Tutti possiamo diventare qualcuno ed Ettore Bernabei che per un decennio fu direttore generale della Rai sembra saperlo molto bene.

La Rai ha vissuto le sue ere e dopo aver spento la sua ottantesima candelina sentiamo di dover fare un tuffo nel passato. Tra i suoi direttori generali troviamo il nome di Ettore Bernabei che, da semplice studente di lettere, riuscì a ricoprire uno dei ruoli più rinominati dell’industria televisiva. Vediamo il perché.
LA SCALATA VERSO IL SUCCESSO
Nato a Firenze nel 1921, dimostrò una propensione all’attività giornalistica fin dalla tenere età. Finite le scuole dell’obbligo, scelse di non abbandonare il capoluogo fiorentino e si iscrisse alla facoltà di Lettere Moderne. Dopo aver concluso gli studi con il massimo dei voti, avviò le sue prime collaborazioni con il Comitato di Liberazione nazionale. C’era la guerra, essere giornalista poteva essere un problema, ma Ettore continuò a perseguire i suoi obiettivi. Il quotidiano sarebbe stato successivamente acquistato dalla Democrazia Cristiana. Proprio come il partito negli anni avrebbe accresciuto la propria popolarità, lo stesso sarebbe stato per Bernabei che, nel 1951, divenne il direttore della testata. Dietro “lo scudo crociato” c’era Amintore Fanfani, una delle storiche amicizie di Ettore. Quando Fanfani divenne capo del governo, volle che il posto vacante di direttore generale della Rai spettasse a Bernabei. Più che per la loro amicizia, l’obiettivo era che così facendo l’influenza del centro sinistra si potesse far sentire. Una volta ottenuto l’incarico nel 1961, Bernabei fece la sua rivoluzione “gentile”, creando il secondo canale ed il comitato dei programmi. Introdusse anche piccole novità quali le prime candid camera con specchio riflesso, modificò lo studio aggiungendo sfondi bianchi e creò il programma Quelli della domenica che segnò il debutto televisivo di Paolo Villaggio. Ma la vera rivoluzione di Bernabei sarebbe stata un’altra, ovvero il modello pedagogico da lui creato, con la regia di Rossellini e Zeffirelli.

IL MODELLO PEDAGOGICO DELLA RAI DI ETTORE BERNABEI
Dal 1961 al 1974 fu direttore generale della RAI, allora unica emittente televisiva e radiofonica in Italia. In quegli anni la RAI produsse e trasmise programmi come Tv7 e sceneggiati tratti da grandi opere letterarie come l’Odissea, i romanzi di Tolstoj, di Alessandro Manzoni, di A. J. Cronin. Come se non bastasse, furono realizzate serie tv come: Atti degli apostoli per la regia di Roberto Rossellini; il Mosè; Gesù di Nazareth diretti da Franco Zeffirelli. Insomma, trasmettere la cultura con l’ausilio del televisore, in luoghi dove la cultura non era mai arrivata ma, da sempre, riservata soltanto ad una piccola cerchia di elitè, permise a chiunque di accrescere il proprio bagaglio culturale. L’idea fu di Ettore Bernabei che attraverso semplici format permise al suo pubblico di apprendere nozioni di cultura generale attraverso l’arte del teatro e dello spettacolo. Il suo mandato non a caso coincide con quella che i critici definirono come l’età pedagogica della Rai, il cui modello avrebbe permesso non solo una forma di apprendimento prettamente televisivo, ma anche di accrescere la popolarità dei registi. Tra questi, c’era Franco Zeffirelli.
NO ORDINARY LOVE STORY
Figlio illegittimo, il suo cognome fu il frutto della fantasia della madre. Una grande occasione per il piccolo Franco, utilizzando il segreto come pretesto per avere un nome d’arte all’avanguardia. Anch’egli fiorentino come Ettore, mentre quest’ultimo era al suo ultimo anno di università, Franco mosse i primi passi nel mondo del cinema. A differenza di molti, volle stare dietro la telecamera. Voleva essere la mente, non il corpo. Il Teatro alla Scala lo adotta e diresse negli anni del dopoguerra opere quali Cenerentola e Pagliacci. Sarà l’ambiente teatrale a farlo avvicinare sempre di più a Shakespeare, tanto da dare il via a due trasposizioni cinematografiche: La bisbetica domata e Romeo e Giulietta. Innamorato della sua trasposizione di Gesù di Nazareth e del suo essere “a-fascista”, Bernabei volle Zeffirelli in Rai. I palinsesti furono riempiti dai suoi lungometraggi. Il sodalizio tra i due sarebbe continuato per un decennio. Poi, al termine del suo mandato, Bernabei e Zeffirelli presero strade diverse. Quel che resta è l’operato di un direttore i cui successi servano dal suo genio. Tradusse i suoi studi in lettere in opportunità per lui e per il suo pubblico, concedendo ai suoi telespettatori quanto da lui appreso durante i suoi studi.