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Come dovrebbe essere un intellettuale? Breve riflessione fra letteratura e Brunori Sas

Breve analisi sulla lotta fra dovere e piacere che ha accompagnato gli artisti e gli intellettuali di ogni secolo.

Oscar Wilde una volta scrisse “Il non fare nulla è la cosa più difficile del mondo. La più difficile e la più intellettuale.” Con questo pensiero, Wilde apre a una discussione lunga secoli e relativa alla natura dell’intellettuale-artista. Infatti come dovrebbe essere un intellettuale? Impegnato e combattivo? Pronto a schierarsi in nome di un ideale? Oppure dovrebbe invece essere superiore alle cose ‘degli uomini’, così perso negli ideali e nell’altezza dei suoi pensieri da ignorare ciò che gli accade intorno? Questa è una questione a lungo discussa, nella quale anche i poeti e gli artisti hanno preso una posizione, e ancora oggi molto accesa, ma del resto non potrebbe essere diversamente. Infatti è normale, e lo è sempre stato, che nelle situazioni di crisi le persone cerchino dei punti di riferimento, delle bussole per orientarsi in una realtà sempre più difficile da capire e interpretare.

Utilità e bellezza: il dilemma dell’intellettuale-artista

Il Principe di Machiavelli, editio princeps (1532)

Cosa deve inseguire l’arte? La bellezza o l’utilità? Dove dobbiamo collocare il significato nell’arte? Nella sfera estetica o in quella sociale? Probabilmente una risposta assoluta non c’è, ogni epoca ha avuto la sua. Ciò nonostante possiamo analizzare alcune posizioni che sono state prese nel corso della storia da letterati e movimenti culturali. Se volessimo andare proprio lontano potremmo citare Cesare e l’uso assolutamente utilitaristico della sua produzione letteraria. Giulio Cesare è un esempio evidente di letteratura come mezzo e non come fine. Più o meno nello stesso periodo, Catullo scrive invece poesie per amore e per gioco. Risalendo ancora potremmo ricordare Machiavelli e la sua speranza di ‘costruire’ un buon principe. Dovremmo però tenere a mente Il Cortegiano di Castiglione, scritto appena quattro anni prima de Il Principe, e orientato su un piano totalmente diverso da Machiavelli, seppure vólto a istruire sulla vita di corte. Il Settecento è forse il secolo della ‘poesia utile’ per antonomasia. L’Illuminismo sposta l’ago della bilancia vertiginosamente a favore della poesia impegnata, e in questa direzione scrivono autori come Voltaire e Rousseau. Con l’Ottocento, tra le idee illuministe ormai indebolite dalla Rivoluzione francese e dalle sue conseguenze, si fa strada il Romanticismo, con le sue idee sul genio e sulla natura. In questo contesto la storia rimane per lo più sullo sfondo, diventa un mero strumento per far risaltare la genialità del poeta (o dell’artista). A cavallo fra Ottocento e Novecento la situazione si complica, le voci si moltiplicano. Troviamo D’Annunzio e Pascoli, così diversi anche per quanto concerne il significato ultimo della poesia. E troviamo i Veristi, ispirati dal Naturalismo francese e decisi a fotografare, nel bene e nel male, la realtà italiana. Nel Novecento, in merito a questa discussione, è doveroso citare le avanguardie: tanto il Futurismo è concreto e teso a obiettivi pratici e, secondo i suoi esponenti, utili (“Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente; Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei liberali, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna; Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria”), quanto invece i Crepuscolari scelgono i toni sommessi di chi non pensa di poter più fare nulla. In questo contesto si inserisce anche Palazzeschi con la figura del saltimbanco, o con quella di Comare Coletta, che continua a mostrare la propria arte in mezzo a un’anonima folla che ride di lei e non la capisce. Il tema impegno-disimpegno si colora di due nuove posizioni nei decenni delle due Guerre mondiali. In questo periodo ci sono voci come quella degli Ermetici, che attraverso Quasimodo spiegano il valore del loro disimpegno (“E come potevamo noi cantare/ con il piede straniero sopra il cuore,/ fra i morti abbandonati nelle piazze/ sull’erba dura di ghiaccio, al lamento d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero/ della madre che andava incontro al figlio/ crocifisso sul palo del telegrafo?/ Alle fronde dei salici, per voto,/ anche le nostre cetre erano appese,/ oscillavano lievi al triste vento”). Ma anche voci come quella di Primo Levi, di chi come lui ha vissuto l’orrore dell’Olocausto, o di chi semplicemente sente di dover pagare un debito dopo la guerra, di dover far capire qualcosa, in una corrente che presto prende il nome di Neorealismo.

