Il Superuovo

Sembra impossibile collegare Saba a uno dei serial killer di Mindhunter. Eppure…

Sembra impossibile collegare Saba a uno dei serial killer di Mindhunter. Eppure…

Serial killer o Umberto Saba? Mindhunter o “Preghiera alla madre”? I presupposti possono sembrare gli stessi: padre assente, madre oppressiva, infanzia travagliata. Ma il risultato finale è diverso…

Copertina di Mindhunter (Mydreams)

Mindhunter è una serie originale Netflix del 2017 (2 stagioni, 19 puntate), che ha come tema cardine la figura del serial killer: la serie tv racconta di come, per arrivare a questa definizione, gli  agenti dell’unità investigativa speciale dell’Fbi, abbiano impiegato anni di lavoro, di interviste e di analisi delle menti dei più noti killer d’America. Nessuna storia è stata, è o sarà in grado di destare e unire curiosità ed inquietudine – due aspetti che, più spesso che di rado, vanno a braccetto – quanto questa. È affascinante, introspettiva. Ti mette a nudo davanti alla tua coscienza e al tempo stesso ammonisce la società: prestate attenzione! Perché le cause di cruenti assassinii, di spietati stupri e di altri temuti e temibili crimini, apparentemente ingiustificati, non vanno ricercate nell’indomita depravazione di un soggetto nato così, bensì nella sua infanzia e, in definitiva, nei rapporti con i genitori, con la famiglia, con gli amici. La tesi principale, di freudiana risonanza, è che il motivo primo della nascita di un serial killer va scovato nella repressione fisica e, soprattutto, mentale, che ha subito, in primis, da bambino.
Ma la domanda, più che mai legittima, da porsi è la seguente: tutti gli individui che hanno subito quanto suddetto diventano criminali seriali? La risposta è no. E menomale…
A tal proposito, si possono riportare ad esempio diverse figure, di capitale rilevanza per la cultura italiana e non solo, che hanno avuto un infanzia difficile sotto il profilo relazionale, familiare e sociale. Una di queste è Umberto Saba.

Foto di Umberto Saba (iMalpensanti)

Partiamo da qualche dato biografico

Il poeta ebreo fu un personaggio alquanto controverso, soggetto a nevrosi e attraversato da una profonda scissione interiore, giacché si possono chiaramente distinguere due Saba sin dal nome, o meglio, dal cognome. Sì, perché Umberto Saba non si chiama Saba, bensì Poli. Umberto Poli. 
E in “principio fu il Caos”: il padre, Ugo Edoardo, si innamora di una giovane ebrea, Rachele, e dato l’incombente matrimonio, si converte all’ebraismo. 
Che dolce, eh? Dolcissimo. Almeno fino a quando non decide di darsela a gambe, abbandonando la baracca e rinnegando la religione. Il ché deve aver contribuito, e non poco, ai traumi psicofisici della (futura) famiglia Saba.
Comunque, a seguito della gaglioffata subita, mamma Rachele deve aver sentito il bisogno pressoché urgente di lasciare il figlio appena nato a una balia, tal Peppa Sabaz, dalla quale il poeta prenderà il cognome e alla quale dedicherà “Tre poesie alla mia balia”, celeberrimi capolavori.
Il piccolo Umberto ricorderà questo periodo – che comprende i primi tre anni di vita – come il più sereno della sua esistenza. Difatti, trascorsa questa breve parentesi bucolicamente felice, sua madre lo rivorrà con sé e da allora gli imporrà un’educazione rigida e quantomai soffocante. Quindi, ai fini della nostra analisi, teniamo a mente questi dati: padre sbarazzino assente, madre monarca repressiva. E poi, in fondo, ma proprio in fondo al quadro, nel sub(in)conscio quantomai vivo e pulsante di Saba, inseriamoci pure la (stranamente) vivida presenza di una balia. 
Tutti dati che, secondo Mindhunter, sono tranquillamente riferibili a un ipotetico serial killer. Eppure non fu così. 
Gli assassinii, soprattutto se in serie, sono spesso il frutto di uno stimolo erotico non pacificamente sfogabile, dovuto alla violenza dei traumi subiti. Saba, pur ponendo il tema dell’eros al centro della sua trattazione poetica, non ne ha avuto bisogno (e forse non ne avrebbe mai avuto, si sta infatti ragionando per ipotetiche somiglianze), perché lui ha rivolto il suo sfogo in un’altra direzione, nella direzione della poesia.

“Preghiera alla madre”: il capolavoro che palesa la nevrosi sabiana

Ora, sarà opportuno muoversi sui fatti, o meglio, sui testi. Per l’appunto su una poesia: “Preghiera alla madre”. È un componimento cardine, da cui prendere le mosse per ricostruire il filo odi et amo, che lega assieme Saba e, per l’appunto, la madre. Inoltre ci dà la possibilità di dimostrare, con maggiore vividezza, la nostra stramba ipotesi su un plausibile (?) collegamento tra Umberto Saba e un serial killer.    
Cominciamo con un po’ di metrica, elemento spesso trascurato ma utile a restituire una parvenza di concretezza alla coscienza del poeta: mai come in questi versi – endecasillabi alternati a settenari, quinari e ternari – è evidente l’ambivalente dualismo sabiano. Difatti, talvolta, gli endecasillabi si trovano spezzati in due, rispecchiando fedelmente l’elemento della scissione interiore. Inoltre, il sesto verso è formato da un’unica parola: “madre”. Ancora più significativo è il fatto che questa parola non sia stata posta all’inizio del verso, bensì alla fine, lasciando un ambiguo spazio vuoto, che attira l’attenzione del lettore e che esplicita, con palese solerzia, i temi chiave, tanto della poesia, quanto della vita di Saba: l’assenza, ovvero il vuoto, di una figura paterna e l’oppressione della madre, “ieri in tomba obliata, oggi rinata presenza”.
Insomma, quel che l’autore tenta, con successo, di comunicarci, è che, quantunque Rachele sia morta (“ieri”) e oramai sepolta (“in tomba obliata”), per lui sarà sempre una “presenza” costante e totalmente determinante per la sua poetica. La stessa presenza che, al contempo, lo tormenterà per tutta la sua travagliata esistenza, inadatta a questo mondo di sregolati scompigli.

Nevrosi+talento=miscela preziosa 

Secondo Aristotele “la natura non fa nulla senza ragione”, non si può credere che il modo d’essere di un individuo dipenda esclusivamente da un’innata predisposizione ad appartenere ad una categoria, piuttosto che ad un altra. Vi sono tendenze che paiono senza causa, è vero, ma queste tendenze sono il frutto di una serie di combinazioni, di fattori esterni che rendono il soggetto succube della realtà che lo circonda. Ebbene, nel caso dei serial killer, ma anche di Umberto Saba, questa realtà non fu piacevole. 
Ma esiste anche il talento e Saba ne aveva da vendere. Questa miscela, talento e nevrosi, unica nel suo genere, ci ha restituito capolavori più che mai preziosi e senz’altro irripetibili. Tutto ciò rende quantomai difficoltoso accusare i genitori, artefici inconsapevoli del disturbato genio sabiano. I giuristi definirebbero questa fattispecie come un “concorso di colpe” e così ci piace che sia: una complicità di accadimenti.
Di incontestabile, ci rimane il fatto che mamma Rachele verrà sempre ricordata come il prototipo letterario della madre oppressiva, lasciata sola dal padre balordo, a crescere un figlio problematico. E ce ne fossero di problematici così… 

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