Cosa accade ai tifosi presenti allo stadio? Nietzsche incontra il mondo del calcio

Uno sguardo filosofico all’esperienza di un qualsiasi tifoso.

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Cos’hanno in comune un ateniese del V secolo a.C. pronto ad assistere a una tragedia di Sofocle e un italiano che, fra traffico e mezzi pubblici, raggiunge lo stadio indossando i colori del proprio club? Apparentemente, nulla. Eppure, come vedremo, l’esperienza che hanno non è poi così distante. 

Catarsi 

Ne La nascita della tragedia il filosofo Friedrich Nietzsche mette in crisi la visione tradizionale dello spettatore greco, che si può far risalire fino ad Aristotele. Secondo quest’ultimo, la tragedia è un’imitazione della realtà che  provoca allo spettatore sentimenti di pietà e terrore nei confronti dei protagonisti sulla scena. Il pubblico si purifica da queste emozioni attraverso la visione del dramma (la famosa catarsi) e viene educato a non commettere azioni simili. In qualsiasi liceo quest’ultima è ancora l’interpretazione predominante che gli studenti trovano nei libri di testo nel momento in cui si affacciano al mondo classico.

Tuttavia, Nietzsche ci porta verso strade diverse e, da un certo punto di vista, più profonde. Nella visione del filosofo tedesco, nell’esperienza artistica della tragedia lo spettatore non assiste in maniera distaccata al dramma che si consuma: lo scatenamento delle passioni che musica e recitazione provocano in lui lo svincolano dal proprio io quotidiano, slegano i fili dei suoi pensieri abituali, connettendolo alla vita, che Nietzsche chiama “uno originario”. 

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 Liberazione delle passioni

La tragedia si trasforma in un’occasione per slacciarsi momentaneamente dal proprio sé e abbracciare la pienezza dell’esistenza (alla quale Nietzsche dà il nome di Dioniso, dio greco dell’ebbrezza) che emerge attraverso la musica. Rappresenta la rottura dell’equilibrio e della simmetria, la breve lacerazione dell’individuo a favore del suo trascinarsi alla vita: pulsante, fluida come un fiume in piena. Che è un po’ quella vibrante sensazione che un tifoso sente dentro di sé quando la propria squadra infila il pallone nella rete.

Completamente irrazionali appaiono i supporter che perdono la voce e stringono le sciarpe al petto per dei calciatori educati a controllare una sfera di cuoio: tuttavia, in quei momenti accade qualcosa in più rispetto a ciò che può sembrare evidente e banale. Il coinvolgimento che la partita causa non porta alla purificazione dalle passioni come vorrebbe Aristotele, ma alla liberazione delle emozioni che, portate al massimo grado, vengono scaricate in un’esplosione collettiva di rabbia, eccitazione, ansia, gioia: è lo scatenamento che rompe la misura e l’equilibrio quotidiani che Nietzsche ha saputo ritrovare negli uomini anche migliaia di anni fa. 

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“Metafora della vita” 

Così come nella tragedia l’eleganza della recitazione incontra la vibrante e accesa musica del coro, allo stesso modo nel calcio schemi di gioco, verticalizzazioni e tiri a giro diventano espressione di qualcosa di molto più nascosto e profondo, che incrocia le trame della nostra stessa esistenza. D’altronde, un altro filosofo come Jean-Paul Sartre ha detto che “il calcio è la metafora della vita”, e non solo perché questo amato gioco fa sperimentare ai tifosi le emozioni alle quali la vita stessa ci sottopone come su un’altalena, ricordandoci la nostra precarietà: vittorie conquistate o sconfitte subite all’ultimo respiro, beffe, ingiustizie e lampi di euforia e felicità, all’interno di una stessa partita o nel corso di una stagione (noi italiani ne siamo un esempio lampante: campioni d’Europa a luglio e fuori dai mondiali il marzo successivo). 

Il calcio incontra la vita soprattutto nel momento in cui quest’ultima emerge, fremente, dalla passione del tifoso che lascia andare per novanta minuti le sue grigie abitudini e diventa tutt’uno con l’altro accanto a sé, incrinando la propria soggettività in modo che lo stadio lo attraversi. Anzi, diventando egli stesso parte di un unico coro. É il motivo per cui chiunque abbia visto una partita allo stadio abbia abbracciato almeno una volta uno sconosciuto. In quei momenti, semplicemente, non lo era: sembrava si conoscesse da una vita, ma in realtà era la vita che stava attraversando entrambi insieme, collegandoli.  

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