C’era una volta a…Hollywood: quando la storia del cinema torna sul grande schermo

C’era una volta a…Hollywood è l’ultima pellicola firmata da Quentin Tarantino, uno tra i registi più straordinari ed eclettici dei nostri tempi. Il film racconta, accanto alla storia di una star in declino, l’essenza di un’epoca, celebrando così il cinema stesso e la sua evoluzione.

Da sinistra, Brad Pitt (Cliff Booth) e Quentin Tarantino alla presentazione del film a Cannes 2019 (da movieplayer)

C’è poco da fare: Tarantino è un genio. E si sa. Lo sapevamo già ai tempi di Pulp Fiction, o quando sono usciti Django Unchained e The Hateful Eight. Lo sapevamo quando Bastardi senza gloria ha vinto una trentina di riconoscimenti, tra premi Oscar, Golden Globe e Award di ogni genere. O quando Kill Bill è diventato un cult del ventunesimo secolo. E ovviamente lo sappiamo ora che C’era una volta a… Hollywood sta sbancando il botteghino in tutti i cinema del mondo. Già perché Tarantino non ci ha mai delusi, e continua a non farlo. Non importa se per due ore ci vengono proposte inquadrature appositamente rallentate, scenette comiche tra vecchi amici e racconti sulla grande Hollywood dello star system. Bastano una decina di minuti, l’apice del racconto, ed ecco che Tarantino emerge con tutta la sua genialità, travolgendoci e sconvolgendoci al tempo stesso con scene estremamente violente, eppure stranamente appaganti. Ecco che ritorna il sangue, l’amarezza e, incredibilmente, la comicità, il tutto in un simposio perfettamente orchestrato, che ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Come, del resto, accade con tutti i suoi film. Già, perché Tarantino ci mostra sempre tutto ciò che desideriamo vedere: storie profonde, labirintiche e sfaccettate, ricche di gioie e introspezione, ma anche estremamente dolorose, eppure sempre piene di speranza. Un tripudio di talento e abilità che, in C’era una volta a…Hollywood, racconta anche un’epoca: quella dei grandi attori, dei grandi film e della grande Hollywood, che si impone come patria del cinematografo. Il perfetto connubio di background e racconto, che, in questo caso, celebra anche un pezzo di storia del cinema.

Il ritorno alla grande Hollywood

Allora, iniziamo parlando dell’ambientazione. Forse non tutti sanno che la storia di C’era una volta a…Hollywood nacque inizialmente con l’intento di essere un romanzo, comunque scritto e firmato da Tarantino. L’idea di adattarlo per il grande schermo fu successiva: solo rappresentandolo in filmato si poteva davvero rendere l’immagine del grande “cinema narrativo classico”, meglio conosciuto come l’età d’oro di Hollywood, in cui si svolgevano le avventure dei personaggi. La trama racconta, infatti, le vite di Rick Dalton, ex protagonista di una serie televisiva western di successo, e di Cliff Booth, la sua controfigura, in un momento di grande declino personale. La vicenda, d’altronde, si sviluppa in un contesto preciso e particolare: il passaggio dall’età classica del cinema hollywoodiano (fine anni ’50, momento in cui inizia la narrazione) alla Nuova Hollywood (tra gli anni ’60 e ‘70, in cui si svolgono la maggior parte degli snodi della trama), che, portando ad un cambiamento degli stessi temi e generi cinematografici, coincide con il fallimento dei precedenti lavori dei due attori. Rick è conosciuto e amato da tutti per aver interpretato  la famosa serie Bounty Law, di cui è l’emblema, ma, nonostante lo desideri, non riesce a sfondare come protagonista di grandi film, venendo sempre rilegato alla parte del cattivo. Questo accade principalmente perché il ruolo stesso degli attori, in quel periodo, subì notevoli cambiamenti. L’età d’oro di Hollywood coincise prevalentemente con il principio dello star system e del divismo, in cui agli attori venivano assegnate sempre le medesime parti, ruoli ripetitivi che diventavano caratterizzanti e contribuivano a definire l’immagine stessa della persona dietro all’interpretazione. Ogni attore “apparteneva” ad una grande casa produttrice, che possedeva tutti i diritti sulla sua figura e tentava di plasmarlo attraverso pubblicità ed eventi, rendendolo così un tutt’uno con i ruoli che interpretava: Cary Grant era sempre l’eroe maschile che alla fine salvava tutti e risistemava le cose, Katharine Hepburn la fanciulla un po’ eccentrica ma sensibile, e così via.

