Non c’è posto per i deboli nel mondo che lo Stregone Nero vuole creare, e nemmeno nel regno di Carlo, secondo la legge del più forte che Manzoni tratteggia all’interno dell’Adelchi…

Geto Suguru è il carismatico villain di Jujutsu Kaisen: tanto nel manga quanto nel film appena uscito nelle sale, il quale ha dato vita al volume 0 dell’opera, il suo obiettivo è subito chiaro. In un mondo in cui “le scimmie”, umani non dotati di energia malefica, sono troppo numerosi e deboli come insetti, quello che rimane da fare è schiacciarli. Perché il più forte dovrebbe nascondersi, proteggere e adattarsi alla vita del debole? Che inutile assurdità: sarebbe meglio creare un nuovo mondo fatto solamente di stregoni, i forti, finalmente in grado di prendere le redini del potere e vivere senza più doversi inventare un’altra identità. La legge del più forte è il testo sacro di Geto: e in un altro mondo, fatto di barbari e ambientato un po’ più indietro nel tempo, un altro potente uomo è mosso dallo stesso principio…
Il disprezzo per i vinti
Geto odia gli umani. Sono stupidi, esseri sviluppati solo a metà, più simili alle scimmie che agli stregoni. Ecco perché ha senso usarli solamente per accumulare altre maledizioni. Lo Stregone Nero ha un particolare trucco per accumularle e infoltire il numero del suo esercito: salvare, fingendosi un santo buddha, gli umani vittime delle creature maledette. Solo dopo che questi hanno perso la loro utilità vengono infine uccisi senza pietà, sotto gli occhi abissali del loro aguzzino, ricolmi di sprezzo.
Anche Carlo si ritiene un forte guerriero, il più coraggioso tra i suoi. Per questo motivo è sicuro che avrà la meglio sui longobardi, proprio come l’ha appena avuto sui Sassoni. Allo stesso modo di Geto, non tiene in assoluta considerazione il popolo italiano sottomesso al nemico; non lo libererà dal suo stato di servitù, nonostante venga aiutato proprio da uno di loro – il diacono Martino – a valicare le Alpi a prima vista impenetrabili. Anzi: se i Longobardi vengono in qualche modo intesi come fratelli in virtù delle origini comune (è proprio lo stesso Carlo a rivelarlo nell’atto II usando il termine “barbaro” in accezione di “fratello”), è il “volgo disperso” il vero vinto. Questo viene considerato senza nome, alla stregua di un gregge di pecore. Per citare lo stesso Manzoni nel coro dell’atto III (vv.61-66):
Il forte si mesce col vinto nemico, | col nuovo signore rimane l’antico; | l’un popolo e l’altro sul collo vi sta. | Dividono i servi, dividon gli armenti; | si posano insieme sui campi cruenti | d’un volgo disperso che nome non ha
Anche Geto, in ugual misura, considera suoi pari gli stregoni che non aderiscono alla sua prospettiva, ma che allenano studenti all’interno delle scuole speciali allo scopo di uccidere le maledizioni e salvare così la gente comune. Nonostante quindi si debba confrontare con loro da nemico, non li disprezza come gli umani. Al contrario: nel film vediamo come si rifiuta di uccidere gli amici di Yuta che lo affrontano per impedire che possa confrontarsi con il loro nuovo compagno.

La rinuncia al passato per la brama di potere
La strada che i due hanno deciso di percorrere è impervia, nonostante la gloria che li attende. Per questo entrambi si ritrovano a dover fare delle rinunce personali, chiudendo il propio cuore ai sentimenti e agli affetti. Sono disposti a rinunciare a tutto, pur di raggiungere i propri obiettivi.
Geto dovrà abbandonare l’accademia, dove all’inizio viveva, e la sua squadra. Ma non solo: rinuncia al suo migliore amico, il ragazzino con cui è cresciuto, con cui si è scontrato più volte, con cui ha riso e colorato la sua esistenza. Gojo diverrà uno dei suoi principali avversari: non solo è lo stregone più potente dell’epoca moderna, ma è anche diventato un’insegnante di stregoneria. Lo scontro è inevitabile… E sarà proprio lui a togliergli la vita alla fine del volume 0 del manga… Ma, Geto è scaltro e potente: non gli ci vorrà molto per ritornare e proseguire i suoi piani…
Anche Carlo deve fare una rinuncia: per cominciare a far guerra ai Longobardi è costretto a ripudiare Ermengarda, figlia del re Desiderio e sorella di Adelchi. La fanciulla lo ama con tutta sé stessa, e sarà proprio questo rifiuto e la scoperta del nuovo matrimonio di Carlo a toglierle la vita.
Il re dei Franchi è consapevole di tutto questo, e nell’ombra di quella che sembra un chiaro riferimento alle tragedie shakespiriane da Amleto a Macbeth, vede il fantasma di Ermengarda ogni notte aggirarsi tra le tende dell’accampamento franco. Ma il songo di fondare il Sacro Romano Impero è ben più forte di qualche ombra… E al sorgere del sole il sovrano sembra già aver dimenticato di quei fugaci rimorsi che gli si muovevano in petto. Il destino dei re è di comandare: non si può pensare di farlo senza ferire e schiacciare qualcuno, conclude fa sé. Il debole soccombe e il forte prevale; e così sia.

Il rispetto per i deboli… Tra i forti
Durante la battaglia tra Franchi e Longobardi, questi ultimi vengono subito sbaragliati. Traditi da una parte dei duchi, molti si arrendono, altri scappano in preda al terrore. Carlo premia con terre e salvezza tutti i nemici che si consegnano spontaneamente, smettendo di combattere e giurandogli fedeltà. Eppure, nonostante ciò comporti una più veloce vittoria, il re è deluso. Non sono che vili questi nuovi alleati, indegni di essere chiamati “prodi”. Tuttavia, lui stesso ne riconoscerà uno tra i pochi che sguainano il ferro dinnanzi agli invasori: si tratta del fedele Anfrido (se ti interessa approfondire maggiormente la sua figura, guarda anche questo articolo https://www.ilsuperuovo.it/achille-e-adelchi-scopriamo-come-i-principi-del-passato-si-legavano-ai-loro-eletti/). Egli per difendere il suo padrone, il principe Adelchi, è disposto a morire con onore piuttosto che vivere da servo. Questa risposta, sussurrata fra le labbra sanguinanti dal coraggioso guerriero, muoveranno un riconoscimento di valore da parte di Carlo. Ma non solo: il sovrano straniero benedice il suo nome e obbedisce alle sue ultime volontà.
Anche Geto si comporta in maniera estremamente somigliante: come già accennato sopra, egli non uccide i nemici stregoni che è costretto ad affrontare. Anzi: nel film si fa vedere, attraverso un flashback, come da più giovane si sia guadagnato la stima totale delle due sorelle Hasaba, torturate e tenute prigioniere da alcuni uomini. Geto, inorridito alla vista di semplici “scimmie” così crudeli nei confronti degli stregoni, li fa a pezzi senza pietà. Poi adotta le due bambine, portandole via con sé. E ancora, piuttosto che uccidere gli studenti amici di Yuta è disposto a correre dei rischi in più. Sarà proprio la sua incapacità di fare il gioco di Gojo, il quale invia proprio per questo motivo i suoi allievi nel posto in cui si trova il suo vecchio amico, tra le cause della sua rovina.
