Chi siamo realmente quando nessuno ci guarda? Scopriamolo con Gypsy e il Sé specchio di Cooley

“Chi sei quando nessuno ti guarda?” Questo è lo slogan della serie tv “Gypsy”. Analizzeremo la trama della serie collegandola al concetto del Sé specchio di Charles Horton Cooley e ad altri concetti sociologici.

 

“Gypsy” è una serie tv Netflix uscita nel 2017 che scava nei più reconditi meandri della mente umana, e parla del concetto secondo cui ognuno di noi è ciò che l’altro vede. Questo programma lascia un grande dilemma a chi lo guarda: Chi siamo realmente? Siamo ciò che gli altri vedono o ciò che facciamo quando nessuno ci guarda?

La trama della serie

La trama della serie analizza i lati più profondi della mente umana. A partire da Jean Holloway, psicologa di Manhattan, che vive in periferia con il marito e la figlia.

Jean all’apparenza sembra una persona ordinaria: è dedita al suo lavoro e si occupa costantemente della sua famiglia, ma in realtà nasconde delle perversioni. La donna infatti è profondamente attratta dalle vite dei suoi pazienti, così entra in contatto con i loro amici e parenti sotto una falsa identità, quella di Diane Hart, presentandosi come una scrittrice single.

Tra una serie di eventi in cui Jean oltrepassa i confini della sua vita privata e professionale, alla fine la protagonista si imbatte in una situazione molto rischiosa. Si avvicina volontariamente alla ex fidanzata di un suo paziente, Sydney Pierce, una giovane donna attraente e manipolativa che coinvolge la psicologa in una spirale di avvenimenti pericolosi che rischiano di rovinarla per sempre.

Il Sé specchio di Cooley

Charles Horton Cooley, sociologo americano dell’Ottocento, ha dedicato i suoi studi alla riflessività personale dell’individuo. Cooley parla del Senso del Sé come un insieme di pensieri e di sensazioni che si provano considerando noi stessi come oggetti del giudizio altrui.

Il sociologo parla inoltre del Sé specchio, ovvero l’idea che il nostro Sé si sviluppi come riflesso del modo in cui riteniamo che gli altri ci vedano. Egli parla di tre fasi nelle interazioni che sviluppano il nostro Sé: immaginiamo la nostra immagine negli occhi degli altri, immaginiamo che gli altri esprimano giudizi su di noi, e infine proviamo una sensazione che deriva dal giudizio immaginato.

A questo tipo di tematiche fece riferimento anche il sociologo Erving Goffman con il suo approccio drammaturgico. Quest’ultimo studia le interazioni sociali utilizzando la metafora della vita come teatro. Goffman individua tre caratteristiche della vita sociale: le aspettative di ruolo, quindi la pressione di accontentare chi guarda in base alle aspettative sul proprio status sociale, la gestione delle impressioni, il ruolo interpretato alla presenza di un pubblico, e palcoscenico e retroscena: come gli attori sociali cambiano il proprio comportamento in base a chi hanno davanti, utilizzando o no la propria maschera sociale.

Chi siamo realmente?

Dal momento in cui siamo soliti oscillare tra la paura del giudizio altrui e la nostra volontà di agire, chi siamo noi realmente? Siamo ciò che facciamo con gli altri o ciò che facciamo quando nessuno ci guarda?

A primo impatto verrebbe da dire che siamo ciò che siamo quando nessuno ci guarda, poiché non temiamo un giudizio imminente ma agiamo secondo la nostra volontà. Potrebbe essere anche possibile però, che le aspettative di ruolo all’interno della società (quindi i costrutti sociali) siano così radicate da far sentire l’individuo come “in gabbia“, tanto che esso si vuole reinventare facendo da solo ciò che, davanti a un pubblico, sarebbe giudicato male.

Non si può dare una risposta concreta a questo tipo di domanda, perché ogni individuo è l’unico in grado di scavare dentro se stesso. Ma è un dato di fatto che se noi non ci vedessimo attraverso gli occhi degli altri avremmo difficoltà ad autodefinirci, poiché esistiamo solo se interagiamo con il prossimo. Inoltre, è come se noi non ci fossimo mai guardati allo specchio, come sapremmo che aspetto abbiamo?

 

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