“Carpe diem”: analizziamo la splendida ode oraziana che racchiude una delle più inflazionate espressioni latine

Tutti conoscono l’espressione “carpe diem” ma non sono tanti ad avere dimestichezza con l’autore.

L’attimo fuggente (Dead Poets Society), 1989

“Carpe diem, cogliete l’attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita” è la frase che Robin Williams pronuncia al termine del suo potente monologo nel film “L’attimo fuggente”. Queste parole esemplificano perfettamente ciò che Orazio insegnava molti secoli fa.

IL PIU’ GRANDE LIRICO DI ETA’ AUGUSTEA

La storia di Orazio (65-8 a.C.) è quella di un giovane, figlio di un liberto, che grazie al suo talento poetico, coltivato tramite un’ottima educazione impartita tra Roma e la Grecia, riuscì a risalire la scala sociale sino ad assicurarsi un posto di rilievo alla corte di Augusto, divenendo il cantore per eccellenza della “romanità”. Egli fu un poeta di grande versatilità: partito dagli “Epodi”, componimenti piuttosto aggressivi, per arrivare alle moraleggianti “Satire” a cui fecero seguito le “Epistole”, sino ad arrivare alla lirica sublime delle “Odi”. E’ proprio grazie alla figura di Orazio che la lirica latina raggiunge una straordinaria maturità, modellata sulle figure di poeti tanto “antichi” quali Callimaco e Saffo, quanto “moderni” quali Alceo, Anacreonte e Pindaro.

LE ODI: UN CAPOLAVORO DI POESIA LIRICA

Quella delle “Odi” è una raccolta di tre libri, pubblicata nel 23 a.C., la cui straordinarietà risiede tanto nella forma quanto nelle tematiche trattate: lo stile calibrato ed elegante si mescola perfettamente con le tematiche filosofiche, civili e anche intime che vengono trattate da Orazio, nel tentativo perfettamente riuscito di emulare le lezioni a lui antecedenti. Delle splendide e celebri “Odi”, la 1,11 è quella a cui probabilmente la fortuna ha sorriso maggiormente: qui, Orazio, nel giro di soli otto versi riesce a condensare il senso di precarietà che caratterizza la vita e la consapevolezza dell’illusorietà delle speranze umane. L’ode è dedicata a Leuconoe, che dal greco significa “dalla mente candida”, e viene a rappresentare una giovane e innocente fanciulla alla quale il poeta sta per impartire un importante insegnamento. Il carme si apre con “Tu”, per stabilire sin da subito un’atmosfera colloquiale, è poi dall’accostamento di “me” e “te” in chiusura del primo verso che si può facilmente dedurre la vicinanza anche sentimentale dei due interlocutori; “Tu non chiedere, non è lecito saperlo, quale fine gli dei abbiano deciso per me e quale per te, o Leuconoe”, è questo un invito a non farsi domande e quindi a non crearsi aspettative riguardo l’imprevedibile circolo della vita. Continua Orazio: “Come sarebbe meglio sopportare qualunque cosa sarà, sia che Giove abbia concesso molti inverni sia che ci abbia concesso come ultimo inverno quello che ora fiacca il Mar Tirreno”, l’immagine del mare su cui si scaglia la tempesta invernale è una metafora per indicare le difficoltà della vita, davanti alle quali l’uomo deve essere consapevole di non potersi opporre in alcun modo; “sii saggia” dice Orazio “in breve tempo tronca la lunga speranza”. Si arriva così alla catartica frase finale: “Mentre parliamo, fuggirà il tempo invidioso: cogli l’attimo, quanto meno fiduciosa possibile nel domani”. Difronte all’inesorabile fuga del tempo bisogna godere del presente, senza fare affidamento sul futuro; il tempo è qui personificato e descritto come “invidioso” (aetas invida), poiché rapisce in breve tutti i piaceri della vita.

CHE COSA SIGNIFICA DUNQUE QUESTO COGLIERE L’ATTIMO?

La morale dell’ode è di certo improntata sulla filosofia epicurea, facilmente riconoscibile nell’esortazione a saper sopportare tutto ciò che sarà e a saper godere di un piacere dato dalla atarassia (ἀταραξία), termine usato dagli epicurei e dagli scettici per indicare quello stato di perfetta tranquillità e serenità d’animo, raggiungibile dal saggio dopo essersi liberato di tutte le passioni, traducibile con l’italiano “imperturbabilità”. Come diceva lo stesso Epicuro “Si nasce una volta sola, in eterno non saremo più. Tu pur non essendo padrone del tuo domani, rimandi la gioia: la vita così trascorre in questo indugiare e ciascuno di noi muore senza aver goduto della quiete”. Il carpe diem non deve essere però frainteso come un banale invito al godimento: l’invito al piacere non è separato dalla consapevolezza che quel piacere stesso è caduco, così come caduca è la vita umana.

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