Cosa avrebbe pensato Musil dei social network? La stupidità tra musica e letteratura

La stupidità ha assunto le forme più disparate nel corso della storia, mascherandosi e nascondendosi. Nell’epoca attuale pare abbia trovato la sua dolce dimora nei social network.

(Lo scrittore tedesco Robert Musil)

Una semplice parola è in grado di scaturire sorpresa, una sopraffazione tale da offendere il pudore di molti. Questa semplice parola è “stupidità” la quale viene chiamata “belva” da Robert Musil e  “sonno della ragione” da Marracash. Erroneamente considerata l’antagonista dell’ingegnola stupidità possiede diverse sfaccettature che trovano interessanti punti di contatto con il mondo della comunicazione digitale.

La premessa

Il panorama intellettuale degli ultimi secoli ha banalizzato il concetto di “stupidità” relegandolo ad un vocabolo di serie B. La poca attenzione che ha ricevuto rispetto agli idolatrati opposti ha permesso la creazione di termini ancorati alla praticità in grado di influenzare il pensiero e la morale comune. Si può certamente annoverare tra questi la tecnica, figlia dell’intelligenza (per antonomasia contrapposta alla stupidità) e sorella dell’abilità (termini come “abile” vengono facilmente accomunati alla nozione dell’intellettualità). Essa è ritrovabile in qualsiasi campo ed è possibile vederla applicata per qualsiasi scopo tanto che le automazioni sono all’ordine della quotidianità e, nonostante non siano sempre strettamente necessarie, vengono percepite da noi come fondamentali. Intelligenza, tecnica e abilità: l’inscindibile triade del moderno vivere. In questo scenario i social network risultano essere i fedeli specchi virtuali di quel mondo reale che si erge paladino di intelletto e metodo. Questa dovuta constatazione fa sollevare un quesito essenziale: perché queste piattaforme sono percorse sempre più da odio, volgarità e, più in generale, stupidità? Fornire una ricostruzione etimologica del termine stupidità sarebbe fin troppo complicato e, soprattutto, non chiarirebbe il motivo della massiccia presenza di hate speech (il nostrano “incitamento all’odio”) nei commenti e nei post delle numerose piattaforme digitali.

Stupidità e volgarità: il labile confine

Vienna, 1937. Robert Musil tiene un discorso durante una conferenza di fronte alla Federazione Austriaca del Lavoro, un discorso che, poco dopo, diventerà saggio e comparirà in Italia per la prima volta trent’anni dopo sulla rivista romana “Carte segrete“. Nonostante il concetto di stupidità di cui parla l’autore sia ben lontano da poter essere applicato ad una dimensione come quella dei social network desidero proporre una dissertazione così lontana nel tempo come spunto poiché reputo tali parole ancora fortemente (e paurosamente) attuali. Il fatto che Musil vada ad approfondire il reale significato di un termine così enigmatico mostra quanto sia stato precedentemente sottovalutato dato che considerarlo solamente come una mera mancanza d’intelletto è un errore di approssimazione ed imprecisione. Per questo motivo, durante la conferenza egli avvicina il termine di “merce inadatta e inutile” all’inadeguatezza e inutilità: la base per l’utilizzo della parola “stupido”. Detto ciò risulta facile affermare che, generalmente, noi tendiamo ad attribuire l’epiteto di “in qualche modo stupido” a tutto ciò che “non ci va bene“. Giunti a questo punto del ragionamento ci viene ancor più semplice asserire che il concetto di stupidità sia intrinsecamente legato a tutte quelle espressione avvertite come volgarimoralmente riprorevoli. Esclamazioni come “che volgarità!” e “che stupidità!” sono interscambiabili e si spartiscono il dominio del mondo. Nonostante il loro innegabile potere rappresentano una replica che conserva al suo interno la sua stessa fine dato che si tratta di un tipo di pensiero dozzinale e di un tipo di critica inarticolata. Accanto alle due esclamazioni vi sono “stupido” e “volgare” – oggi declinati in innumerevoli forme prive di buon gusto – utilizzati come insulti e, citando direttamente dal saggio, di tali invettive si può dire che “sono al servizio di un affetto, ed è proprio la loro imprecisione e la loro mancanza di oggettività a renderli capaci di soppiantare interi ambiti di parole più calzanti, oggettive ed esatte“.

(Marracash durante l’intervista rilasciata a Noisey Italia)

La situazione sui social network

Dopo una così netta presa di posizione avrete forse accettato la mia precisazione precedente: le parole dello scrittore hanno, oggi, ancora valore. Nel recente periodo storico si può facilmente notare che il numero di casi di incitamento all’odio tra i commenti delle varie piattaforme social sia in aumento. Vorrei analizzare questo aspetto chiedendo l’ausilio della voce di Fabio Bartolo Rizzo, in arte Marracash. I seguenti versi “l’ignoranza sventolata come bandiera / il sonno della ragione vota Lega” della canzone “Quelli che non pensano” – brano di eccellente critica sociale del recente album Persona che vanta la collaborazione del romano Coez, pseudonimo di Silvano Albanese – mettono in evidenza un comportamento tipico della macchina propagandistica della Destra italiana nuovamente compatta dopo l’esperienza dell’esecutivo Conte 1: citando il celebre quadro del pittore spagnolo Francisco Goya dal titolo “Il sonno della ragione genera mostri“, il rapper milanese pone al centro del problema la creazione di mostri facilmente attaccabili ed utilizzati come chiaro capro espiatorio dove essi fungono come un magnete che attira verso di sé numerosissimi commenti volgari, offensivi ed intolleranti. Le situazioni di disagio sociale vissute da questi mostri creati ad hoc vengono strumentalizzate dalle forze politiche in modo da generalizzarle ancor di più e permettere che i commenti d’odio si risolvano nella più bieca banalizzazione. Ad onor del vero bisogna segnalare come questi episodi non riguardino solamente intolleranza e odio razziale dato che sono estendibili a qualsiasi colore politico: basti pensare a quanto è accaduto a Corrado Formigli il quale ha definito con le parole “squadrismo social” il comportamento di alcuni sostenitori di Matteo Renzi, quando, all’indomani di un’intervista sgradita fatta al fondatore di ItaliaViva durante il programma Piazzapulita, hanno reso pubbliche delle foto, allegate a commenti accusatori ed intimidatori, della sua abitazione romana minando la privacy del giornalista. Il dato ancora più preoccupante si collega al fatto che commenti di questo genere, cioè privi di una coerente critica oggettiva, siano spesso legati al malcostume delle fake news. Il mancato controllo della veridicità delle fonti alimenta una macchina che innesca una serie di reazioni a catena che si perdono in giudizi privi di fondamenta. Criticano, attaccano, non propongono e concludono poco.

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