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Come si comporta un amico vero e sincero? Ce lo insegnano Agrippa e Athos

Agrippa e Athos sono annoverabili tra i più grandi amici di cui si sia mai raccontato. Uno reale, l’altro immaginario, hanno di certo in comune l’amore incondizionato verso gli amici.

Moneta bielorussa commemorativa di Athos in argento

Marco Vipsanio Agrippa e Olivier Athos de la Fère de Bragelonne sono paradigmi della vera amicizia, della nobiltà d’animo e dell’amore verso i compagni e gli amici. Certo, uno è un personaggio reale e l’altro è frutto dell’immaginazione, ma forse è questa la sola differenza tra i due: in molti momenti della storia di Roma vediamo citato Agrippa di fianco ad Augusto, lo vediamo fedele al princeps; allo stesso modo Athos combatte sempre a fianco dei suoi amici e anche quando si trova schierato  nella fazione opposta alla loro, compie un gesto commovente ed esemplare.

Mezzo busto di M. Agrippa

Marco Agrippa e Augusto

La storia di Marco Agrippa è una storia di fedeltà e di amicizia incondizionata verso il suo amico Gaio Ottavio (che accompagna fedelmente fino alla sua ascesa, a quando da Ottavio diventa Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, princeps di Roma). Marco Vipsanio Agrippa nasce a gennaio/marzo del 64 a.C., in un luogo purtroppo sconosciuto. Le origini sue e del suo cognomen sono sconosciute. Il cognomen nella Roma tardo-repubblicana e imperiale era il terzo elemento costitutivo del sistema nominale romano (costituito dai cosiddetti tria nomina, cioè praenomen, nomen e cognomen) ed è quello potrebbe indicare una caratteristica della persona: perciò forse Agrippa potrebbe indicare l’etnico derivato da Agyrippa (la moderna Arpi, vicina a Foggia), che dunque potrebbe essere la città natale di Marco Vipsanio. Tutto resta nell’ombra e solo ipotetico, ma per fortuna qui ci importa poco. Quello che sappiamo per certo è il suo legame di amicizia e fedeltà con Augusto. Senza dubbio possiamo dire che Augusto non sarebbe stato Augusto senza Agrippa. I due erano quasi coetanei (Ottavio era del settembre del 46) e grandi amici fin dalle prime spedizioni militari sotto Cesare: insieme andarono in Illiria, ad Apollonia. Lì avrebbero dovuto aspettare Cesare, tornato a Roma dopo una spedizione in Hispania per consolidare la sua posizione in città. All’arrivo di Cesare avrebbero dovuto muoversi contro i Parti e i Geti in Oriente. Un problema sopraggiunse: Cesare fu ucciso mentre Ottavio e Agrippa erano a Apollonia. Questo evento consolidò ancora di più il rapporto tra i due che subito si mossero verso Roma per reclamare il ruolo che spettava a Ottavio in quanto figlio adottivo di Cesare. In questo periodo tutte le campagne militari interne e estere furono combattute da Agrippa e il suo successo più grande fu la vittoria contro Sesto Pompeo nel 38-36 a.C. Importanti furono anche le spedizioni nell’Illiria, pacificata e resa provincia romana di Illiria nel 33 a.C. Dopo la vittoria nella guerra illirica Agrippa tornò a Roma e fu eletto edile curule (una specie di commissario per le opere pubbliche) e si impegnò nell’abbellimento di Roma fino al 32-31 a.C. Arriviamo dunque al momento più importante della storia romana: la battaglia di Azio, che Agrippa vinse, rendendo Augusto padrone incontrastato di Roma e del mondo. Nonostante Agrippa abbia avuto parte attiva in questo e in altri successi augustei, non ha mai avanzato pretese o reclamato il suo posto a discapito di Augusto: le fonti storiche riportano un allontanamento di Agrippa da Roma nel 23, per un attrito con Augusto sulla successione. Le voci di questo possibile attrito non sono fondate e sono poco probabili: perché Agrippa avrebbe reclamato di essere eletto successore di un suo coetaneo? Per altro Augusto ormai non prendeva più parte a spedizioni militari importanti e rischiose, perciò la sua vita in quel senso non era a repentaglio. Certo Augusto non godeva di buona salute ed era spesso malato, a volte anche molto gravemente, ma mi sembra strano che un personaggio come Agrippa, cresciuto insieme ad Augusto e autore delle sue più importanti vittorie, reclamasse la successione, sperando nella morte prematura dell’amico. Agrippa era già ben contento del ruolo che aveva a Roma: era il secondo uomo più importante e quando Augusto era in missione diplomatica fuori da Roma, Agrippa aveva piena fiducia e pieni poteri. Avrebbe potuto spodestare Ottiaviano molte volte, avendo dalla sua parte una formidabile capacità militare. Invece la storia registra un’assoluta fedeltà e rispetto del suo ruolo. Agrippa si è fatto campione ed esempio di amicizia incondizionata e sincera.

Athos e gli altri moschettieri

La fedeltà di Athos ai suoi amici è indubbia nel corso di tutto il romanzo de I tre moschettieri. Le loro trame contro Milady, le loro battaglie condotte sempre fianco a fianco, la loro avventura per recuperare da Lord Buckingham i puntali di diamante della regina Anna, sono tutte avventure che uniscono i quattro amici e li rendono un corpo e una mente sola. Tuttavia è quando i quattro amici si ritrovano divisi due al servizio della Fronda (Athos e Aramis) e due al servizio del Mazarino (d’Artagnan e Porthos) che Athos dà prova suprema della propria amicizia e del proprio nobile cuore. In Vent’anni dopo, il secondo romanzo della trilogia, quando Aramis stava per muovere attacco a d’Artagnan e Porthos, Athos compie un gesto esemplare e commovente:

“Allora Athos stese la mano con quel gesto di comando supremo proprio a lui solo , levò lentamente ferro e fodero insieme, spezzò il ferro battendoselo sul ginocchio, e gettò i due pezzi alla sua destra. […] «Mai» disse Athos, alzando lentamente la destra al cielo, «mai, lo giuro dinanzi a Dio che ci vede e ci ascolta nella solennità di questa notte, mai la mia spada toccherà le vostre, mai il mio occhio per voi ha uno sguardo d’ira, mai il mio cuore un palpito d’odio. Noi vivemmo insieme, insieme odiammo, insieme amammo; spargemmo e confondemmo insieme il nostro sangue, e forse, aggiungerò ancora, fra noi c’è un legame più potente di quello dell’amicizia: cioè il patto del delitto, poiché tutti e quattro abbiamo condannato, giudicato, giustiziato una creatura umana che non avevamo probabilmente diritto di togliere da questo mondo, per quanto, piuttosto che a questo mondo sembrasse appartenere all’inferno. D’Artagnan, io vi ho sempre amato come un figlio; Porthos, per dieci anni dormimmo uno a fianco dell’altro; Aramis è vostro fratello come mio, giacché vi ha amati come io vi amo ancora, come vi amerò sempre. Che cosa può essere il cardinale Mazarino per noi, che sapemmo forzare la mano e il cuore di un uomo come Richelieu? […] D’Artagnan, io vi domando perdono di aver incrociato ieri il ferro con voi; altrettanto fa Aramis con Porthos. E adesso aborritemi, se potete, ma io vi giuro che, nonostante il vostro odio, non avrò per voi che stima e amicizia…»”. Che dire di più? Un amico vero, che pur con i suoi segreti, ama e stima i suoi compagni e dà un esempio della vera, genuina e incondizionata amicizia.

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