La famosa insegna di Hollywood presente sul Monte Lee

Ogni studio proponeva poi sempre un determinato tipo di film, di cui il marchio era indicatore: se si vedeva, ad esempio, il leone della Metro-Goldwyn-Mayer o la montagna della Paramount Pictures si sapeva già la tipologia di temi, attori o qualità che sarebbero stati presenti nella pellicola. Nella Nuova Hollywood, invece, i generi vennero progressivamente contaminati, mentre gli studios persero potere a favore delle produzioni indipendenti. Gli stessi attori iniziarono a ricoprire ruoli “più umani”, lontani dalla miticità che creavano con le precedenti interpretazioni. Nacquero così personaggi più problematici, insicuri, meno stereotipati e invincibili, mentre le donne diventavano progressivamente più indipendenti e meno innocenti. Un nuovo cinema in cui Rick Dalton, ancora troppo legato al proprio successo passato, non riesce a trovare posto.

La storia del grande western

Sicuramente, il genere cinematografico di cui maggiormente si tratta in C’era una volta a… Hollywood, tra i più in voga dell’epoca, è quello western: Rick era un eroe del vecchio West in Bounty Law, nel vecchio West continua a lavorare nelle nuove produzioni e il ritorno al successo dei due attori è dovuto proprio alle apparizioni che faranno nei film italiani di questo stampo. D’altronde, sebbene il western sia una genere nato praticamente con l’avvento stesso del cinema narrativo, questo toccò il proprio apice con i lavori di John Ford, che operò dagli anni 20 agli anni 70 del ventesimo secolo, influenzando tutte le produzioni successive. I suoi più grandi successi furono senza dubbio Il cavallo d’acciaio, il primo colossal del genere, e Ombre Rosse, che definì ufficialmente i nuovi canoni del genere, in cui la lotta tra pellerossa e uomini bianchi veniva inserita nel contesto della conquista dell’Ovest come affermazione della cultura e della civiltà sulla natura. Rick, nonostante inizialmente sia contrario, inizia a girare, ormai in declino, western all’italiana, meglio conosciuti con l’appellativo di spaghetti- western. Questa evoluzione del genere, che ricalcava proprio gli stereotipi forniti da Ford, definiva i filmati prodotti in Italia con budget ridotti ma che, inaspettatamente, divennero dei cult, portando alla luce nomi famosi come quello di Sergio Leone. Un altro tassello di storia che l’ultimo film di Tarantino ha voluto riportare sul grande schermo.

Leonardo DiCaprio (Rick Dalton) in una scena del film

L’epoca delle grandi celebrità

Nel film di Tarantino non mancano poi una serie di personaggi realmente esistiti, attivi proprio nel periodo in cui la storia è ambientata. Primi fra tutti, ovviamente, ritroviamo Roman Polański, uno dei più grandi registi polacchi tutt’ora esistenti, con cui Rick desidera collaborare, e sua moglie, Sharon Tate. Quest’ultima fu una grandissima attrice, considerata tra le più promettenti di Hollywood, che recitò in  film come Cerimonia per un delitto e La casa delle bambole. In C’era una volta a… Hollywood la ritroviamo mentre guarda al cinema il suo ultimo film, Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm, girato pochi mesi prima del suo assassinio. Sharon Tate vene infatti uccisa, la notte tra l’8 e il 9 agosto del 1969, dai seguaci di Charles Manson (la scena non è rappresentata nell’opera di Tarantino, al contrario questi attaccano Rick e Cliff, che riescono comunque a fermarli) nella strage che prese il nome di Eccidio di Cielo Drive. Compaiono poi celebrità come Bruce Lee, campione di arti marziali, e Sam Wanamaker, regista statunitense. Figure che hanno contribuito a rendere grande la storia del cinema e che, Tarantino, ha deciso di far rivivere ancora una volta sul grande schermo, in un inno al grande cinema della vecchia e della nuova Hollywood.

Roman Polanski e Sharon Tate in una fotografia del loro matrimonio, celebrato nel 1968 (da DiLei)

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