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Cinque tecniche infallibili messe a punto dagli antichi Greci per essere felici

Che la felicità sia l’obiettivo della maggior parte degli uomini era già chiaro ad Aristotele. Ma come facciamo a ottenerla? Ecco cinque tecniche formidabili con cui riempire la propria vita di gioia ed essere finalmente felici.

Aristotele, come tutti i Greci, propone un’etica eudemonistica (dal greco eudaimonìa, “felicità”). Il fine ultimo dell’uomo – scrive nell’Etica a Nicomaco (Libro I, 1097 b) – è la felicità. Infatti, tutto ciò che facciamo, pensiamo e diciamo è un mezzo in vista di quel fine che è la felicità. Uno dei problemi fondamentali della filosofia greca è: come essere felici? Scopriamolo insieme.

1. Alcmane e Euripide: felix minima e sbronza del sabato sera

Partiamo dal livello più basso di felicità. Quello che garantisce poche gratificazioni a lungo termine. Ma che, al pari della base di una piramide, è anche il più frequentato. Consiste, banalmente, nel non provare dolore. Scrive il poeta lirico greco Alcmane (metà VII sec. a.C.):

Felice chi, con saggezza, intesse il proprio giorno senza lacrime. (Fr. 1, 37–39).

Felice non è colui che è perennemente beato (felicità positiva o felix maxima), ma colui che non prova dolore (felicità negativa o felix minima). Ora, un simile condizione potrebbe anche andare bene, purché spalmata su tutti i giorni della nostra vita (kath’hemeran scrive Archiloco). “Mai una gioia” ma, almeno, “mai una sofferenza.” Purtroppo, il nostro non è le meilleur de tous les mondes possibles e l’uomo è costretto alle lacrime fin dalla nascita (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, VII, 2). Cosa fare, allora, quando subentra la sofferenza? Dobbiamo limitarci a scacciarla come un’ospite indesiderata. Come facciamo a mandarla via? Secondo il tragediografo ateniese Euripide, abbandonandoci alla rassegnazione e… ai fumi dell’alcol (Alcesti, 790–91). Bere per dimenticare, insomma. In realtà ci sarebbero altri metodi, come i dolorosissimi esercizi ascetici dei Samana, descritti da Hermann Hesse nel suo celebre romanzo del 1922. Ma – sostiene Siddhartha, rivolgendosi a Govinda – il loro effetto di evasione e stordimento non è poi tanto diverso da quello del latte di cocco fermentato.

2. La misura, non il soldo, fa la felicità

 VI sec. a.C. Siamo alla corte di re Creso di Lidia, figlio di Aliatte e ultimo discendente della dinastia mnermade. Solone, saggio legislatore (diallaktès) ateniese, viene condotto per le stanze del palazzo reale, affinché possa ammirare le immense ricchezze del sovrano. Terminato il giro turistico, Creso lo interpella: “Chi è, secondo te, l’uomo più felice della Terra?” Ha tutta l’aria di essere una domanda retorica. L’imprevista risposta di Solone lo spiazza: “Tello l’Ateniese!”

Con questo celebre episodio, narrato nel primo libro delle Historiai (cap. 30–33), lo storico Erodoto intende esemplificare l’ideale greco di felicità. Essa non consiste nel possesso di molti beni, i quali sono sottoposti all’arbitrio della Fortuna bendata (tyche) e spesso vengono sottratti per “invidia degli dèi” (phthònos theòn). Ma nell’esercizio della virtù, ossia in una vita vissuta “secondo misura”. Per i Greci, infatti, la felicità (eudaimonìa) è “buona” (eu) realizzazione, secondo misura (katà mètron), del proprio dàimon, della propria “passione” o “vocazione” più profonda (cfr. U. Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli, Milano 2009, pp. 64–78). Il concetto di “giusta misura” (mesòtes o metriòtes) è di capitale importanza nella mentalità greca, fin dai tempi più arcaici. Superare i propri limiti significa peccare di tracotanza (hybris) e quindi essere precipitati nella sciagura (tarache).

3. Educazione cinica e felicità anarchica

Prima della dinamite anarchica di Stirner e delle pagine al vetriolo di Nietzsche, ecco Diogene di Sinope. Padre del Cinismo e di certo anarchismo naturalistico, era un greco barbuto, che viveva in una botte di legno, girava nudo per le strade di Atene, di giorno e con una lanterna accesa in mano, gridando “Cerco l’uomo!”, mangiava e si masturbava in pubblico, paragonandosi a un cane. Tali notizie ci provengono soprattutto dal libro VI delle Vite di Diogene Laerzio, ma qualche altro riferimento si trova in Plutarco, Stobeo, Luciano e nelle antologie in lingua inglese o francese di Hard, Dobbin e Paquet.

Ebbene, l’ideale di felicità del nostro filosofo, che ebbe persino la faccia tosta d’intimare ad Alessandro Magno “spostati, ché mi fai ombra” (Diog. Laer., Vite, VI, 44), è presto detto. Bisogna negare l’esistenza di Dio, o meglio, identificare Dio con la natura (panteismo). Quindi, vivere in accordo con essa e rifiutare ogni norma e convenzione sociale, all’insegna della spudoratezza (anaideia) e della soddisfazione dei propri appetiti con i soli mezzi naturali, cioè senza lasciarsi irretire dai bisogni indotti della società. E allo stesso tempo, ricavare piacere da una vita frugale, fatta di privazioni e della rinuncia alla comodità della vita “addomesticata.”

4. Aristotele, ovvero il sogno di ogni professore

Nel famoso libro X dell’Etica Nicomachea, che provocherà qualche grattacapo ai teologi medievali, Aristotele espone la propria concezione della felicità, autentico fine (tèlos) dell’uomo. In cosa consiste? Innanzitutto, dobbiamo capire qual è l’opera propria dell’uomo, ciò che più lo contraddistingue. Infatti, come il calzolaio e il falegname hanno una loro opera specifica, così deve averne una anche l’uomo. Non può essere il semplice fatto di vivere, comune anche alle piante. Né la possibilità di provare piacere, comune anche agli animali. Se, infatti, decidessimo di equiparare l’uomo agli animali, non ci resterebbe che seguire le orme di Diogene. Non resta, dunque, che l’attività della componente razionale dell’anima. L’uomo è allora, essenzialmente, un “animale razionale” (zoon lògon èchon). Ora, la massima espressione della ragione è lo studio della filosofia. Possiamo concludere che l’uomo sarà pienamente felice solo se passerà tutta la vita a studiare libri di filosofia, esercitandosi nella contemplazione intellettiva (theòresis).

5. Plotino e la visio beatifica Dei

In realtà, basta fare un sondaggio tra gli studenti delle nostre scuole per capire che stare curvi sui libri non sia il massimo della gioia. E se si vuole liquidare costoro come miserevoli epitymetici alla Platone o ilici alla Carpocrate, o, insomma, li si vuole considerare rozza plebaglia, non si può ignorare il triste esempio di Giacomo Leopardi, che di certo non era un illetterato. È dunque evidente che la felicità, quella vera, non può derivare dallo studio dei libri e quindi, a maggior ragione, da qualsiasi altra attività umana. Se è impossibile la felicità nell’al di qua o ci abbandoniamo alla disperazione – e allora la strategia di Alcmane/Euripide può avere un senso – oppure la situiamo in un Aldilà paradisiaco. Esso non è solo un postulato morale, alla Platone (Gorgia) o alla Kant (Critica della ragion pratica). Ma una reale possibilità di riscatto, innanzitutto esistenziale, dunque a prescindere dall’esercizio della virtù, cui già Plotino faceva riferimento, parlando di “nostalgia della casa del Padre.” Non basta più, a suo dire, limitarsi a diventare l’autentica versione di sé stessi (par. 2), scolpendo la propria “auto–scultura” (Enneadi, I, 6, 7–9), ma bisogna fondersi con il divino. Esperienza che è possibile in questa vita solo per mezzo di rare visioni mistiche, ma che è garantita a tutti gli uomini di buona volontà, depositari di un’anima immortale, dopo la morte. La nostra massima felicità consisterà, allora, secondo le rielaborazioni agostiniane della dottrina di Plotino, nella contemplazione di Dio per tutta l’eternità.

 

 

 

 

 

 

 

 

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