“Born In The U.S.A.” è il perfetto racconto della vita dopo la guerra in Vietnam

E’ statisticamente impossibile non aver mai sentito Born In The U.S.A. nella propria vita. Questa canzone, però, nasconde molte cose dietro a quel titolo patriottico.Non serve nemmeno dirlo. Quando parte l’intro di Born In The U.S.A. siamo tutti con la testa ondeggiante e il piede che batte il tempo. Quell’inizio solenne e allo stesso tempo rock e dai suoni sporchi ci porta a farne un inno della strada e delle persone normali. Quante volte abbiamo intonato Born In The U.S.A. seguendo la voce tonante e quasi graffiante di Bruce Springsteen, che nel 1984 ha dato i natali a questo pezzo di storia musicale. Molti sono certi di star cantando una canzone mitizzante gli Stati Uniti, visto il tono dell’intero pezzo, ma la realtà è ben diversa.

Born In The U.S.A.

E’ il 1984 quando debutta Born In The U.S.A., quello che diverrà l’album più famoso di un cantautore americano chiamato Bruce Springsteen, il Boss. La copertina è iconica: lui, di spalle all’obiettivo, con dei Levi’s addosso e una maglietta bianca. Immortalato dalla vita fino alle cosce, con un fazzoletto rosso che fuoriesce da una tasca posteriore dei jeans. Come sfondo, una bandiera americana a stelle e strisce. Non è difficile capire di cosa parlerà il disco, ma non tutti sono riusciti a comprendere come ne parlerà. Born In The U.S.A. è un disco sulla propria Nazione, gli Stati Uniti, ma non nella chiave autocelebrativa tipica. E’ una grave critica al Paese, è mettere in luce gli aspetti che non vanno, evidenziare tutte le brutture e rendere evidenti contrasti, incoerenze e double standard.

Il suo vero significato

Ma arriviamo a lei, la canzone da cui prende il nome l’album e viceversa. Born In The U.S.A. è proprio un esempio di come Springsteen sappia esprimere in un pezzo così semplice e con poche parole una tematica molto importante e ancora molto chiacchierata. L’autore parla infatti del trattamento dei veterani dell’esercito statunitense che anni prima erano andati a combattere la guerra del Vietnam. Dopo decenni, dimenticati da tutti, questi uomini sono abbandonati a loro stessi: chi ha perso un arto, chi ha perso la vista, chi l’udito, chi dei propri cari, chi ha sviluppato gravi problematiche di salute mentale, come il PTSD. Tutto quello che hanno fatto per servire il Paese è finito al dimenticatoio. Gli Stati Uniti, per cui hanno rischiato la vita, li ha lasciati lì, al verde, senza assistenza sanitaria e psicologica, alla canna del gas.

La guerra in Vietnam

Tutto iniziò nel 1954, quando le truppe nazionaliste e anticolonialiste dei Viet minh sconfissero le truppe francesi, colonizzatrici del territorio da centinaia di anni, dopo più di un decennio di lotta. Infatti, già nel 1949, gli Stati Uniti videro la guerra di liberazione vietnamita come un riflesso dell’influenza comunista della vicina Cina: da qui nacque l’idea del Sudest asiatico come la nuova frontiera americana contro l’avanzata del comunismo. Nel 1954 vennero firmati gli accordi di Ginevra, che divisero il Vietnam in due parti, lungo il diciassettesimo parallelo: il nord rimase sotto il controllo della Repubblica Democratica del Vietnam di Ho Chi-Minh (creata durante il conflitto per la liberazione), con capitale Hanoi, mentre il sud, con capoluogo Saigon, fu destinato al controllo francese. Il Vietnam del Nord, già semi-organizzato e dotato di una popolazione fedele all’ideale nazionale, ricevette aiuti dalla Cina e dall’URSS: ciò aiutò Ho Chi-Minh nella sua missione di nazionalizzazione delle terre e di riforma socio-economica socialista, che presto si concretizzò nell’esproprio delle terre (unica fonte di guadagno per più del 90% della popolazione), nella costruzione dei campi di rieducazione per i civili reticenti e in un regime giudiziario di violenze e repressioni sistematiche. A livello politico, il Vietnam del Nord volle imitare il modello costituzionale russo, con un sistema monopartitico gestito dallo stesso Ho Chi-Minh, divenuto anche Capo dello Stato. Il Vietnam del Sud, invece, fu ben presto trasformato in uno Stato-cuscinetto, ma per farlo diventare tale, necessitava di un leader nazionalista, anticolonialista e anticomunista, con cui il blocco occidentale potesse stringere un’alleanza difensiva. La scelta del leader ricadde, nel 1955, sul cattolico Ngo-dinh-Diem, mentre il patto difensivo fu stilato nel 1954, con il nome di SEATO. Diem si contraddistinse per la dura repressione avviata nei confronti dei viet minh presenti nel Sud: ciò, insieme a una cattiva politica, portò ad un allargamento del dissenso nei confronti del leader cattolico nella sua stessa terra. Il governo del Nord iniziò quindi a mandare a Sud aiuti economici, logistici e militari per aiutare i dissidenti del Fronte nazionale di liberazione (comprendente tutti gli oppositori al regime di Diem), i cui membri furono chiamati vietcong, eredi dei viet minh. Essi si impegnavano nel rivitalizzare l’economia, ridurre le spese dei contadini, ridistribuire le terre, avere parità fra i sessi e le religioni ed essere neutrali nello scacchiere internazionale, con il ritiro dei consiglieri statunitensi dal Vietnam. L’amministrazione Kennedy aumentò gli aiuti economici ed il numero dei funzionari USA a Saigon, ma ciò fomentò il malcontento vietnamita, che rovesciò Diem nel 1963. Sotto la presidenza Johnson, la presenza americana divenne massiccia e, in risposta, la guerriglia dei vietcong divenne determinante. Questi ultimi ricevettero aiuti militari dalla Cina, dall’URSS, dalle truppe nordvietnamite e dalla popolazione contadina. Vista l’inefficacia delle truppe USA, nel 1964 si diede il via ai bombardamenti nei territori del Vietnam del Nord, con l’operazione Rolling ThunderNonostante l’impiego massiccio dell’aviazione e di strumenti bellici all’avanguardia, i Marines ebbero molte difficoltà causate dalla guerriglia vietcong, sostenuta da tutta la popolazione locale. Il culmine del conflitto si ebbe nel 1968, con l’offensiva del Tet, lanciata inaspettatamente dai vietcong in tutto il Sud. Militarmente fu una sconfitta per i vietnamiti, ma fu per loro un grande successo simbolico, in quanto ne dimostrò la coesione e l’amor patrio. Johnson, vista anche la strenua opposizione dell’opinione pubblica americana al conflitto (soprattutto giovanile), decise di cessare parzialmente i bombardamenti sul Vietnam del Nord, firmando a Parigi i negoziati di pace. Il presidente successivo, Nixon, puntò sulla strategia della vietnamizzazione del conflitto: cercò di potenziare le truppe dell’esercito sudvietnamita, in modo che il conflitto potesse risolversi senza il concreto impegno americano; nonostante ciò, egli fece riprendere ibombardamenti dal 1970 al 1972. Nel 1973 vennero firmati gli accordi di Parigi, in cui si sancì il cessate il fuoco e il ritiro statunitense. Nel 1975, il regime comunista di Hanoi estese il controllo a tutto il Paese e nel 1976 nacque finalmente la Repubblica socialista del Vietnam.

Lascia un commento