Cosa significa essere fragili? L’arte della vulnerabilità tra Nada, Virginia Woolf e Sylvia Plath

La fragilità scoperta tramite le delicate personalità di due autrici sopraffatte dal loro destino.

Accettare ed esternare la propria fragilità non è un percorso semplice: spesso la gente non si rende conto dell’incredibile mondo che ha dentro di sé e preferisce tenerlo nascosto, forse per timore o perché non ne ha voglia e preferisce vivere in una staticità grigia piuttosto che confrontarsi con la complessità delle proprie emozioni variopinte. Si è abituati a respirare e a compiere azioni troppo velocemente per poter denunciare la fragilità delle cose e di se stessi. Si tende ad associare il concetto di fragilità a qualcosa di estremamente debole e poco resistente, tuttavia l’essere fragili è qualcosa che va ben oltre il semplice contrario di “forte” e “indistruttibile”. La fragilità è piuttosto capacità di essere vulnerabili e sensibili oltre ogni misura: significa comprendere la molteplicità delle emozioni, delle scelte e delle tensioni a cui l’uomo tende quotidianamente e sentirle sulla propria pelle. L’essere fragili è, paradossalmente, la radice che rende l’individuo umano estremamente forte e resiliente. L’uomo non è fatto di acciaio, non è indistruttibile e impenetrabile, bensì è di vetro: vacilla e può rompersi, scheggiarsi, farsi male e rovinarsi un po’. Spesso non si è pronti a denunciare la propria fragilità perché si tende ad associarla ad una concezione negativa, tuttavia la radice fragile che contraddistingue l’individuo è ciò che lo rende incredibilmente umano, emotivo e cosciente di se stesso e del mondo circostante.

Virginia Woolf: un fiore che trema sul precipizio

 “E se non vivessimo audacemente, prendendo il toro per le corna e tremando sui precipizi, non saremmo mai depressi, senza dubbio: ma saremmo già appassiti, vecchi, rassegnati al destino.” (Virginia Woolf)

Se si parla di animi fragili non si può non parlare di Virginia Woolf: donna forgiata dalla sensibilità e dalla delicatezza infinita. Virginia Woolf nasce a Londra il 25 gennaio 1882 in una famiglia piuttosto facoltosa: ha la possibilità di studiare in casa e di attingere alla libreria familiare ed è proprio in questo periodo che si appassiona al mondo della letteratura e della scrittura. La sua esistenza viene profondamente condizionata da alcuni eventi dolorosi che la conducono a guardare dentro di sé e dentro il suo dolore: la morte di sua madre, di suo fratello, di sua sorella e di suo padre seguite da alcuni presunti abusi sessuali da parte del suo fratellastro. Dopo la morte del padre ha la possibilità di esternare la sua vena creativa ed entra a far parte del Bloomsbury Group: un circolo letterario e creativo formato da artisti brillanti provenienti dall’intero territorio inglese. La sua vita è caratterizzata dalla precaria salute mentale che la porta a costruire dentro di sé una complessità interiore molto sensibile e delicata, spesso tormentata e turbata dalle deformazioni sociali che vede quotidianamente, dalle ferite interiori che le bruciano dentro. Riesce a canalizzare questa totalità di emozioni solo tramite l’arte della scrittura: per Virginia è l’unico modo per uscire dal tormento della sua anima e denunciarne l’ardore, la confusione e cercare di trovare un senso logico ai suoi pensieri ingarbugliati ed impetuosi. La scrittura, per Virginia, è un anestetico: l’atto di scrivere la aiuta ad alleviare il senso di vertigine che prova nei confronti della vita che nel suo diario paragona ad “una striscia di marciapiede che costeggia un abisso”. Il senso oppressivo della sua malinconia, la sensazione di avere un’”ortica dentro” che punge, pizzica e fa male sembra alleviarsi mentre scrive e tutto sembra acquisire finalmente un senso compiuto sulla pagina bianca. La radice della sua vita risiede nell’arte che pratica con dedizione, nella scrittura che avverte come un bisogno impellente e come una necessità viva e forte: è bisogno di libertà, di volare con se stessa e con le sue percezioni variopinte senza essere ostacolata e fermata da nessuno; è un respiro profondo, un viaggio senza tempo che le dà la strana sensazione di essere finalmente leggera, priva di ogni peso corporeo e mentale. Virginia avverte sulla sua pelle, dentro la sua anima, un fuoco che arde e che brucia: nel suo diario scrive che “è un vasto senso della poesia dell’esistenza a sopraffarmi. Sento il volo del tempo. È questo che sostiene le mie emozioni”. La sua fragilità è, inconsapevolmente e in modo totalmente paradossale, la sua stessa forza. La fragilità di poter riconoscere le contraddizioni e le corruzioni che la compongono e che la circondano è la stessa materia che la rende incredibilmente ancorata alla vita, alle emozioni: l’unica certezza che la cattura violentemente, l’afferra e le dona la consapevolezza di essere viva, in preda ad un continuo impulso vitale mosso dalle sue trepidazioni. La sua natura fragile la conduce alla comprensione del dolore che risiede nei suoi impulsi: la vita e i suoi tumulti, nonostante siano l’unica certezza per Virginia, sono anche il suo timore più grande. La vita appare come un pericolo, qualcosa da tenere sotto controllo per non lasciarlo sfuggire: Virginia continua a vivere spinta dalla convinzione di star ricercando qualcosa e di dover trovare, alla fine del suo percorso, la scoperta per la quale è valsa la pena soffrire per le proprie emozioni. Tuttavia, pian piano le scompare la sensazione di dover trovare questa fantomatica scoperta e, delicatamente, tutte le emozioni che la cingono sembrano scivolare verso un baratro oscuro e senza fine: un tunnel infinito nel quale lei precipita e si abbandona, lasciandosi trasportare dalla sua malinconia e dal suo dolore.

