Cecità e indifferenza: Saramago racconta dell’apatia sociale

Nell’era del progresso e dello sviluppo tecnologico, l’uomo è sempre meno empatico e interessato a ciò che accade fuori dal proprio microcosmo. José Saramago racconta le conseguenze di una cecità “interiore” che spinge i membri di una comunità a smantellare i cardini della propria struttura sociale. 

Chissà quante volte sarà capitato a ciascuno di chiedersi come sarebbe se, un giorno, malauguratamente e inaspettatamente, ci si dovesse svegliare e non avere più percezione visiva. Perdere la vista d’un tratto e senza avvisaglie sintomatiche sarebbe uno shock, come se venisse improvvisamente meno il più solido punto di contatto con la realtà fisica. Il più delle volte questi pensieri sfociano in paranoie, ansie e paure che ciascuno a modo proprio tenta di fugare, pensando ad altro o convincendosi che le probabilità che una simile sciagura possa capitare proprio a lui sono infinitesimali.

La cecità: dalla patologia alla metafora letteraria

Vedere con gli occhi, infatti, significa percepire attraverso le immagini ciò che si trova intorno, captare situazioni, movimenti, pericoli. L’idea di perderne la facoltà, quindi, spinge l’individuo a provare panico. Il terrore di isolarsi lo fa sentire indifeso e impotente, come uno spettatore passivo davanti a una scena a teatrale, i cui restanti sensi, per quanto potenziati, non bastano a garantire una percezione completa di ciò che sta accadendo al di là del sipario. L’idea è raccapricciante, genera ansia, inquieta e terrorizza. Tuttavia le patologie del corpo sono competenza dei medici, così come l’approccio emotivo ad esse è materia degli psicologi. Eppure la tradizione letteraria, sin dalla Grecia arcaica, ha spesso giocato sulla metafora della cecità fisica che spesso cela abilità di vaticinio o si manifesta come un dantesco contrappasso in seguito a scelleratezze commesse per incuria, ignoranza o indifferenza. Da Tiresia, il cieco indovino cantato da Omero  nell’epopea di Ilio, a Edipo, re di Tebe, ignaro parricida e sposo incestuoso della propria madre, la storia della letteratura antica è ricca di esempi significativi di cecità simbolica. In questo senso, il motivo letterario e le varie chiavi di lettura non sono legate a un’epoca in particolare. Infatti, in un gran numero di occorrenze la società è stata definita “indifferente”, criticata come “cieca” di fronte alle aberrazioni commesse nel mondo, insensibile o disinteressata alle evoluzioni sociali o alle degenerazioni politiche. Anche in questo caso si tratta di un topos fortunato fra le riflessioni dei più sagaci intellettuali, in ogni tempo e in ogni luogo.

Saramago: cronache di una società indifferente

Per l’appunto, fra gli autori più interessanti e apprezzati della letteratura europea nel Novecento, José Saramago, premio Nobel nel 1998, ha lasciato ai posteri una pungente e attuale lettura della società. In un secolo caratterizzato da continui “passi avanti”, progresso scientifico, cambiamenti radicali e repentini nello stile di vita degli individui e dei gruppi sociali, lo scrittore portoghese racconta la storia di una città mai chiamata per nome, in un tempo e in un luogo indefiniti, che da un momento all’altro si ritrova vittima di un’epidemia di cecità. Una pallida patina inconsistente, come un fluido lattiginoso, sommerge le palpebre di tutti i personaggi del romanzo. Ed ecco il panico, nessuno sa come guarire questa improvvisa malattia dilagante, tutti sono esposti e in pericolo. Nessuno ci vede più e non c’è una cura. Da questo momento in poi la città cambia, l’ordine sociale preesistente è sovvertito, non esistono più ruoli o gerarchie. Sono tutti ciechi e tutti uguali. L’uomo torna alla legge di natura: homo homini lupus e che vinca il più forte.

L’attualità del romanzo: l’apatia sociale

Di certo le implicazioni esegetiche del romanzo sono molteplici, tuttavia la situazione raccontata da Saramago rappresenta una società qualsiasi, di cui non sono specificate coordinate spazio-temporali, né nomi, né riferimenti alcuni, in cui le persone hanno smesso di vedere in senso fisiologico, ma la realtà, come uno degli ignoti personaggi del romanzo dichiara, è che non vedevano neanche prima. Erano ciechi nel senno, nell’anima. Non possedevano la sensibilità, avevano spento quel sensore percettivo che le metteva in contatto reciproco e con l’esterno. L’attualità del romanzo è sconvolgente. Negli ultimi decenni, sviluppo tecnologico e globalizzazione hanno garantito la possibilità di far viaggiare informazioni in modo agevole e capillare su tutto il pianeta. Il contatto, seppur virtuale, è diventato facile e immediato. Ciascuno può sapere cosa succede dall’altra parte del mondo, informarsi e creare reti di collegamento. Eppure quotidianamente accadono episodi sconcertanti che dovrebbero spingere il mondo all’indignazione collettiva, alla protesta, alla cooperazione finalizzata al riconoscimento dei valori e dei diritti dell’uomo e dell’ambiente. Invece ne è conseguito l’esatto contrario, nonché una sorta di isolamento, in cui l’uomo si è come chiuso in un bozzolo protettivo e si cura solo di ciò che gli è strettamente connesso. Si lascia informare passivamente dai mezzi più travianti, come un cieco che, non potendo vedere, si fa raccontare. Non apre gli occhi, ma resta indifferente davanti ai cambiamenti, ai disagi, alle degenerazioni e ai rischi che incombono sulle società, le stesse che intanto evolvono e devolvono in funzione della sempre più grave cecità del mondo.

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