Comunicare i problemi aiuta ad affrontarli: lo dicono le Eumenidi di Eschilo

E’ generalmente noto che “tenere i problemi chiusi dentro un cassetto” a lungo termine lo fa scoppiare e crea problemi. Le Eumenidi di Eschilo mostrano come sia semplice risolvere questi problemi: basta dargli un nome!

Le Eumenidi di Eschilo sono un’opera attualissima recante diversi temi fondamentali di natura etica, civile e psicologica. Vediamo insieme alcuni aspetti di questa affascinante tragedia.

ESCHILO IL TRAGEDIOGRAFO

Cerchiamo di capire chi sia stato Eschilo e quali siano stati i cardini della sua poetica. Nato nel 525 a.C.  circa nel demo – villaggio minore dell’Attica, regione dove si trovava Atene – di Eleusi, la famiglia del tragediografo faceva parte di un gruppo aristocratico che fino a pochi decenni prima aveva esercitato in maniera pressoché incontrastata il potere ad Atene, gli Eupatridi. In virtù delle sue origini nobili e ricche, Eschilo ricevette la migliore educazione musicale e ginnica e sin da giovane età cominciò a riscuotere i primi successi agli agoni drammatici di Atene; ogni anno in occasione delle feste Lenee e delle Grandi Dionisie si rappresentavano pubblicamente tre tragedie più un dramma satiresco nella cornice di una competizione poetica in cui la tetralogia che riscuoteva maggiore successo presso il pubblico portava il poeta alla vittoria di onori e di un premio. Eschilo vinse a questi agoni ben dodici volte. Ma le vicende dell’autore lo portarono anche lontano dalla madrepatria ateniese, prima in occasione delle due guerre persiane – combatté sicuramente nel 490 a.C. a Maratona e nel 480 a.C. a Salamina, meno certamente nel 479 a.C. a Platea -, poi in Sicilia verso il 470 a.C. presso la corte del potentissimo tiranno Ierone di Siracusa, che lo aveva chiamato per commissionargli la composizione di una tragedia chiamata Etnee per celebrare la salita al potere di Dinomene, figlio del sovrano, nella città di Etna – l’odierna Catania -; qui egli entrò in contatto con importantissime personalità poetiche del suo tempo come Simonide, Bacchilide e Pindaro. Fu dopo il ritorno del tragediografo dalla Sicilia che egli attraversò il periodo poeticamente più proficuo, componendo diverse tragedie tra cui le Supplici, I Sette Contro Tebe e l’Orestea, l’opera di cui ci occuperemo tra poco. L’autore morì nel 456 a.C. a Gela, in Sicilia, dove era ritornato a causa di uno scandalo avvenuto ad Atene. Dalle fonti antiche sappiamo che Eschilo doveva aver scritto un ingente numero di tragedie – tra le settanta e le novanta – ed è triste sapere che abbiamo solamente sette suoi drammi, di cui uno forse non autentico (Prometeo Incatenato); ciononostante per quel poco di Eschilo che ci è rimasto, abbiamo abbastanza materiale per poter ricavare una poetica tutto sommato completa e organica, in cui gioca un ruolo fondamentale il rapporto dell’uomo con il suo destino e con gli dèi. Parlare di destino per i Greci, specialmente per quelli più antichi, non è affatto strano: i poemi più arcaici della letteratura greca di cui siamo a conoscenza, l’Iliade e l’Odissea, riecheggiano continuamente l’idea di un destino – personificato talora dalle tre Moire, talora astratto nella ananke, la necessità/inevitabilità – talmente potente da governare addirittura gli dèi. Questa credenza si trasmise nei secoli fino a Eschilo – cominciò ad esaurirsi solo più tardi, con l’intervento razionalistico di Euripide, Erodoto e Tucidide – il quale ne fece ampio uso nei suoi componimenti. Il concetto è di per sé molto semplice: l’uomo nasce in una condizione mediana, né di innocenza né di colpa, sono le azioni che compie nel corso della vita a guidarlo verso la colpa, identificata con la hybris – il desiderio di essere diversi da ciò che si è -. Come mai, ci si può chiedere, l’uomo puntualmente commette errori che lo mettono in grave difficoltà? L’errare dell’uomo non è autonomo, bensì è pilotato da qualcosa che i Greci chiamavano àte, la parola greca per accecamento, ma questo accecamento, come è presumibile, non è fisico, bensì etico: a un certo punto la visione dell’uomo sul suo mondo e sulla sua etica si distorce a tal punto da indurlo all’errore, ed è là che viene punito dagli dèi. Ma se abbiamo visto che gli uomini errano non autonomamente, ma poiché sviati, perché vengono puniti comunque? I Greci  risolvevano questo problema affermando che sì, l’uomo viene pilotato nelle sue scelte e dunque non agisce autonomamente, ma agisce pur sempre volontariamente e questo lo trae in errore; oltretutto non era detto che tutti gli uomini finissero in rovina a causa di àte, anzi come vedremo tra poco potevano salvarsi dai propri errori.

