Il declino delle spiegazioni biologiche

Quando James Dewey Watson premio Nobel per la medicina nel 1962 per le scoperte relative al DNA e alla struttura molecolare degli acidi nucleici affermò in un’intervista risalente al 2007 che il DNA parlasse chiaro, e che gli uomini di colore a causa di una particolare componente genetica fossero meno intelligenti rispetto ai bianchi, si scatenò un vero e proprio putiferio. L’opinione pubblica dinnanzi ad una affermazione del genere accusò il biologo di essere razzista, cambiando completamente la sua reputazione in senso negativo, tanto che lo studioso affermò di aver dovuto vendere la medaglia del Nobel che solo successivamente gli fu riconsegnata. A compiere un’affermazione molto esplicita come questa, sopratutto in una società che tende a preservare il diritto umano evitando componenti razziste ed atti discriminatori, ne consegue automaticamente una grandissima dose di polemica, sembra quasi di ritornare al 1935 quando nel periodo nazista vennero messe in atto pratiche eugenetiche allo scopo di eliminare i fattori disgenigi della popolazione, proprio quelli che avrebbero messo in pericolo la purezza della razza ritenuta superiore rispetto alle altre ovvero la razza ariana. Le affermazioni di Watson si rivelano quindi estremamente obsolete, come quando nel XX secolo gli studi sulla devianza si concentrarono maggiormente su spiegazioni biologiche, allo scopo di comprendere se i fattori devianti dell’individuo fossero dovuti a circostanze sociali o genetiche.

Devianza e spiegazioni biologiche

All’inizio del XX secolo il medico italiano Cesare Lombroso mise in rapporto i comportamenti devianti con i tratti fisici della persona. Affermava che gli individui fossero predisposti a determinati comportamenti criminali in base a particolari caratteristiche fisiche dell’individuo. Riteneva che il tipo criminale fosse delineato da tendenze evolutive precedenti, come la mascella inferiore prognata, poca barba ed essere poco sensibili al dolore. Sebbene la teoria di Lombroso venne largamente condivisa, gli studi successivi sulla devianza smentirono il tutto. Nel 1940 William Sheldon medico e psicologo americano, sottolineò l’importanza della struttura corporea dell’individuo affermando che alcuni modelli comportamentali siano determinati proprio da questa. Egli quindi analizzò tre tipi di modelli strutturali differenti: l’endomorfo, ovvero un individuo sovrappeso e tondeggiante, caratterizzato maggiormente dall’essere socievole ed indulgente. Poi vi è il mesomorfo, magro e spigoloso, tende ad essere irrequieto, energico e sensibile. Infine delinea l’ectomorfo individuo sottile e fragile, sensibile,nervoso e solitario, proprio quello che Sheldon ritiene maggiormente predisposto a divenire individuo deviante.

Il DNA e la componente genetica in criminologia

Certamente vi sono prove concrete che alcuni disturbi mentali come la schizofrenia abbiano delle componenti genetiche. Molto più complicato è comprendere come il delinquente possa manifestare i suoi atteggiamenti devianti attraverso la combinazione di fattori sociali e psicologici, e come ben sappiamo la maggior parte della criminalità nasce attraverso l’influenza sociale. Sempre nel XX secolo alcuni biologi si dedicarono allo studio delle anomalie nei cromosomi sessuali della persona deviante. Infatti di norma una donna possiede due cromosomi X mentre un uomo un cromosoma X e uno Y. Accade talvolta che vi siano persone che abbiano cromosomi X o Y in eccesso. Secondo uno studio condotto su detenuti maschi in un carcere scozzese, gli individui con un cromosoma Y in più tendevano ad avere maggiormente atteggiamenti devianti. Gli studiosi compresero quindi che i maschi aventi cromosomi XYY manifestassero atteggiamenti criminali più frequenti rispetto ai maschi XY. Questa teoria venne smentita.

La criminalità rimarrà sempre una tendenza da scoprire, gli impulsi del criminale non sono esplicabili attraverso semplici teorie, e malgrado oggi le teorie criminologiche concernenti la biologia siano pressoché scomparse, ci aiutano a comprendere maggiormente l’interesse per la figura del delinquente.

Simona Canino

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