Il Superuovo

“Birdman” o l’inaspettato capovolgimento del Don Chisciotte: Iñárritu racconta il suo cavaliere errante

“Birdman” o l’inaspettato capovolgimento del Don Chisciotte: Iñárritu racconta il suo cavaliere errante

Il film che è valso l’Oscar ad Alejandro González Iñárritu è la riproduzione e il ribaltamento del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes.

Birdman ripropone la locura del celebre hidalgo di Cervantes adattandola al tempo dei social network e dell’idolatria per il supereroe e la celebrazione della tendenza. Riggan Thomson è un cavaliere senza arte né parte che lotta stentatamente contro i suoi mulini a vento.

La locura di Riggan Thomson nel Don Chisciotte del regista messicano

Il film premio Oscar del 2014 mette in scena il decadimento della carriera di Riggan Thomson, attore che non riesce più a spiccare il volo nel teatro che conta, mentre vive una disastrosa situazione familiare ed economica e subisce gli assalti del personaggio che lo ha reso famoso. Nel tentativo mai risoluto di esorcizzare quell’identità fittizia di supereroe, finisce per attaccarsene irrimediabilmente facendone verità dominante e comoda. Le analogie con la più influente opera del Siglo de Oro non si risparmiano ed è lo stesso regista messicano ad ammettere il rilievo dell’eredità de El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha (1605-1615) nell’ideazione del personaggio di Riggan Thomson, convinto di essere (o ad essere) Birdman, supereroe impersonato in passato in blockbuster di grande successo, e di possederne i poteri e le capacità sovrumane. Don Chisciotte, nobile ma non troppo, signore della deserta regione della Mancia, saggio ma folle, per errore cavaliere errante, intraprende una vera ma irreale avventura con al seguito Sancho Panza, contadino razionale ma credulone, ambizioso ma ignorante, disposto a supportare il loco Don Chisciotte nella sue epiche peripezie in un mondo insulso. Riggan Thomson, allo stesso modo virtuoso nei desideri, più vittima di avversità che autore di imprese, cerca di risollevare la propria carriera e la propria vita facendo i conti con il supereroe che è in lui.

Il supereroe è il cavaliere perfetto ed infallibile

La commistione di generi dovuta alla follia del protagonista di entrambe le opere risponde adeguatamente, nei due casi analizzati, alle necessità e all’influenza dell’epoca storica. L’epico-cavalleresco, che è nel XVII secolo ormai antiquato, incarna una serie di valori ormai in declino che vengono rivendicati proprio attraverso i comportamenti e le gesta del caballero Don Quijote, uomo saggio e appassionato, ma allo stesso tempo ne ridicolizza proprio i meccanismi, i tòpoi, quel corpus di valori che inevitabilmente appaiono ridicoli, inconcepibili se non come tali in una realtà minata proprio dalla loro assenza. Don Chisciotte è parodia perché appartenente ad un’epoca che ha altri ideali, incompatibili con la fantasia chisciottiana che risulta anacronistica. In modo differente Iñárritu innesta all’interno di una tragicommedia un genere di cui senz’altro l’autore non prova nostalgia alcuna, il supereroistico. È diverso l’intento e non è difficile scovare un’aspra critica nei confronti della tirannica egemonia del genere supereroistico nel panorama cinematografico attuale. Se Don Chisciotte rivendica i valori cavallereschi, è qui appunto l’infallibile cavaliere perfetto della nuova generazione ad essere rifiutato per i suoi valori poco umani, super-umani, finti. E ancor di più è l’ingombrante presenza del genere all’interno dello scenario artistico ad essere fortemente messa in ridicolo.
Sono le ragioni della follia a contrapporre i personaggi di Riggan e Don Chisciotte, entrambi sopraffatti da una fantasia, che è scappatoia per una realtà insoddisfacente, ma in modo diverso motivati per un vero abbandono della propria identità. Ed è proprio per quella presenza ingombrante ed invadente nell’immaginario collettivo della figura del supereroe che Riggan finisce per essere vittima del suo stesso paladino. I panni del supereroe alato gli si sono incollati alla pelle e il successo del film lo ha condannato alla fama e all’annichilimento. È l’esatto contrario di ciò che avviene con l’hidalgo: il signore della Mancha si lascia andare alla locura come risposta all’inadeguatezza della nobiltà e alla mancanza di ideali, ingannando se stesso per una fantasia voluta e idealizzata. Riggan comincia, invece, a credersi Birdman proprio a causa della gente, del pubblico, della società etichettatrice dei social network che non vede in lui altri che il supereroe, l’uomo-uccello, obliando la sua identità di Riggan Thomson, di attore, di persona.

Riggan Thomson è un Don Chisciotte ribaltato senza l’abnegazione dell’eroe

Il nostro attore teatrale non si autoinganna, non si convince ma viene convinto e sopraffatto e schiacciato da quell’invadente figura. Riggan è allora, in questo caso, più Sancho Panza che Chisciotte, ignorante, non saggio, convinto dal proprio alter ego, Birdman (che è però proiezione mentale), di essere Birdman stesso, convinto, come Sancho, a credere nell’allucinazione del suo personale Don Chisciotte.
Ma è nella mancanza di resistenza che il personaggio rivela la sua insignificanza, nella mancanza di un’eroicità che è invece propria di Don Chisciotte, che veste panni eroici perché virtuoso, perché eroico nell’atteggiamento. Ne dà dimostrazione persino nel suo ultimo rifiuto (non rinnegamento ma tradimento) della letteratura cavalleresca, in un rinsavimento che è eroica e convinta affermazione della propria identità, per un personaggio che si fa sì cavaliere, sì figura di fantasia, ma lo fa non rinunciando a se stesso, lo fa preservando la sua identità di Don Quijote de la Mancha. E non è un caso se Riggan Thomson rimane invece vittima dell’identità Birdman e che non agisca per evitarlo. In fondo a Riggan, anti-eroe, fa comodo fuggire da un’identità lacerata, con una carriera sul viale del tramonto, una famiglia che non riesce a ricomporre e un dissidio che è allora possibilità, occasione di guardare tutto dall’alto, come un falco alto levato che gli assicura l’indifferenza e dunque la sopravvivenza. Il film non lascia certezze riguardo a un rinsavimento da parte di Riggan, ma se anche l’attore tornasse in sé, allora si farebbe forse Enrico IV pirandelliano, rifugiandosi nella finzione, nella recita, fino alla morte.
Nella sua genesi e nelle motivazioni del suo dissidio il personaggio di Riggan Thomson si configura, allora, come un Don Chisciotte capovolto, incapace di intraprendere una lotta contro i mulini a vento, ed inerme di fronte ad una corrente che lo trascina, invece, lasciandogli l’illusione di un volo consapevole e liberatorio, ma con ali di cera e un destino inevitabile.

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