L’ORESTEA

Abbiamo visto come le tetralogie tragiche fossero composte da una trilogia – un gruppo di tre tragedie – e da un dramma satiresco: ecco, l’Orestea è l’unica trilogia tragica completa che possediamo in tutta la letteratura greca. Dal titolo si evince che la materia trattata nelle tre tragedie dell’Agamennone, delle Coefore e delle Eumenidi sarà quella argiva che vede il susseguirsi delle vicende relative ai discendenti del leggendario Atreo, padre di Agamennone e Menelao. Incominciando dalla prima tragedia della trilogia, ossia l’Agamennone, il prologo mostra come la notizia circa la distruzione della rocca di Troia si stia spandendo sempre di più tra la popolazione di Argo – città dell’Argolide, regione del Peloponneso -; d’altra parte, pur gioendo, il coro degli anziani argivi teme per la sorte del re Agamennone poiché, dopo aver sacrificato sua figlia Ifigenia per far ripartire la flotta greca bloccata in Aulide a causa di una lunga bonaccia, potrebbe essersi guadagnato lo sdegno degli dèi. Dopo il prologo compare sulla scena la vera e propria protagonista della tragedia, Clitemnestra, sposa legittima di Agamennone e amante di Egisto. Ella è in grandissima collera col marito per aver ucciso la loro figlia, per aver fatto gravi torti alla famiglia di Egisto e per aver preso con sé una concubina, Cassandra figlia di Priamo, che apprezza più di Clitemnestra stessa. La regina mostra nell’Agamennone un’atteggiamento camaleontico nei confronti del marito: in sua presenza è estasiata per il suo ritorno e lo ricopre di ogni sorta di lode e attenzione, ma di nascosto da lui emerge la sua vera indole, meschina, gretta e vendicativa. Ella sta infatti tramando un inganno ai danni del marito e di Cassandra e, con l’aiuto dell’amante Egisto, alla fine dell’opera riesce a uccidere i due nei bagni della reggia: la regina esce trionfante seguita dal suo compagno e rivendica il trono e il diritto di aver fatto pagare ad Agamennone i crimini della sua famiglia e di lui stesso; ad un tentativo di ribellione degli anziani argivi, ancora fedeli al vecchio re, risponde Egisto con gravi minacce e così termina la prima tragedia. La seconda opera, le Coefore, porta sulla scena degli eventi avvenuti anni dopo l’uccisione del re e mostra dei nuovi protagonisti: Oreste e sua sorella Elettra. Separati dopo l’assassinio del padre, i due si ricongiungono presso la tomba del genitore e insieme a un amico fedelissimo di Oreste, Pilade, decidono di pianificare l’uccisione della madre e dell’usurpatore. Egisto cade per primo mentre si appresta a compiere un sacrificio, mentre la scena con Clitemnestra è una delle più toccanti dell’opera: quando Oreste, torreggiante sulla regina, si appresta a colpirla, ella scopre il seno con cui aveva allattato Oreste anni prima; per un momento la regina riesce a piegare la volontà di Oreste, ma l’esortazione di Pilade gli dà la forza di uccidere la donna. Nella scena successiva i cadaveri dei due tiranni vengono esposti al coro e compaiono ad Oreste le Erinni della madre, ossia i mostri che vendicano l’uccisione dei consanguinei. Le Erinni saranno le protagoniste della terza e ultima tragedia, le Eumenidi: la scena si sposta dalla reggia di Argo a Delfi, sede del santuario di Apollo, da dove la sacerdotessa del dio scappa atterrita dopo aver visto Oreste disperato e con le mani stillanti sangue, circondato da dei mostri dormienti, le Erinni, appunto. Il ragazzo tormentato riceve la visita di Apollo che lo esorta a recarsi ad Atene dove Pallade Atena lo aiuterà a liberarsi delle creature. Oreste, giunto ad Atene, riesce a convincere la dea a soccorrerlo, sicché ella convince le Erinni a spiegare davanti a un tribunale perché sia giusto che loro tormentino il ragazzo: i discorsi di attacco e di difesa del processo rispecchiano retoricamente lo stile che si cominciava ad utilizzare ai tempi in ambito forense. Le Erinni avrebbero ragione a tormentare Oreste poiché egli ha infranto le leggi degli dèi secondo cui non ci si deve uccidere tra consanguinei; Oreste d’altra parte ritiene di aver avuto ragione ad uccidere sua madre poiché ella ha ucciso suo padre e amato un altro uomo mentre il marito era in vita. A questo punto il giudizio finale è rimesso alla giuria i cui voti pareggiano; interviene infine la dea Atena che vota per l’assoluzione di Oreste, le cui colpe non lo tormenteranno più. Le Erinni si trasformano in Eumenidi – in greco “mansuete” -, il tribunale dove Oreste è stato giudicato diverrà l’Areopago – il più antico tribunale di Atene – e Argo e Atene saranno legate da grande amicizia. Insomma, un finale più che positivo in cui il protagonista si salva. Curioso, no? Vediamo di più!

