Chi non salta non è d’accordo con Spinoza: la filosofia del tifo calcistico

Il calcio, come qualsiasi spettacolo, ha senso solo se qualcuno lo guarda. L’essenza di qualsiasi spettacolo trova compimento negli occhi e nel cuore dello spettatore. I tifosi sono probabilmente l’aspetto sociologicamente e filosoficamente più interessante dello sport. Proviamo ad analizzarli con Baruch Spinoza.

La principale opera di Spinoza (1632-1677), filosofo fascinoso e energico, è Etica, pubblicata nell’anno della morte dell’autore. La filosofia dell’olandese, espressa con il peculiare metodo geometrico, che prevede l’analisi filosofica in stile scientifico (definizioni, assiomi, preposizioni e dimostrazioni) appare in tutta la sua vitalità. Un inno all’energia, al piacere di vivere e alle emozioni. Proprio la teoria delle emozioni, definite da Spinoza come affetti, è ciò che ci interessa parlando di tifoseria sportiva. Quella calcistica in particolare, poiché quella più passionale e diffusa, oltre che molto spinoziana.

Le emozioni in Spinoza: tristezza e gioia

Nella trattazione della teoria emotiva, Spinoza fa riferimento più al corpo che all’anima. Non a caso egli è il “filosofo del corpo“, colui che ha ridato valore al corpo, che nella filosofia è stato sempre subordinato allo spirito. Egli parla di affetti. L’affetto è una variazione della potenza di agire: in parole povere, un sentimento interno determinato da un’idea. Le idee infatti, essendo rappresentazioni di qualcosa, suscitano affetti, ovvero modificazioni emotive. La potenza di agire, volgarmente definibile come “voglia di vivere“, è modificata dagli affetti. Ogni uomo è posseduto dall’istinto irrefrenabile alla sopravvivenza, e gli affetti possono far provare all’uomo vicinanza o lontananza rispetto ad essa. Spinoza ne individua due, da cui poi si creano tutte le altre emozioni: tristezza e gioia. Ogni evento che riduca la potenza di agire è triste, qualsiasi che la aumenti sarà gioioso. Ad esempio, se dicessi “ho mal di testa, non riesco nemmeno a leggere“, l’idea del mal di testa, che rappresenta un evento riguardante il mio corpo, genera tristezza, la quale riduce la mia potenza di agire, avvicinandomi alla non sopravvivenza. L’uomo è quindi destinato a dover agire, a dover assecondare tutte le emozioni e gli eventi positivi, gioiosi, in quanto, appunto, aumentano la potenza di agire, e, di conseguenza, la vita stessa. Spinoza sembra quindi elogiare la festa, il movimento, ma non in un senso nichilista e distruttivo, bensì come elemento massimamente costruttivo, il cui annullamento porterebbe alla decomposizione dei corpi. Una festa di popolo, cosa che avviene ad esempio in uno stadio, produce massima gioia, aumentando potenza di agire e gradimento nei confronti della vita.

 

Ritratto di Baruch Spinoza

La tribuna e l’imitazione degli affetti: quando il tifo va oltre il gioco

Una tifoseria è spesso qualcosa di più che un gruppo di persone che sostengono una squadra. Si tratta più di una comunità, di un’élite, di una categoria familiare spontanea. Il contesto dello stadio, diverso dall’ordinario, spinge le persone ad unirsi nella manifestazione sportiva, entrando in empatia spontanea con il proprio vicino, anche senza averlo visto prima. Questo fenomeno è esattamente ciò che Spinoza chiama imitazione degli affetti. Precedentemente dicevamo di come l’uomo sia spinto alla sopravvivenza. Questo lo fa essere soprattutto egoista. Ciò che però caratterizza una comunità di simili, uniti fra loro da interessi comuni, o banalmente dal fatto di appartenere alla stessa specie vivente, è l’andare oltre l’egoismo, verso l’empatia. Spinoza in questo ha ispirato anche le neuroscienze, in particolare Giacomo Rizzolati, il quale ha scoperto che la vista di un’azione del proprio simile attiva nell’osservatore gli stessi neuroni che hanno spinto il primo a compiere quell’azione. Un bambino che vede i suoi compagni giocare a calcio, avrà voglia di giocare a calcio. Spinoza trova così una risposta convincente alla teoria che vede i tifosi come una massa di individui disinteressati riguardo ai temi importanti, come politica o finanza. L’imitazione degli affetti è qualcosa di naturale, e inoltre, essendo portati a sopravvivere, cerchiamo tutto ciò che aumenti la nostra potenza, ovvero la gioia. Inoltre, sostiene Spinoza, il fatto che qualcosa che porti gioia a noi, venga visto di buon occhio dai nostri simili, fa aumentare ancor di più la gioia, aumentando quindi la nostra potenza. Per questo cerchiamo continuamente affermazione sociale, per sopravvivere. In questa visione, non c’è nulla di più naturale di una tifoseria. Unione, comunanza e amplificazione della gioia, dovuta all’idea di un trionfo sportivo.

Striscione apparso nella curva dell’Atalanta

 

Il folklore nei popoli: il ruolo del calcio

Il calcio, oltre che un gioco, è cultura. In Italia soprattutto. Intorno al calcio sono nate delle storie, delle teorie e delle filosofie: il sarrismo ad esempio, votato all’esaltazione della bellezza e dell’attacco, che ha ispirato moltissimi esattamente come una filosofia di vita, essendo legato molto alla quotidianità e alla politica. Il carattere dei popoli risiede non tanto nella spiritualità e nella cultura, ma negli effetti che esse hanno nel quotidiano. I retroterra culturali definiscono le azioni abituali, le preferenze culinarie e sportive. Ad esempio in Argentina e di riflesso in tutto il Sud America, il calcio è cosa quotidiana. Non è un caso, dato che proprio l’Argentina fu terra di immigrazione per moltissimi italiani. Alcuni fra questi fondarono non solo Buenos Aires (il cui nome deriva infatti da Bonaria) ma anche la squadra storica della capitale, ovvero il Boca Juniors. I tifosi del Boca infatti prendono il nome di Xeneizes, che etimologicamente significa “genovesi”. Furono infatti immigrati genovesi a fondare il quartiere La Boca. Questi esempi raccontano un tratto peculiare delle culture latine, ovvero la passione sportiva. Già Le Bon, in Psicologia delle folle, sosteneva la diversità dei caratteri dei popoli, distinguendoli, seppur in maniera dichiaratamente razziale, a seconda delle diverse aree del mondo. Secondo Le Bon i popoli latini sarebbero per natura più passionali, e dunque, più soggetti a subire gli affetti, soprattutto quelli gioiosi. Non ci sarebbe nulla, dunque, di più filosofico di una curva in uno stadio.

Marco Braconi

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