Cause ed effetti dell’affiliazione social-mediatica: l’intervista a “Il Vangelo secondo Arnold”

Da cosa nasce l’affiliazione? Perché abbiamo bisogno di una condivisione, di vivere insieme agli altri? Abbiamo posto questa e altre domande a Il Vangelo secondo Arnold, una pagina Instagram a sfondo fitness che ci ha spiegato cosa significa affiliarsi in un contesto di elevata influenza social-mediatica

L’uomo è un animale sociale” scriveva Aristotele nel lontano V secolo a.C. “L’uomo vive benissimo in solitaria, nello stato di natura” ribatteva Rousseau, durante l’Ottocento. La socievolezza della nostra specie ha da sempre rappresentato un ingente punto interrogativo per le scienze sociali. La verità potrebbe stare nel mezzo, com’è solito: il desiderio di compagnia si dimostra grande nelle occasioni piacevoli o minacciose, così come il bisogno di isolamento regna nella cerchia delle situazioni spiacevoli o richiedenti concentrazione. Tuttavia, esiste un elemento che ci fa credere che l’uomo, inserito in un contesto di elevata influenza social-mediatica, non possa realmente vivere in solitaria: questo elemento è l’affiliazione.

L’affiliazione: gli esperimenti di Schachter

Stanley Schachter (1922-1997)

Quali ragioni spingono gli esseri umani a ricercare una compagnia reciproca? Secondo lo psicologo Hill, ne esistono quattro: in primis, la riduzione dell’incertezza mediante il confronto; dopodiché, la ricezione di stimoli positivi attraverso il contatto vivace con gli altri; poi, il bisogno di approvazione, atto ad aumentare la personale autostima; infine, il sostegno emotivo. Sotto questo aspetto, i social network rappresentano il pane quotidiano per l’affiliazione: mediante la condivisione online, gli individui si confrontano, ricevono stimoli e talvolta approvazioni, e non di meno si sostengono emotivamente – certo, quando non si insultano.

Il primo studioso che si occupò dell’affiliazione fu Stanley Schachter, il quale presentò ai soggetti di un esperimento una situazione di forte paura, offrendo loro la possibilità di accompagnarsi ad altre persone. I soggetti venivano accolti da un individuo nelle vesti di un medico, che li informava che avrebbero di lì a poco ricevuto scosse elettriche notevolmente dolorose. In un’altra sala, lo stesso medico asseriva al gruppo di controllo che le scariche sarebbero state molto lievi. I risultati non disattesero le aspettative di Schachter: i soggetti del primo gruppo, ovviamente posti in una condizione di maggiore ansia, chiesero di attendere le scosse in compagnia di altre persone, mentre quelli del gruppo di controllo non si fecero problemi ad aspettare in solitaria.

Confronto, riduzione dell’ansia e informazioni utili

A differenza di Hill, i successivi psicologi sociali denotarono tre motivazioni che spingevano gli individui ad accompagnarsi reciprocamente: il confronto sociale, la riduzione dell’ansia e la ricerca delle informazioni.

Secondo la teoria del confronto sociale, in una situazione ambigua l’affiliazione tra soggetti che si trovano nella medesima condizione permette di confrontare le risposte altrui e, di conseguenza, di valutare l’appropriatezza del proprio comportamento, conformandosi. Oltre al tentativo di ridurre l’incertezza mediante il confronto, esiste anche il desiderio di calmare l’ansia. In tal caso, l’affiliazione gioca un ruolo fondamentale, che corrisponde al famoso detto “mal comune, mezzo gaudio”. In ultima istanza, per quanto concerne la ricerca di informazioni, Shaver e Klinnert studiarono l’affiliazione in condizioni di stress, basandosi sulla teoria dell’attaccamento. Secondo questi, come i bambini si rivolgono ai genitori per avere indicazioni riguardo uno stimolo nuovo, così gli adulti che affrontano una minaccia cercano qualcuno che possa fornire loro informazioni che consentano di valutarne l’effettivo pericolo.

Affiliazione e società: la rilevanza dello stress

Le tre motivazioni non si escludono a vicenda; al contrario, esse si intrecciano, spesso presentandosi durante la medesima situazione. Il risultato di ciò ha condotto la psicologia sociale a muoversi verso una direzione di assimilazione: la causa univoca del comportamento sociale inerente all’affiliazione sembra corrispondere allo stress. Lo stress, in via generale, unisce gli esseri umani, che si associano nel momento in cui sperimentano una condizione di difficoltà. Talvolta, però, capita l’opposto, ossia che lo stress riduca l’affiliazione. Ciò avviene quando si presenta in forma eccessiva, alla stregua di forti sentimenti di paura e turbamento emotivo. Le persone, in breve, temono che parlare dei propri sentimenti le indebolisca ulteriormente.

