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Cavour è il padre della patria: analizziamo Destra e Sinistra Storica al governo

Cavour è il padre della patria: analizziamo Destra e Sinistra Storica al governo

Camillo Benso di Cavour è il primo premier d’Italia. Analizziamo il periodo post-unitario, richiamando le caratteristiche performanti della Destra e della Sinistra Storica.

“Sono figlio della libertà. Ad essa devo tutto quello che sono.” è il motto di Camillo Benso di Cavour, primo premier d’Italia. Scomparso a poche settimane dalla proclamazione del Regno d’Italia, è l’artefice dell’unificazione del Paese. Analizziamo il credo politico che lo contraddistingue e l’eredità che consegna alla Destra e alla Sinistra Storica.

 

Camillo Benso conte di Cavour

Il 6 giugno 1861 moriva il padre della patria, Camillo Benso, conte di Cavour. Figura chiave del Risorgimento italiano, è alla sua abilità di statista e diplomatico che si deve la tanto agognata unificazione del Paese. Per comprendere i tratti distintivi del suo credo politico, occorre dapprima riesumare alcuni elementi biografici. Il primo dato che bisogna richiamare è legato alle sue origini: Camillo Benso è il secondogenito dei marchesi di Cavour da generazioni insediati nell’area metropolitana di Torino. Il Piemonte nell’accezione geografica e culturale del termine è la prima variabile identificatrice del pensiero politico di Cavour: all’epoca la Regione risentiva più di altre delle influenze provenienti dalla Francia e dall’Europa tutta. Tale constatazione, unita alla volontà di Cavour di proseguire gli studi a scapito della carriera militare avviata sotto indicazione della famiglia, conferiscono allo statista piemontese quella vocazione europeista e quelle competenze visionarie e moderne che contraddistinguono la sua figura.

Ne deriva che due sono i pilastri su cui si regge il credo politico di Cavour: la dedizione alla cultura liberale europea, dalla quale consegue il desiderio di vedere il suo Piemonte all’altezza degli altri grandi stati del Vecchio Continente e l’adesione ai principi del libero mercato. Da qui non già il più intuibile rifiuto per il socialismo ed il comunismo bensì il rigetto del progetto democratico e di uno dei suoi principi cardine, il suffragio universale. Di fatti, convinto sostenitore della necessità di escludere le masse dal processo politico in senso stretto, si oppone a gran forza contro i piani di Mazzini e di Garibaldi. Sebbene scomparso a poche settimane dalla proclamazione del Regno d’Italia, è il suo progetto a prevalere: l’Italia nasce monarchia costituzionale, strizzando l’occhio al liberalismo europeo.

 

La Destra Storica

Il 21 marzo 1861 viene proclamato il Regno d’Italia con la Destra Storica al governo fino al 1876. Per prima cosa, da cosa deriva l’appellativo Destra Storica? Comune errore è che il riferimento alla destra avesse all’epoca valenza ideologica: al contrario, i termini “destra” e “sinistra” derivano dalla mera collocazione degli esponenti politici nell’aula parlamentare; mentre “storica”, aggiunto postumo, richiama la distanza ideologica di questa pagina della storia italiana dai successivi governi che la caratterizzeranno. Un primo dato che è necessario sottolineare si ravvisa a prima vista dalla composizione della classe dirigente della Destra: si tratta per lo più di politici provenienti dalle regioni settentrionali del Regno d’Italia, la maggior parte dei quali piemontesi e ricchi proprietari terrieri o nobili. Da qui appare di facile comprensione perché si faccia ricorso all’espressione “piemontesismo”. E non può essere altrimenti perché la conformazione geografica dell’aula parlamentare influenza prepotentemente la politica interna dei quindici anni successivi. Il dato da cui parte la Destra Storica è l’enorme disparità con il Mezzogiorno: il Nord, ormai polo industriale del Paese, con lo sguardo fisso verso l’Europa e il Sud caratterizzato da equilibri socioeconomici assimilabili al feudalesimo. Da qui la necessità di una unificazione che non sia solo formale ma anche sostanziale. A monte dell’alto tasso di analfabetismo che affligge il Meridione, vengono estese all’intero Regno due leggi già in vigore nel Regno di Sardegna: la legge Casati che rende obbligatori i primi due anni di scuola elementare e la legge Rattazzi con cui l’amministrazione dei comuni viene demandata a un consiglio eletto a suffragio ristretto per età e per reddito mentre rimane di nomina regia l’elezione dei sindaci e di competenza dei Prefetti il controllo delle Province. Ora, è importante evidenziare come i Prefetti scelti siano in gran parte di origini piemontesi: così l’apparato amministravo del Regno Sabaudo diviene di fatto la struttura amministrativa del Regno d’Italia. Non solo: lo stesso Statuto Albertino in vigore nel Regno di Sardegna dal 1848 diventa con la Destra Storica la prima Costituzione d’Italia. Alla luce di questi elementi l’espressione “piemontesismo” si carica di un significato polivalente.

 

 

La Sinistra Storica

La Destra Storica rimane in carica fino al 1876 quando viene sostituita dalla Sinistra a seguito di un rovesciamento parlamentare: la Destra Storica boccia il provvedimento di Minghetti che promuove la statalizzazione delle ferrovie e così mancando della fiducia, il governo cade. Dal 1876 inizia la cosiddetta stagione depretisiana. Ora, le parole d’ordine della politica di De Petris sono due: riformismo e democrazia. Riformismo vuol dire investire in una politica progressista volta a porre le basi per accogliere istanze sociali nuove; democrazia significa allargare le basi di legittimazione dello stato aprendo il sistema di rappresentanza. Ecco allora che ancora due sono le grandi manovre avviate: la legge Coppino che impone l’istruzione obbligatoria fino a nove anni e introduce sanzioni monetarie alle famiglie e ai comuni inadempienti e la modifica della legge elettorale. L’innovazione rispetto alla Destra Storica si coglie soprattutto nella politica economica: la Sinistra implementa una politica di defiscalizzazione, rimuovendo la detestata tassa sul macinato. De Petris è consapevole che il suo bacino elettorale comprenda le classi più povere del Mezzogiorno: da qui l’utilizzo della leva fiscale a loro favore; manovra non priva di conseguenze. Effetto immediato dell’abbassamento delle tasse e della defiscalizzazione è l’aumento del debito. Non solo: la Sinistra Storica reintroduce i dazi doganali per il comparto agricolo e industriale contro il volore della Destra Storica, fautrice della loro abolizione. L’errore è quello di non tenere conto delle leggi di mercato, provocando così il rallentamento del processo di modernizzazione del Paese. Infine, non si può non parlare di Sinistra Storica senza fare un richiamo al trasformismo: con la legge elettorale del 1882 entrano nuove forze politiche in Parlamento. Per ripararsi dal rischio di una compagine extra-sistema viene creata un’ampia maggioranza di centro a sostegno dei governi della Destra e della Sinistra. Creato come arma di difesa dall’estrema sinistra, il trasformismo finisce per diventare il funzionamento stabile del sistema politico, facendo dell’Italia una democrazia anomala.

 

 

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