Il Superuovo

Che senso ha la vita? Tra l’interiorità e l’esteriorità dell’esistenza

Che senso ha la vita? Tra l’interiorità e l’esteriorità dell’esistenza

Già, che senso ha la vita? Ormai questa domanda segnala quasi una nota di umorismo, usata e riusata, diventata proverbiale, retorica.

Beh, quindi? Che senso ha la vita? Boh, non saprei. Per darsi una risposta bisognerebbe valutare una grande quantità di fattori, sensazioni, idee e pensieri. Insomma, stiamo parlando della vita, non una semplice azione, bensì la madre di tutte le azioni. Stiamo prendendo il fondamento di ogni sistema e ci stiamo spingendo più indietro ancora, a cercare nel buio le fondamenta del fondamento, e poi, a molla, avanziamo il più possibile, a cercare nell’ignoto il fine del fondamento, la direzione verso cui tutto procede.

Una questione tanto difficile che, più spesso che volentieri, termina nel misticismo, nell'”io non lo so, ma secondo me è così“. Un filosofo, però, del “secondo me” non si accontenta mai. Al filosofo, prima della casa, interessano le fondamenta, quelle che non si vedono, dimenticate nel sottosuolo, tali che, alla vista di una splendida villa, mentre chiunque ne apprezzerebbe la bellezza estetica, egli si chiederebbe quanto solidamente questa sia piantata nel terreno, cercando di capire se vi sia anche una sola possibilità recondita che, prima o poi, essa possa crollare.

Siamo noi ad assegnare un senso alla nostra vita

Il senso di quest’esistenza, dolorosa o meravigliosa che sia è lasciato alla discrezione del lettore, è stato ricercato in lungo e in largo nella storia della filosofia, dove l’idea di un bene assoluto da inseguire, come il fine di tutte le cose, è stata affrontata diverse volte. Aristotele e la sua teleologia su tutti; KantNietzsche e i loro pensieri di critica alla teleologia in risposta a questa tendenza. Esiste un bene assoluto? Un bene oggettivo da inseguire per tutti? “Non saprei, il bene dipende“, potrebbe dire un annoiato Hobbes.

Der Monch am Meer – Caspar David Friedrich.

La visione di un bene assoluto tuttavia rimane fortemente incerta e, soprattutto dopo gli sviluppi che hanno portato l’uomo alle attuali condizioni storiche, nella società contemporanea l’idea che prevale, per quanto riguarda il senso del ritrovarsi ogni mattina ad alzarsi dallo stesso letto sempre ugualmente assonnati, è che siamo noi a plasmare il nostro fine, a decidere come metterci in gioco nella vita per cercare il massimo grado di soddisfazione e realizzazione.

E quindi cosa ce ne facciamo della nostra vita?

Ognuno è libero di scegliere per se stesso, libero di inseguire tutto ciò che più desidera, o forse non proprio tutto. Insomma, siamo veramente liberi di scegliere? Non esattamente, basti guardare a quanti vincoli sociali incatenano le nostre decisioni e azioni a determinate valutazioni. Quanti doveri, sia morali che istituzionali, legano i nostri arti, costretti (non così malignamente come appare) a rispondere a quella chiamata che ci invita ad essere membri attivi e funzionali della comunità.

Le strade che ognuno può percorrere nella direzione della realizzazione, del poter dire “ce l’ho fatta, ora posso dormire felice per sempre“, sono moltissime se si considera la profonda complessità dell’animo umano con le sue infinite sfaccettature. Così, ora, sorge con prepotenza una nuova domanda.

Esistono scelte di vita con maggior valore di altre?

Partendo dall’esclusione di tutti quei percorsi di vita dannosi nei confronti degli altri, di se stessi o della società in generale, la risposta alla domanda risulta chiaramente negativa.

Solo seguendo se stessi, lavorando continuamente nella direzione dei propri desideri, dei propri gusti, delle proprie passioni e delle proprie intenzioni, e non seguendo le aspettative degli altri, si raggiungerà la propria realizzazione personale. In definitiva, solo seguendo il proprio “senso” se ne potrà donare uno alla propria esperienza.  Come sarebbe possibile stabilire un criterio per valutare le varie scelte di vita, quando ognuno porta avanti differentemente le proprie priorità? Nulla risulta essere un appiglio abbastanza forte e sicuro da costituire il fondamento di una gerarchia delle scelte di vita.