L’INSEGNAMENTO DELLE EUMENIDI

Le opere di Eschilo devono gran parte del loro fascino anche all’ampio numero di esegesi che possono accogliere: in particolare le Eumenidi hanno ricevuto un’interessante interpretazione da parte di Giulio Guidorizzi. Il noto grecista, nel saggio “Ai Confini dell’anima. I Greci e la Follia“, analizzando il concetto di pazzia che riusciamo ad estrapolare dalla letteratura greca, sostiene come di fatto i disturbi mentali – provocati dalla rottura di tabù sociali, come l’uccisione di un parente – talora non venissero considerati negativamente, anzi, per consentire la reintegrazione dell’individuo nella società, i membri di quest’ultima tendevano a sacralizzare il fenomeno. Guardiamo più nel dettaglio: la sacralizzazione di un disturbo mentale seguiva un iter psicagogico in cui il malato era tenuto a mimare in forma teatrale la natura del male che lo affliggeva; in tal modo ciò che l’individuo si teneva dentro veniva condiviso con la comunità per volere della comunità stessa; il più delle volte questa condivisione creava un sollievo nel malato. E’ vero, le Eumenidi di Eschilo non menzionano mai un rito del genere in cui un malato veniva preso dai membri della società civile col preciso scopo di epurarlo da questo male, ma a guardare bene, il quadro dipinto dal tragediografo non si discosta più di tanto dalla pratica rituale propriamente detta. La tragedia presenta un processo pubblico in cui Oreste, afflitto da qualcosa che gli arreca dolore dopo l’assassinio di sua madre, parla di questo atto e spiega le ragioni del suo comportamento: così dunque condivide con la società civile che presenzia al processo il suo disagio interiore, rimanendo comunque in un ambito sacrale, sotto il patrocinio di Apollo e Atena. Pertanto, in maniera alquanto criptica la tragedia delle Eumenidi ci insegna che per liberarci dalle nostre Erinni interiori è bene parlare di ciò che ci affligge così da confrontarci con altre persone che, dando dignità a ciò che sentiamo, agevolano il nostro sollievo: questo grande potere della parola, si noti bene, capace di dare conforto a delle menti turbate mediante l’identificazione dei problemi era stato intuito più di duemila anni prima della ricerca psicanalitica di Freud!

 

 

 

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