Sylvia Plath

Le intermittenze di un cuore fragile come il vetro raccontate da Sylvia Plath e Nada

“Non c’è niente di meglio
che stare ferma dentro a uno specchio
come è giusto che sia
quando la sua testa va giù
e tutta la vita
gira infinita senza un perché
e tutto viene dal niente
e niente rimane senza di te” (“Senza un perché”, Nada)

Risuonano leggere le note e le parole della canzone di Nada, scritta e composta nel 2004 presente nell’album “Tutto l’amore che mi manca” sull’anima di una donna fragile, bisognosa di un amore capace di riempirla e di lasciar sfuggire il senso di vuoto che avverte. La fragilità di cui parla Nada è una delicatezza: è leggera, svolazza e allo stesso tempo è pressante, si insidia tra le crepe di ogni emozione per spremerla e ridurla a malinconia, angoscia e ossessione. La figura sensibile di cui parla Nada porta alla mente la voce dilaniata dalla sofferenza di Sylvia Plath, esponente della poesia confessionale del Novecento, nata il 25 ottobre 1932 in un distretto di Boston. Come Virginia Woolf e come la donna raccontata tramite le note di Nada, anche l’animo di Sylvia è contrassegnato da una sensibilità acuta causata dal profondo senso di abbandono che prova nei primi anni della sua vita da parte della figura paterna. Questo vuoto provoca in lei la percezione di un dolore lancinante che si afferma maggiormente nel rapporto conflittuale con sua madre: una presenza ossessiva, pesante sulla sua figura. Sylvia avrebbe voluto essere leggera e vivere all’insegna della felicità incondizionata, tuttavia attecchisce in lei la convinzione di essere una nullità: un individuo inutile e incapace di vivere. Nei suoi diari fa spesso riferimento all’ossessione della morte: prova nei suoi confronti una specie di ammirazione e di curiosità, la reputa una metamorfosi, una trasformazione che potrà riscattarla donandole il privilegio di rinascere; ma, proprio come Virginia, si sente incredibilmente ancorata alla sua vita temprata di sensazioni turbolente che prendono la forma di un demone avido che deve nutrirsi dell’arte e delle sue emozioni per tramutarle in poesia pura. La scrittura è, per Sylvia, antidoto e veleno: ne sente il bisogno per poter nutrire il mostro affascinante e minaccioso che vive dentro di lei e, come una droga, le risucchia ogni energia. La sua scrittura è palpitante, si muove, sbatte i piedi ed è un urlo contro il mondo, contro se stessa e contro l’amarezza che prova. Il mostro oscuro che è in lei è ossessionato dalla perfezione, dalla figura di donna stereotipata alla quale lei deve attenersi per non farsi sopraffare dal senso di colpa e dal dolore. Sylvia si affanna alla ricerca di una perfezione ai limiti della naturalità: vuole incarnare i ruoli che la società in cui vive etichetta e vuole farlo per dimostrare a se stessa di essere forte e di essere capace di avere un forte autocontrollo su se stessa. Scrive spesso sul suo diario, nel quale si mostra come una figura libera, non ostacolata da rigidi stilemi e da dogmi letterari: nel suo diario è lei, spontanea, cruda, viscida, fluida e straziata da un’agonia che con il passare del tempo non riesce più a sopportare. È la mattina dell’11 febbrario 1963: è l’alba. È il momento preferito della giornata di Sylvia: tutto è calmo e sembra essere al suo posto, regnano solenni suoni e profumi che le portano alla mente una quiete infinita che vorrebbe tanto possedere. Ed è proprio quella mattina che cerca di raggiungere quella pace che ha sempre voluto e che ha sempre ammirato: serra la porta della cucina e apre il rubinetto del gas, infila la testa nel forno aspettando che il monossido di carbonio penetri dentro di lei per strapparla da una vita troppo intensa e asfissiante per il suo fragile animo.

Giorgia Pizzillo

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