Il Superuovo

Come può una macchina avere una vita mentale? “Free Guy” incontra la filosofia della mente

Come può una macchina avere una vita mentale? “Free Guy” incontra la filosofia della mente

Che cosa significa possedere una mente o una qualche forma d’intelligenza?

Il protagonista Guy

Che cosa accomuna noi stessi, un personaggio di un videogame e un leone? Sì, è una domanda un po’ bizzarra, ma vi siete mai chiesti se esseri così diversi possano condividere certe sensazioni? E se sì, come? 

Un NPC che ama 

Guy è quello che, nel mondo dei videogiochi, viene chiamato NPC: un personaggio non giocabile, non utilizzato da nessun giocatore, ma che viene controllato dal computer stesso tramite degli algoritmi. Nel film, tuttavia, Guy vive la sua vita ignorando di essere parte di un gioco: svolgendo tutte le attività per cui è stato programmato. Finché… non incontra Millie, la quale canticchia per strada una canzone che, secondo lui, dovrebbe piacere alla ragazza dei suoi sogni. Il problema è che lei è una vera giocatrice, non un NPC: e da qui comincia per Guy un percorso di auto-consapevolezza su dove si trovi davvero e sui suoi “sentimenti”. Già, ma è possibile che lui, frutto di un programma, sia “intelligente” e, soprattutto, provi qualcosa per Millie? 

Dipende.

In filosofia della mente e nello studio dell’intelligenza artificiale ci sono due modi differenti per caratterizzare il possesso di una mente o di un’attività intellettuale qualsiasi: secondo un approccio “forte” una macchina artificiale deve simulare gli stessi processi che avvengono in un cervello umano, mentre, secondo un approccio più “debole”, non importa come l’artefatto arrivi a compiere certe azioni e atteggiamenti, ma solamente il fatto che arrivi a svolgerle. Siamo sicuri che, solo perché il modo in cui Guy arrivi a provare certe cose sia diverso dal nostro, non dobbiamo considerarle reali? Siamo sicuri che non sia un pregiudizio umano quello di considerare intelligente solo ciò che è realizzato da un cervello naturale, solamente perché sembra a noi più familiare? 

Fonte: https://unsplash.com/@markusspiske

Come può un leone provare dolore?

Il problema nasce nel momento in cui si è sostenitori di una posizione secondo la quale uno stato mentale sia identico a uno stato cerebrale: questa tesi, nota in filosofia come teoria dell’identità dei tipi, afferma che ogni tipo di stato mentale (come le credenze, i desideri o il dolore, a esempio) non sia altro che un tipo di stato neurale localizzato nel cervello. Ed è un’idea che, nell’immaginario comune, si tende a dare quasi per scontata. Ma, secondo filosofi come Hilary Putnam, se fosse così, come potrebbero esseri con un sistema nervoso completamente diverso dal nostro avere un’esperienza mentale qualsiasi? Come potrebbe un leone provare dolore senza un cervello umano? Come il nostro cane affezionarsi a noi? E, soprattutto, come farebbe Guy a ad avere un’autocoscienza se gli stati mentali sono solo ed esclusivamente stati cerebrali? 

Per queste ragioni Putnam e altri filosofi hanno portato avanti una diversa visione delle cose che prende il nome di funzionalismo, secondo la quale uno stato mentale come il dolore non è un particolare tipo di stato cerebrale, ma è uno stato funzionale dell’organismo. Quello che rende tale uno stato mentale è il ruolo causale che svolge all’interno di un corpo, non il materiale con cui questo viene realizzato. Per cui non importa se il dolore sia portato alla luce dai neuroni umani, da quelli animali, dal liquido verde di un alieno in Men in Black o dai codici artificiali di Guy: esso è una proprietà che svolge un certo ruolo, (quello del dolore, appunto) ed è indipendente dal materiale che lo realizza. 

Un pregiudizio umano

Gli stati mentali, secondo il funzionalismo, sono tali perché svolgono un certo ruolo all’interno di una organizzazione cognitiva: per cui, trovare la mente in strutture diverse da quelle umane è possibile, essa non è identica solo agli stati cerebrali umani. Ed è il motivo per cui nel film Keys, il programmatore di Guy, è riuscito a far derivare la coscienza del personaggio “costruendolo” con le preferenze personali di… Mille, di cui Keys è innamorato. Ecco perché Guy si sente attratto da Millie quando l’incontra: è stato programmato con i suoi stessi interessi. E, per quanto Millie possa dirgli che “tutto questo non è reale”, Guy intanto sente, pensa, prova dolore, ama. Forse anche Millie, allora, porta con sé quel pregiudizio troppo umano: considerare autentico solo ciò che ci è familiare. Ma, se leggesse Putnam, si accorgerebbe che Guy può essere reale proprio perché diverso. 

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