Il Superuovo

Come rispondere alla domanda “chi sono”? Ci aiutano i Supertramp e Bauman

Come rispondere alla domanda “chi sono”? Ci aiutano i Supertramp e Bauman

La domanda su chi noi siamo, in quanto individui, in quanto specie, in quanto umanità, alberga nel cuore dell’uomo da sempre.

Addirittura potremmo dire che questa domanda è la domanda chiave che ha spinto l’uomo a pensare e che sta nel nocciolo della filosofia e delle scienze umane.

Il problema dell’identità personale e collettiva

L’identità personale è un problema, appunto perché così vasto, che coinvolge tutte le discipline del sapere umano. Dalla filosofia alla sociologia, dalla storia alle neuroscienze, l’identità personale rimane in parte un mistero in parte una costruzione scientifica.

In cuor nostro tutti, almeno una volta, forse tutte le sere, ci facciamo domande sulla nostra identità. Gli psicologi spesso fanno il gioco di chiedere “si va bene tutto, sono contento di quello che mi dici, ma tu chi sei?”. Spesso si trova un grande spaesamento sul viso dell’interlocutore, seguito a delle risposte più o meno timide e incerte. Sono un ragazzo, una ragazza, uno studente, un dipendente pubblico, un calciatore, potremmo continuare questo articolo solo allungando questa lista, ma la domanda in cuor nostro sembra non potere mai esaurirsi. Ma io, chi sono?

Gli psicologi sociali ci dicono che l’identità collettiva viene prima di quella individuale. Io prima sono italiano, sono uno studente, poi divento Andrea, Mario, Marco o Luigi, dopo ancora divento un appassionato di musica rock o jazz, ancora dopo dico che mi interessa la filosofia esistenzialista (a meno che non la studio istituzionalmente in università, in tal caso l’identità diventa collettiva e non personale).

La modernità pesante

Abbiamo detto che l’identità viene sentita prima in modo collettivo poi in modo individuale. Appare interessante per questo proposito utilizzare le riflessioni di un importante sociologo, Zygmunt Bauman. Secondo Bauman la modernità può essere divisa in due momenti: la modernità pesante e la modernità liquida. Per capirci, con buona pace degli storici, consideriamo la modernità pesante come quel periodo che va dalla rivoluzione francese fino agli anni 60 del XX secolo, mentre quella liquida gli anni successivi, fino ad oggi.

Bauman ci racconta come precedentemente nella modernità liquida l’identità dell’individuo fosse molto stabile. Apparteneva a una determinata casta, a una determinata famiglia, e dal suo villaggio di origine non poteva per lo più spostarsi, a meno che di essere un nobile o aristocratico. Per la maggior parte degli uomini vivere significava vivere nello stesso posto per tutta la vita. Successivamente anche negli anni 60 del XX secolo c’era un legame del genere con la fabbrica, gli operai sapevano che avrebbero passato tutta la loro vita, fino al pensionamento, sotto lo stesso tetto. La sicurezza regnava insomma nelle loro vite.

Sicurezza ma anche tanta pesantezza, e tanta noia. In parte con il 68, in parte per diversi motivi, gli ultimi decenni del XX secolo sono gli anni della modernità liquida. Se nella modernità pesante regnavano gli standard, le regole, i codici, nella modernità liquida salta tutto. Costante flusso da seguire, continua energia da utilizzare, la modernità liquida procede a velocità vorticose.

Per favore, dimmi chi sono!

Se la modernità solida annoiava ma dava certezza, questa modernità rende liberi ma incerti. Il vortice non si ferma, ci risucchia dentro in un mondo fatto sempre di più da spersonalizzazione, incertezza, confusione. L’individuo ne risente perdendo ogni punto di riferimento. Il suo posto di lavoro potrebbe essere diverso tra cinque anni, due, forse sei mesi. Se nelle relazioni può vantare una sana libertà nei confronti del partner rischia però di vedere la propria relazione in crisi nel giro di qualche mese.

L’arte da sempre pone e risolve problemi con una sensibilità che il pesante passo delle scienze può soltanto invidiare. Così i Supertramp nella loro famosa canzone “The logical song” ci sbattono in faccia una realtà dura, cruda, che tradisce i bei sogni di quando si è bambini, che spiazza quella gioia e quell’innocenza perdute. La domanda, e la richiesta, che si sente vibrare nella canzone è sempre la stessa:

Please tell me, who I am!
(Per favore dimmi chi sono!)

Una richiesta che in un’epoca di costante incertezza, di scarsa sicurezza e di fragilità esistenziale suona in diverse tonalità. Può suonare come una richiesta disperata, oppure come un grido di aiuto, come un’ironizzare una domanda che forse è più una costruzione umana che un bisogno naturale. La risposta non viene data a delle parole, sarebbe troppo apollineo, sarebbe solo mostrare una chimera, un fantasma. A rispondere è il dionisiaco suono in minore di un sassofono, che lascia spazio alla fantasia dell’uomo, abbandonato come è a quella incessante lotta, per dirla con Bauman, tra la libertà e la sicurezza. Tra la vita e la forma.

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: