Ci ha lasciato Vittorio Mathieu, il filosofo ispirato da Kant e Bergson

Il 30 settembre scorso, a Chivasso, ci ha lasciato Vittorio Mathieu, un esperto di filosofia della scienza ispirato da Kant e Bergson. 

Mercoledì 30 settembre ci ha lasciato Vittorio Mathieu, un noto esponente della filosofia italiana impegnato anche in politica. Non vi dico altro qui e vi starete chiedendo perché scrivo sempre necrologi. Semplice: la filosofia non è fatta solo di Kant Hegel Nietzsche Socrate Platone e Aristotele, ma anche di altri mille personaggi in cerca di conoscenza che a scuola non si studiano. Ciao Vittorio, fai buon viaggio.

Vita e istruzione e introduzione alla filosofia di Vittorio Mathieu

Vittorio Mathieu nasce a Varazze il 12 dicembre 1923. Dopo essersi diplomato al liceo, si iscrisse a giurisprudenza, ma cambio idea si laureò poi in filosofia teoretica nel 1946 all’Università di Torino con il professor Augusto Guzzo, rappresentante dello spiritualismo cristiano ed autore di importanti studi su Immanuel Kant; fu proprio questo un pensatore che in seguito sarebbe stato centrale nella vita intellettuale di Mathieu. Nel 1956 ottiene il suo primo incarico come docente libero di filosofia teoretica che lo vide incaricato nel 1958 e professore bordinato nel 1961; nel 1960 vince il primo concorso istituito per la cattedra di storia della filosofia e dal 1967 fu professore emerito di filosofia morale a Triste. Vita accademica intensa e pieni di studi anche per qua to riguarda l’estetica e la filosofia della scienza.

I suoi studi di filosofia della scienza

Mathieu ha interrogato ogni limite interno ed esterno della scienza chiedendo aiuto in primis a due mostri sacri: Kant e Bergson, mentre tutti studiavano Marx lui era lì che aveva tutt’altro interesse e punti di riferimento i soliti. A tal riguardo pubblicò nel 1949 questo saggio: “Limitazione qualitativa della conoscenza umana” e nel 1960, “L’oggettività nella scienza e nella filosofia moderna e contemporanea”. Operando una sintesi originale e poco nota su Leibniz chiamata stratificazione dell’essere. Per Mathieu la realtà umana quindi non è ridotta solo alla scienza ma è un connubio in cui l’uomo è scienziato della natura ed ermenetua della cura. Nel 1970, inoltre, avvia due studi pionieristici sull’applicabilità del teorema di Gödel al diritto poiché ritiene che si possa apicare al sistema giuridico traballante. Tale teorema è quello reso famoso dal filosofo/scienziato nel 1931 “non si può dimostrare la coerenza di un sistema logico all’interno del sistema stesso”.

Estetica, filosofia civile e storia della filosofia

I suoi temi a caratteri estetici sono molti ma ne spicca uno a livello ontologico, ovvero quella capacità dell’ente di rivelarsi all’uomo. Con le opere d’arte, basandosi sul modello heiddegeriano, l’uomo passa dal nulla all’essere solo con il suo occhio. “Goethe e il suo diavolo custode” è il suo ultimo testo pubblicato ed è un trattato di estetica. Tra il 1972 e il 1980 scrive tre trattati di filosofia civile prendendo spunto da José Ortega y Gasset e Max Horkheimer che avevano già predetto il declino dell’essere umano con l’avvento della tecnologia di massa e mette in guardia gli uomini Dale teorie nichilistae e dalle ideologie totalitarie. Qui ricordo La speranza nella rivoluzione del 1972. Nel 1963 pubblica “Il problema dell’esperienza” dove realizza una traduzione e critica come sintesi del pensiero kantiano. I somma Mathieu era un filosofo poliedrico e mai banale, eclettico e rigido, ma che sicuramente meriterebbe più spazio e noi ti ricordiamo così. Ciao Vittorio, fai buon viaggio!

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