Di forte e sicuro tuttavia vi è il fondamento di ciascun senso che ognuno può decidere di affidare alla propria esperienza. Riferiamoci a proposito ad una delle più grandi personalità filosofiche della storia, un certo Immanuel Kant.

Il filosofo Immanuel Kant.

Come chiarito dal filosofo di Königsberg nella “Critica della ragion pura”, prescindendo dalle condizioni soggettive della nostra conoscenza lo spazio e il tempo sono nulla, e non rappresentano perciò delle proprietà degli oggetti a noi esterni, sebbene siano condizioni fondamentali della conoscenza empirica.

Si calmino subito gli animi: non si intende qui che la realtà in sé non esiste, essa esiste eccome, e fin qui tutto bene. Ciò che si intende dire è che noi non la conosciamo per come essa è in verità (il famoso noumeno), mentre piuttosto tutto ciò che noi conosciamo è unicamente il nostro modo di percepire gli oggetti, ovvero gli oggetti solo per come essi si presentano alla nostra conoscenza.

Da ciò si può ben ricavare come tutta la nostra esperienza abbia come fondamento direttamente la nostra interiorità. Ritornando dunque al discorso principe qui trattato, che fine ha fatto tale interiorità nella società contemporanea, in relazione al senso della vita?

L’interiorità nella società contemporanea

La nostra attenzione nel come gestire la nostra esperienza di vita si concentra, in primo luogo, sull’autoconservazione, la mera sopravvivenza, ovvero su quei beni che ce la garantiscono, e di conseguenza su quei beni che ci garantiscono questi beni, e così via, verso una ricerca disperata dove fini materiali, pragmatici, soldi e denaro diventano priorità assoluta.

In questa visione contemporanea, l’interiorità, che dovrebbe rappresentare il centro e il fondamento della nostra esperienza, è spostata, alienata, concepita come una parte accessoria della nostra esistenza, da sviluppare alla pari (o anche in misura minore) rispetto a tutti gli altri aspetti della vita.

Questa svalutazione di ciò che è interiore porta a una successiva e ulteriore svalutazione di tutti quegli interessi e sviluppi che a questo sono strettamente legati, ovvero tutti quegli interessi e attività che non hanno un senso empirico e materiale, ma che piuttosto trovano il proprio senso in loro stessi, nella loro pura attività, ovvero nel loro riferimento diretto all’interiorità umana. In questa sede mi riferirò a questo insieme di interessi quale “l’insensato“.

Il concetto dell'”insensato” non è certo intuitivo: per fare alcuni esempi appartengono ad esso l’atto del puro creare arte senza fini economici o esibizionistici, oppure lo scegliere una vita dedita allo studio, senza precisi fini applicativi, o ancora la disgraziata (si fa per dire) scelta di dedicare la propria vita allo studio della filosofia.

Ciò che per funzione e definizione dovrebbe trovarsi al centro della nostra esperienza di vita, quale fondamento di ogni altra esperienza, ovvero l’interiorità, si trova alienato, virtualmente spostato all’esterno, come un interesse di secondaria importanza da coltivare tra un guadagno e l’altro.

L’interiorità abbandona così la sua veste trascendente e si ricopre di pragmatismo, assumendo l’aspetto di libri d’istruzioni: su come ottenere la felicità, su misticismi dall’aspetto spiccio e su rivelazioni di verità prive di un qualsiasi tentativo di approccio critico. Tutto ciò con il solo fine di soddisfare quel sentimento di mancanza che si viene a creare dopo una simile decentralizzazione di se stessi, dopo la sostituzione dell’esterno in luogo dell’interiore, del pragmaticamente sensato in luogo dell’insensato.

Con ciò, per chiarire alcune perplessità che potrebbero sorgere, non si intende assegnare un maggior valore ad una vita puramente interiore e “pragmaticamente insensata”, rispetto ai sogni di una famiglia o di una carriera qualsiasi che porti alla propria realizzazione, ma si intende solo sottolineare come il posto della nostra interiorità, all’interno di ogni senso che noi intendiamo assegnare alla nostra esperienza (non precisamente esistenza), debba riconquistare la sua posizione di fondamento, ovvero di base solida su cui poggiare la costruzione della propria lussuosissima villa, a prova di filosofo.

Giovanni Ciceri

 

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