Ce l’hai piccolo: come e perché un insulto puerile ha tanto successo

“Ce l’hai piccolo” è forse l’insulto più roboante dell’intero oratorio, difficilmente affrontabile se non ricorrendo ad un classico “Tua madre”. Ma quali sono le profonde origini di questa potenza? Per quale motivo ci si offende tanto? La risposta affonda le radici più lontano di quanto non si pensi…

Peccato originale e cacciata  di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre-Cappella Sistina

Qualche settimana fa è stato pubblicato su “L’Espresso” un articolo nel quale il problema del razzismo veniva considerato una conseguenza dell’invidia e della paura italica verso le dimensioni vincenti dei “negri”. L’autore dell’articolo si rifaceva ad un eminentissimo studioso che si era addirittura dotato di una pistola a raggi X per poter effettuare in remoto le misure delle dimensioni dei peni, rispettivamente, dei membri di un circolo razzista bianco e di un gruppo di giovani clandestini. Sorvolando sulla dubbia scientificità del metodo (d’altronde si tratta di aver confrontato le dimensione dei peni di forti e baldi giovanotti negroidi con quelli di un gruppo di molli anziani caucasici) e sull’eccessiva sessualizzazione dell’indagine (il razzismo è un fenomeno così complesso che solo un PDiota avrebbe potuto ridurlo ad un mero atto di invidia fallica) possiamo comunque riconoscere un certo fondo di verità al tutto: il pene costituisce infatti un simbolo di potere e fertilità per il genere umano. Il fallo in particolare, ovvero il pene eretto, ha costituito nei secoli un vero e proprio archetipo del potere maschile, della sua capacità di dominio, non solo in ambito sessuale, ma, per traslato, anche in ambito politico, sociale ecc… “Avere il pene più lungo” significa essere più competitivi a livello evolutivo, essere più ricercati dai partner dell’altro sesso, oltre ad essere sinonimo di vigore fisico e sanità. Per giungere a questo risultato non serviva certo una pistola a raggi X! Basta recarsi in un qualsiasi spogliatoio calcistico dopo una partita domenicale: “ Gabriele ce l’ha piccolo! Ahahahahah” risuona squillante da ogni borsone. Ciò che interessa all’articolo però, più che intuirne le implicazioni immediatamente moderne, è carpire i punti più salienti dello sviluppo storico di tale, fortissimo, simbolo.

Cartina delle lunghezze medie dei peni nel mondo

Priapo, padre fecondo

L’antichità classica e non attribuiva un ruolo centrale al fallo. Escludendo l’esempio egiziano che attribuiva ad un atto di amore autonomo l’origine dell’intero universo, i Romani soprattutto ebbero molto cara la divinità agreste di Priapo: dio della fecondità, Priapo era rappresentato con un enorme fallo, rubicondo in volto. Statuette di Priapo ornavano spesso gli ingressi delle villae rusticae con l’obiettivo di scacciare i ladri e i malintenzionati: l’evidente allusione erotica non lasciava dubbi sulla punizione che sarebbe toccata ai malcapitati criminali! Non bisogna dimenticare poi che, presso i Greci e i Romani, avere il pene grosso non era un semplice motivo di vanto tra allegre combriccole: le dimensioni del pene potevano agevolare la carriera militare e proprio il fascinum (l’antenato del cornetto napoletano), cioè un piccolo amuleto fallico, veniva appeso al polso come portafortuna. Le capacità e le prestazioni sessuali dei comandanti militari poi venivano largamente osannate dai commilitoni durante i trionfi pubblici quando gli stuoli di legionari intonavano volgarissimi carmina triumphalia. L’uomo greco e, soprattutto, l’uomo latino vedeva dunque il pene come simbolo del potere maschile: un potere sessuale, fisico e politico, simbolo della superiorità dell’uomo ben dotato sul minorato. Questa grande libertà  espressiva è forse capace di giustificare la meravigliosa licenziosita dei versi che seguono nei quali Priapo è chiamato ad essere ispiratore di carmina poco “adatti”:

“Possa crepare, o Priapo, se è vero che non
mi vergogno di comportamenti osceni e arditi.
Ma quando tu, un Dio, bandito ogni pudore,
ti mostri coi coglioni di fuori, allora posso ben chiamare
fica la fica e minchia la minchia.”

 

 

 

 

 

 

Una raffigurazione latina di Priapo

La verga del diavolo

Inutile dire che il Medioevo costituì un periodo di decadenza per l’immagine fallica. D’altronde l’uomo medioevale non deve essere un dominatore: l’uomo virtuoso nel Medioevo è l’uomo che ha Fede, che è capace di sottomettere la propria volontà a quella di Dio;  per un Catone il buon San Tommaso sarebbe stato alla stregua di un passivo sottomesso. In ogni caso il pene si lega indissolubilmente all’idea di sessualità, simbolo quindi della fallibilità dell’uomo, della sua possibilità di cadere vittima del peccato e della tentazione. Tertulliano diceva che nell’orgasmo l’uomo perde una parte dell’anima mentre Anselmo affermava che il pene è “la verga del diavolo”. In pochi secoli una divinità (Priapo il fallo) diviene un demone, in un processo di castrazione (se così si può dire) che avrà conseguenze considerevoli nella cultura occidentale.

 

Scena erotica miniata in un manoscritto medioevale

Freud e la liberazione del pene

La liberazione (ancora non completa!) del fallo dalla condanna cattolica e puritana giunge solo con il vecchio Freud: chiunque, anche i neofiti, sanno l’importanza attribuita dallo psicoanalista austriaco alla sessualità e al simbolismo fallico. Secondo Freud il fallo è il simbolo dei poteri generativi maschili: tutti gli uomini hanno un pene ma nessun uomo possiede il fallo simbolico (sembra quasi di sentire l’odore di idea platonica!). Jacques Lacan, uno psicoanalista, risolve l’intero rapporto uomo-donna in un “avere il pene” e “diventare pene” attraverso il rapporto. Per chi non fosse convinto dell’oscura profondità del simbolo fallico, si legga il celebre sogno osceno di Jung, nel quale lo psicoanalista bambino affronta un incontro ravvicinato con un enorme e spaventosissimo pene eretto, simbolo del potere maschile e paterno. Tutte queste parole affastellate una sull’altra sarebbero state inutili se si fosse ricordato il titolo di un grande capolavoro del mitico Tinto Brass: “Fallo!”.

Sigmund Freud

Gabriele Cafiero

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