Ancora disparità.

Tutti conoscono, o dovrebbero conoscere, il testo della Costituzione Italiana: essa è il fulcro di ciò che il nostro stato è, o si auspica di essere. È proprio di buoni auspici che sembra parlare il celeberrimo Articolo 3 della Costituzione Italiana che, dopo settant’anni dalla sua redazione, ancora fatica a completare la sua metamorfosi da mero principio a effettiva realtà.

L’Articolo 3 recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

In un’ indagine della Commissione Europea,  in collaborazione con Eurostat,  redatta a novembre 2017 sul ‘Divario retribuito di genere emerge come l’Italia sembri essere uno degli stati europei come meno divario di salario in base genere, assieme al Lussemburgo ( entrambi hanno una media percentuale del 5,5%, contro una media europea del 16,3%). Ma la situazione cambia quando si va ad analizzare il ‘Divario retribuito di genere complessivo. Mentre con il primo si intende la differenza tra i salari orari lordi medi di donne e uomini espressi in percentuale del salario maschile ( quindi un dato che non tiene contro della retribuzione media annua che inevitabilmente si abbasserebbe per le donne, dato il minor numero di ore lavorative effettive), la seconda tiene conto di ben tre fattori differenti: guadagni orari, ore retribuite e tasso di occupazione (ad esempio a causa di interruzioni di carriera per prendersi cura di figli o famigliari).

Secondo questa ultima indagine, i dati italiani salirebbero ad una media di ben  43,7 % contro una media europea del 39,3%.In poche parole: in Italia il divario fra i salari è dato dal genere nei tassi di occupazione piuttosto che nel livello di salario a parità di lavoro. Il caso italiano, come molte altre volte, rappresenta una eccezione.

Statista, indagine del 2016 sulla ‘Disparità di salario in base al genere nelle nazioni sviluppate’

Mentre nel resto dell’Europa le principali cause di questo divario sono date dal come viene valutato il lavoro di una donna in confronto a quello di un uomo,  dalla segregazione ( lavori diversi), dagli stereotipi e dal rapporto famiglia-lavoro che pesa maggiormente e con maggior frequenza sulle spalle delle donne, in Italia si aggiunge un fattore tutto particolare comune a pochi altri paesi ( come Spagna, Messico e Grecia): il familismo.

Il familismo.

Esso è quel vincolo di amore e solidarietà che si crea fra i membri di uno stesso nucleo familiare, vincolo che in Italia è tanto radicato e forte da superare il legame che si ha con lo stato. Questo, oltre che a spiegare la ingente presenza delle mafie nella penisola italica, ha effetti anche sulla vita privata e pubblica degli uomini e delle donne. Come dice Chiara Saraceno, sociologa e filosofa italiana: mentre da un lato tale tipo di legame rafforza la solidarietà anche nei confronti di persone meno abbienti, questo accentramento sulla famiglia ha portato ad una compensazione negativa. Ovvero: il familismo implica una prioritizzazione dei bisogni della famiglia stessa su quelli dei bisogni delle donne, che della famiglia sono state per lungo tempo il cardine.

Anche se possiamo rilevare un cambiamento notevole nella distribuzione dei ruoli all’interno della famiglia, avvenuto in particolare dopo le due Guerre Mondiali, si registra comunque una difficoltà di adattarsi ai tempi da parte dei sistemi burocratici, che sono dominati da una forte presenza maschile. La convinzione che il ruolo della donna sia ancora da racchiudere alla sfera privata della famiglia piuttosto che quella pubblica e del lavoro ancora pregna la nostra società.

Foto di Roya Ann Miller, da Unsplash

La proposta.

Due giorni fa è stato presentato in senato un disegno di legge che si prefigge come scopi quelli di riuscire a valutare l’impatto concreto delle leggi sulle donne e di monitorare con continuità lo stato dell’effettiva parità di genere attraverso una commissione parlamentare permanente in grado di segnalare storture e agevolare azioni mirate

Sono stati compiuti diversi sforzi per trasformare il principio di uguaglianza in azioni concrete ma in Italia manca ancora un vero coordinamento politico e la volontà di rendere le politiche di genere strutturali e integrate a tutte le altre. E spesso le donne ancora oggi sono costrette a scegliere tra famiglia e lavoro, visto che il nostro stato sociale si regge ancora molto sul lavoro non retribuito delle donne“, ricorda la democratica Valeria Fedeli che, assieme alla senatrice Donatella Conzatti, stanno lavorando per istituire anche in italia una commissione che possa concretizzare il volere dell’Articolo 3 della Costituzione.

Nel corso della passata legislatura era stata istituita al Senato una commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio nonché su ogni forma di violenza di genere. “Ora  è arrivato il momento di creare una commissione  permanente e di inchiesta per monitorare tutto ciò che emanano le Camere affinché nessun provvedimento possa creare un discrimine legato al genere“, spiega ancora Fedeli.

Foto di Samantha Sophia, da Unsplash

Tuttavia, come riportato anche nel documento della Commissione Europea sulla ‘Disparità di Genere’ : il processo legislativo non può rimanere isolato, se si vuole ottenere un cambiamento a lungo termine nei trattamenti ad gender’. In altre parole, le misure legislative dovrebbero essere supportate, precedute e seguite da una educazione comprensiva e sensibile al tema gender. Quello che serve davvero è la creazione di una nuova coscienza comune che possa diventare base ideologica sui cui poi poggiare le fondamenta del cambiamento sociale.

Marta Armigliato

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