dell’esistenza, sicuro, tranquillo e beato, non si accorge della terrificante connessione tra male e banalità. E ne viene investito in pieno.

Eichmann viene giustiziano per impiccagione il 31 maggio del 1962: non si discostò mai dell’ideologia nazista, tanto che le sue ultime parole furono “Lunga vita alla Germania. Lunga vita all’Austria. Lunga vita all’Argentina.” Secondo Hannah Arendt, egli recitò fino all’ultimo la parte del nazista per sfuggire alla banalità misera della sua condizione, pur di sentirsi importante almeno per un momento: “Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato – la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male.”

 

Il totalitarismo che c’è nei nostri astucci

Mi spiace deludere chi si aspettava un paragone con La Banalità del mare, che in maniera evidente richiama il saggio della Arendt, ma la canzone che qui propongo è Cancelleria, uscita per la prima volte nel 2014 (album “Il re è nudo”) e riproposta nella versione live quest’anno (Ringo Starr).

La vicenda della canzone si svolge nel libero stato di Cancelleria: uno sciopero nazionale delle gomme causa l’euforia delle matite, che iniziano a sentirsi uguali alle biro. Ora anche le loro parole non possono essere cancellate. Le matite vogliono uguaglianza e libertà/stessi diritti, stesse scuole, stessi autobus e cinema; eppure non solo le biro non vogliono concedere tutto questo, ma anzi le accusano di turbare lo stato sociale, sobillando anche scotch e graffette. Il gran consiglio delle biro pensa per tutti, come accade in uno stato totalitario: e come nella Germania nazista, viene programmato lo sterminio totale delle matite. È a questo punto che entra in gioco la banalità del male: i righelli, i pennarelli, le forbici e i temperini/dismisero le vesti di osservatori e assunsero quelle di aguzzini. Spinti dalle biro tutti attaccano le matite, e sulle tavole sacrificali iniziarono a scorrere fiumi di grafite. Di questa carneficina ne fanno le spese anche le gomme, costrette ad andarsene: perché a cosa cazzo serve una gomma se non c’è rimasto niente da cancellare?

Le biro hanno vinto, ma è una vittoria piccola e fragile. Stanno per arrivare i bianchetti. A questo punto è interessante chiedersi come reagiranno righelli, pennarelli, forbici e temperini: difenderanno le biro o si faranno da parte, sposando le nuove ideologie dei bianchetti? Per Hannah Arendt la risposta sarà evidente: privi delle loro idee, nuotano, immersi senza scampo, in un mare –pardon, male – mai così tremendamente banale.

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