Il Superuovo

Cosa accade quando lo schermo fa da intermediario tra noi e la realtà

Cosa accade quando lo schermo fa da intermediario tra noi e la realtà

Nell’era del cyber le immagini e le finzioni che si susseguono nelle raffiche di informazioni che ci raggiungono attraverso i media esercitano un’influenza invisibile ma potente sul nostro immaginario.

Attualmente i dibattiti antropologici che riguardano la cultura, l’identità e le relazioni sono caratterizzati da un forte malessere. Nelle società contemporanee ormai sottoposte ad un eccesso di individualismo, velocità e immagine tutto avviene in fretta e rapidamente si consuma, anche i legami appaiono fragili ed effimeri. In questa situazione che l’antropologo francese Marc Augé definisce surmodernità, scopriamo che una parte del mondo è fatta di nonluoghi.

Gli spazi del consumo sono i ‘nonluoghi’ di Marc Augé

Il mondo globalizzato dove crescono gli spazi della circolazione, del consumo e della comunicazione è anche il mondo delle più grandi disuguaglianze. Coloro che circolano tuttavia, non consumano e non comunicano nelle stesse proporzioni.
Non è possibile negare che oggi gran parte dei giovani vivano una condizione di vittime del mercato nella quale sono indotti da una sorta di coazione all’acquisto di beni secondari.
Le motivazioni di questo bisogno di possesso sono legate al desiderio di appartenere ad uno o più gruppi sociali. Il possesso di determinati oggetti permette la costruzione dell’identità individuale ma anche di quella collettiva. Si desidera diventare oggetto di sguardo e l’ambizione è quella di voler raggiungere il mondo delle immagini, di passare dall’altra parte dello schermo. Subendo l’influenza di modelli di felicità proposti dagli influencer attraverso contenuti pubblicitari distribuiti sui social network e con peculiarità ben definite, il rischio è chiaramente quello di imitazione e la conseguenza è l’essere rappresentati da cose che ci appartengono. Il consumo rappresenta il comune denominatore dei nonluoghi, termine che a partire dagli anni ’90 è entrato nel linguaggio scientifico. In campo antropologico il dibattito sui luoghi del consumo è stato segnato dalle riflessioni dell’antropologo francese Marc Augé che per primo ha introdotto il concetto di nonluogo nel 1992, nel suo libro Nonluoghi. Introduzione  a una antropologia della surmodernità. I nonluoghi, spiega Marc Augé sono spazi come i supermercati o gli aeroporti pressoché uguali in ogni angolo del pianeta “spazi in cui non sono simbolizzati né l’identità, né la relazione, né la storia.” Come dicevamo, l’esperienza di acquisto è diventata un rito centrale nella vita quotidiana delle persone, tanto che i luoghi deputati al consumo si sono trasformati in centri di intrattenimento che assumono il ruolo di spazi di aggregazione informale. Da qui nasce l’impressione che questi cessino di avere le caratteristiche descritte in precedenza, senza comunque arrivare ad assumere le qualità dei luoghi veri e propri. Gli effetti prodotti dall’ universo dei media accentuano, senza dubbio, la sensazione di essere immersi in un labirinto di nonluoghi.

Nella surmodernità tutto ciò che facciamo in termini spazio-temporali e di ego è sovradeterminato

I nuovi media digitali operano sul nostro immaginario, sulle relazioni sociali, sulla formazione dell’identità individuale e collettiva. Il rapporto con la realtà è cambiato in maniera sostanziale perché a mutare sono i valori di riferimento, i simboli e persino i nostri orizzonti spaziali e temporali. La tecnologia oggi può essere sfruttata al massimo per mettere al centro di tutto la nostra personale individualità. L’epoca della surmodernità è per l’antropologo Marc Augé il nostro mondo, nel quale si rilevano delle accelerazioni del tempo, dello spazio e dell’ego. L’essenza della surmodernità è nella consapevolezza che il tempo, lo spazio e le possibilità legate alla propria individualità sono potenziate al massimo. In quanto spazio virtuale, lo spazio non è più un problema, attraversa le nostre vite indipendentemente dalla sua tangibilità e ci permette di stare insieme a persone che vivono in altre parti del mondo, superando, attraverso le piattaforme che ci uniscono a distanza, anche il limite rappresentato dal fuso orario.

La filosofia del cocooning

Potremmo definire il fenomeno del cocooning come una tendenza verso l’isolamento dell’individuo nella propria abitazione all’interno della quale ricercare una sensazione di pace e di protezione. La scelta di rintanarsi nella propria casa arredata ad arte, ossia come un ambiente quanto più possibile confortevole è sicuramente condizionata dallo sviluppo delle nuove tecnologie e dalle nuove abitudini del consumo fondate sull’e-commerce. È vero, il cocooning in alcuni casi può diventare un modo per rifugiarsi nel proprio bozzolo quando la vita fuori diventa difficile, ma tante altre volte permette di rientrare in connessione con sé stessi dopo un periodo di stress. Superata questa condizione temporanea, ci si augura di rimettere al centro non l’ individuo ma la persona, non il consumo ma la creatività.

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