L’affiliazione oggi: social network e nuove prospettive 

In un contesto sociale fortemente telematico e massmediatico, ovverosia contraddistinto da un utilizzo massiccio delle piattaforme online, l’affiliazione gioca un ruolo di primaria necessità. Perché, su Instagram, seguiamo alcune pagine o alcune persone piuttosto che altre? Cosa ne ricaviamo? Semplice affiliazione, uno scambio dal valore psicosociale ed emotivo. Le pagine seguono generalmente una tematica precisa, che, sulla falsariga dei nostri gusti, ci consente di ritrovarci perfettamente tra i loro post e di condividere il senso dei loro contenuti. A tal proposito, abbiamo contattato e intervistato Il Vangelo secondo Arnold, una page Instagram sul fitness che, creata e gestita da Mario Noviello, gode di ampio successo tra le file social. Il Vangelo ci ha spiegato come avvengono, nel suo caso, la selezione e la condivisione dei contenuti e quali effetti produca l’affiliazione su e con i followers.

L’intervista a Il Vangelo secondo Arnold

Da quanto tempo ti trovi sui social network?

A novembre, precisamente il 18, saranno quattro anni. Sono una delle pagine di fitness attive più longeve.

Quali utilizzi più di frequente? Ne preferisci uno in particolare?

Ora utilizzo esclusivamente Instagram, nonostante abbia iniziato con Facebook. Instagram, ad oggi, è il social network migliore, perché ti permette di avere la maggiore visibilità per i contenuti pubblicati.

Raccontaci brevemente la tua storia.

È cominciato tutto su Facebook, nella notte tra il 17 e il 18 novembre 2015, quando decisi di creare questa pagina da solo perché non riuscivo a trovare nelle altre l’ironia e la motivazione che cercavo. All’inizio non è stato semplice emergere: essendo alle prime armi, non sapevo come gestire al meglio la pagina. Non sono stato aiutato o spinto da nessuno. Il mio discreto successo si deve esclusivamente alla mia passione per questo stile di vita e alla costanza nella pubblicazione dei post. Dopo circa due anni su Facebook e dopo aver raggiunto i 50.000 likes, decisi di aprire una pagina Instagram, che oggi conta 29 mila followers.

Tu crei autonomamente i tuoi contenuti: su cosa ti basi? Esiste una “strategia”?

Assolutamente sì. Io creo autonomamente ogni singolo post e mi baso semplicemente su quello che piace a me. Se pubblico un post che mi fa ridere o mi motiva, in automatico piacerà anche a chi mi segue.

Gestisci regolarmente una rubrica chiamata “Il Vangelo risponde”, in cui ti metti in contatto con i tuoi followers, rispondendo alle loro domande. Credi che questo scambio crei tra voi una maggiore affiliazione o che non influisca più di tanto sul successo della pagina?

Sì, con la rubrica “Il Vangelo risponde” riesco a creare un contatto maggiore con chi mi segue e nel mio piccolo posso condividere la mia esperienza con persone che sono alle prime armi.

Cosa significa, per te, godere di così tanti seguaci?

Non reputo i miei followers seguaci; li considero persone che hanno una mia stessa passione: la palestra.

Pensi che lo scambio social-mediatico de “Il Vangelo risponde” possa avere un effetto positivo anche su di te, oltre che sulle persone che ti seguono?

No, non credo. La mia persona è rimasta inalterata, semplicemente perché non mi sono mai esposto in prima persona, almeno per il momento. Chi segue la pagina sa chi sono, ma il mio profilo personale è totalmente distaccato da Il Vangelo secondo Arnold

Concludiamo parlando direttamente ai tuoi followers: salutali e fa’ loro un augurio.

Saluto tutti quelli che mi sostengono e auguro loro una buona ipertrofia!

Un’utilità… a metà: il problema siamo noi?

Il Vangelo ha così risolto i nostri dubbi: una personalità rimasta inalterata, quella del suo ideatore, ha permesso la creazione e la condivisione di meme, immagini, frasi motivazionali che hanno catturato l’attenzione di molti amanti del settore. Tutto ciò spalanca le porte alla nostra solita riflessione: i social network, da strumenti neutri quali sono, potrebbero rivelarsi molto utili da un punto di vista psicosociale. Una simile forza di condivisione racchiude un potenziale enorme, ovverosia legare persone e personalità tanto simili quanto diverse e di porle sulla medesima linea d’onda. Il problema, tuttavia, è che non accadrà mai: si dia all’uomo la possibilità di esprimersi senza freno e questi la utilizzerà per rovinare gli altri e innalzare se stesso. La pecca dei social, in breve, non concerne una proprietà insista in loro, quanto piuttosto la stupidità di alcuni loro utenti. Ringrazio Mario Noviello per le risposte brevi e concise.

– Simone Massenz

 

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