Chomsky, Piaget, Vygotskij e l’importanza del linguaggio: 7 parole che uniscono il mondo

Possono sette parole unire il mondo? La scoperta di termini che hanno lo stesso significato in culture diverse.

Chomsky, Piaget, Vygotskij e l'importanza del linguaggio: 7 parole che uniscono il mondo

Vocaboli che all’apparenza non hanno nulla in comune, termini onomatopeici, altri affettuosi e qualcuno addirittura dalle sembianze complicate ma parole che hanno lo stesso significato in lingue e anche culture all’apparenza lontane.

Le sette parole

Cos’hanno in comune le parole mamma, caffè, pigiama, ok, huh, chitarra e haha? A primo impatto sicuramente non vi diranno nulla, anzi. Parole diverse per difficoltà e significato, alcune sono semplici onomatopee; eppure qualcosa che le accumuna c’è. Sono vocaboli universali che non bisogna tradurre. Mentre termini quali pigiama, caffè e, all’apparenza complicata, chitarra hanno radici pressoché simili e non si discostano molto dall’originale, le altre hanno una grande diffusione nel mondo unicamente perché sono molto popolari. Diverso è il discorso per huh e haha; la prima parola è un intercalare che si usa in molte culture soprattutto per non interrompere un discorso altrui e la seconda è il modo generale per esprimere le risate in un messaggio. Un’altra teoria è stata presa in esame per parlare della diffusione della parola mamma. Il ricercatore Roman Jacobson asserisce che l’importanza di tale termine si può far risalire direttamente allo sviluppo del linguaggio. Le lallazioni e i primi vocaboli del bambino non sono puramente casuali. Riferendosi a mamma, il suono ah è uno dei più facili da riprodurre e anche uno dei primi, creare mmm d’altro canto è facilissimo.

Chomsky, Piaget, Vygotskij e l'importanza del linguaggio: 7 parole che uniscono il mondo

Lo sviluppo del linguaggio

“La facoltà di linguaggio. Una proprietà unica della nostra specie, condivisa da tutte le popolazioni umane, priva di vere analogie in altri animali. Una proprietà al centro della creatività umana, del patrimonio culturale e dell’organizzazione sociale.” è ciò che afferma Noam Chomsky, uno dei più grandi esperti di linguistica dei nostri giorni. La sua teoria sulla grammatica universale è forse la più importante quando si parla di linguaggio, anche se non è l’unico a essersi interessato all’argomento. Più precisamente egli sviluppò la teoria della grammatica trasformazionale, di base una teoria innatista. All’incirca negli anni ’60, Chomsky ipotizzò l’esistenza di un dispositivo chiamato LAD (abbreviazione di Language Acquisition Device, acquisizione del linguaggio) che permette di spiegare appunto ciò che porta il bambino a parlare e a formulare le prime frasi. Si dice teoria innatista perché questo dispositivo è insito in ognuno di noi fin dalla nascita, è biologico. La produzione di vocaboli e poi di discorsi sempre più strutturati non è uno specchio di ciò che l’adulto o il caregiver dice, ma un bagaglio che appartiene a tutti i bambini. Regole grammaticali, logiche non si apprendono, bensì sono le fondamenta biologiche dell’acquisizione e in seguito produzione del linguaggio.

 

Teorie sullo sviluppo del linguaggio

Come già accennato prima l’ultranovantenne Noam non è l’unico ad essersi interessato alla produzione delle parole. Prima di lui due importanti psicologi, Piaget e Vygotskij, sono stati attratti dall’argomento. Entrambi collegano lo sviluppo del linguaggio a quello del pensiero. Jean Piaget afferma come il vocabolario cambi, passando da un uso egocentrico ad uno socializzato, tipico dell’adulto. All’inizio infatti il bambino parla come se fosse solo, per sé stesso, non si preoccupa di essere ascoltato. In seguito cercherà l’attenzione dell’interlocutore, quindi il suo fine ultimo sarà quello di comunicare e di farsi capire.  Vygotskij, nonostante condivida il pensiero dell’esistenza di un linguaggio egocentrico e uno socializzato, crede che coesistano già nell’infante. Il primo diventa interiorizzato, in modo da diventare un codice interiore e non scompare come invece afferma lo studioso svizzero. È l’apprendimento sociale ciò che guida il pensiero dello psicologo russo, le parole servono ad interagire col mondo.

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