Primo Levi

Brunori Sas tra denuncia e arte

La scelta dell’impegno (o del disimpegno) intellettuale è un argomento tuttora attuale. Riguarda la letteratura, come l’arte e la musica. In questo ultimo campo, uno dei più interessanti esempi italiani di arte impegnata è, secondo me, Brunori Sas. Per capire in quale modo la sua arte incontri la protesta e l’impegno, basterà ascoltare una canzone raccolta nell’album “A casa tutto bene” (2017) e intitolata “L’uomo nero”. Questa canzone, dal tono dolce-amaro e dallo sguardo lucido, inquadra la figura del razzista-populista moderno nel clima di odio dilagante che caratterizza il nostro tempo (“Hai notato  che l’uomo nero/ Spesso ha un debole per i cani/ Pubblica foto coi suoi bambini/ Vestito in abiti militari./ Hai notato che spesso dice/ Che noi siamo troppo buoni/ E che a esser tolleranti poi/ Si passa per coglioni”).

La copertina dell’album “A casa tutto bene”, contenente il brano “L’uomo nero”

Con la seconda strofa, il cantautore calabrese denuncia l’ipocrisia borghese che caratterizza questo pensiero xenofobo e razzista (“Hai notato che gli argomenti/ Sono sempre più o meno quelli./ Rubano, sporcano, puzzano e allora/ Olio di ricino e manganelli./ Hai notato che parla ancora/ Di razza pura, di razza ariana/ Ma poi spesso è un po’ meno ortodosso/ Quando si tratta di una puttana”). Brunori Sas ci mostra cosa stiamo diventando e ci ‘minaccia’ con un sottointeso che fa venire i brividi (“E tu, tu che pensavi/ Che fosse tutta acqua passata/ Che questa tragica misera storia/ Non si sarebbe più ripetuta/ Tu che credevi nel progresso/ E nei sorrisi di Mandela/ Tu che pensavi/ che dopo l’inverno/ sarebbe arrivata una primavera./ E invece no”). La strofa successiva analizza un’ulteriore realizzazione di quel perbenismo teorico che spesso è alla base delle peggiori violenze (“Hai notato che l’uomo nero spesso ha un debole per la casa/ A casa nostra, a casa loro/ Tutta una vita casa e lavoro/ Ed è un maniaco della famiglia/ Soprattutto quella cristiana/ Per cui ama il prossimo tuo/ Solo carne di razza italiana”).

Brunori Sas, nome d’arte del cantautore Dario Brunori

Nella quarta strofa denuncia uno dei grandi pericoli dell’influenza che questo populista-razzista ha sulla mente delle persone, e lo fa svelandoci uno dei modi in cui si insinua nelle menti delle persone, anche di quelle che non ne condividono il pensiero. Questo è un grande torto che i populisti xenofobici descritti nella canzone ci fanno subire, svelandoci cosa realmente sono: un virus che si insinua in ogni sistema.  (“Ed hai notato che l’uomo nero/ Semina anche nel mio cervello/ Quando piuttosto che aprire la porta/ La chiudo a chiave col chiavistello/ Quando ho temuto per la mia vita/ Seduto su un autobus di Milano/ Solo perché un ragazzino arabo/ Si è messo a pregare dicendo il corano”). Infine c’è un esplicito riferimento all’arte, al suo potere e alla sua impotenza in un’epoca in cui subiamo martellanti messaggi di odio e paura che ci fanno dimenticare che siamo innanzitutto umani (“E io, io che pensavo/ Che fosse tutto una passeggiata/ Che bastasse cantare canzoni/ Per dare al mondo una sistemata/ Io che sorseggio l’ennesimo amaro/ seduto a un tavolo sui Navigli/ Pensando in fondo va tutto bene/ Mi basta solo non fare figli/ E invece no”).

L’utilità e la bellezza dell’arte sono due facce di una stessa medaglia, una non esclude l’altra. Anzi, molto spesso, e Brunori Sas così come i poeti citati ce lo dimostrano, tanto più una forma d’arte è bella quanto più il suo messaggio arriva forte e chiaro. Ecco forse spiegata l’eterna attualità di alcune poesie, canzoni, opere d’arte.

Viviana Vighetti

 

 

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