“Canzone delle domande consuete”: ecco perché Guccini starebbe bene tra i poeti novecenteschi d’opposizione

La poesia ha sempre avuto carattere elitario, eppure il pieno Novecento ha ribaltato la situazione, vediamo come. 
Il primo Novecento ha visto la separazione della poesia in poesia ufficiale e poesia d’opposizione. Scopriamo in che modo Guccini avrebbe tranquillamente militato tra le fila dei poeti d’opposizione.

Una definizione per la poesia ufficiale

Poeṡìa s. f. [dal lat. pŏēsis, che è dal gr. ποίησις, der. di ποιέω «fare, produrre»]. – 1. a. L’arte (intesa come abilità e capacità) di produrre composizioni verbali in versi, cioè secondo determinate leggi metriche, o secondo altri tipi di restrizione […] 2. a. Il carattere di opere o parti di opere ritenute particolarmente ispirate e suggestive […] per cui è giudicata e sentita «poesia» la capacità di esprimere forti sentimenti, di suscitare emozioni, associazioni di immagini, di innalzarsi sui valori correnti per forza creativa e profondità di concetti […] b. Per estens., il carattere di qualsiasi composizione o opera anche non verbale, in quanto raggiunge un valore «alto» in opposizione a prodotti correnti «bassi».

Questa la definizione della Treccani e questa l’idea di poesia nell’immaginario collettivo: temi alti, argomenti aulici, amori, impegno politico, divinità, virtù ecc. Niente di più vero. Basti pensare alla Commedia, a Petrarca, ad Ariosto, alle tragedie manzoniane e agli impegnati versi dannunziani.

Non chiedere la parola

Niente di più vero fino agli inizi del Novecento, anni estremamente complessi e alienanti a partire dai quali nessun poeta si sarebbe più rispecchiato nel potere della sua parola.

Sono gli anni delle raccolte poetiche Trucioli e Pianissimo di Camillo Sbarbaro e quelli di Frammenti lirici di Clemente Rebora, i cui titoli – non è difficile da notare – tutto rappresentano meno che la grandiosità e la magnificenza della poesia.

Non dovrebbe stupirci, però: il Novecento ha messo a dura prova tutto ciò che poteva esser considerato umano e tutto ciò che rendeva la vita degna di esser vissuta. L’uomo contemporaneo si è visto scivolare tra le dita tutte le certezze che aveva sempre date per scontate, si è visto alienato in una società e in un mondo in cui non sembrava ci fosse più spazio per la Poesia, l’Arte, la Bellezza. Mai prima del Novecento il poeta era prima di tutto uomo comune, lavoratore, impiegato, intrappolato nei tempi a lui contemporanei, apparentemente senza via di fuga. La poesia, in uno scenario del genere, non ha più potere, non può più niente, non innalza, non cura, non ha soluzioni: lei e il poeta possono solamente nutrirsi di questo terreno e restituire una realtà che non era mai stata contemplata nel campo della poesia.

“Perché tu mi dici: poeta? / Io non sono un poeta. / Io non sono che un piccolo fanciullo che piange. […] un fanciullo triste che ha voglia di morire” (Corazzini); “Chi sono? / Il saltimbanco dell’anima mia” (Palazzeschi); “Io mi vergogno, / sì, mi vergogno d’esser un poeta!” (Gozzano); “Hai nulla da aggiungere tu?” / “Io, no, non ho niente da dire” (Moretti).

Ed è per le stesse motivazioni che Montale arriva a scrivere nel 1923:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l’animo nostro informe, []

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Un copione da ribaltare

La barriera che divideva il mondo della poesia dal mondo comune crolla definitivamente e l’alone aulico che aveva sempre circondato il poeta laureato e la sua parola viene a mancare. E così, sulla stessa scia, il linguaggio poetico diventa comune, la banalità della quotidianità sono temi trattabili e la verità delle cose è l’unica vera protagonista.

Non solo in poesia.

Una canzone del 1990 – molto distante temporalmente dalle opere della prima metà del Novecento – racchiude in parole semplici e dirette la superficialità e la tristezza della vita quotidiana: la Canzone delle domande consuete di un disilluso Francesco Guccini racchiude tutta la pesantezza di una quotidianità senza sorprese, piatta, tutta rivolta al ripetersi costante di una routine che lascia poco spazio alla meraviglia e alla sorpresa.

Come Palazzeschi, Moretti o Montale prima di lui, Guccini non trova altro da aggiungere alle domande consuete alle quali è portato a rispondere per educazione, come se, quotidianamente, bisognasse rispettare un copione già scritto e già recitato:

Pronto a dire “buongiorno”, a rispondere “bene”,

a sorridere a “salve”, dire anch’io “come va?” 

Nonostante tutto questo, però, a noi continua ad arrivare poesia, continua ad arrivare disillusa speranza, continua ad arrivare pagina scritta o musicata. Ci si affida ancora al verso, ci si affida ancora alla parola che, sicuramente, non saprà dare certezze né verità assolute, ma aiuta come rifugio umano in un palcoscenico monotono e macchinoso, perché

Se c’è ancora [una città] balliamoci dentro stasera,

con gli amici cantiamo una nuova canzone

tanti anni e son qui ad aspettar primavera

 

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