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Bergoglio declassa il diritto di proprietà: ecco perché le sue parole ci ricordano Rawls

Bergoglio declassa il diritto di proprietà: ecco perché le sue parole ci ricordano Rawls

“Il diritto di proprietà è un diritto naturale secondario” sono le parole pronunciate da Papa Francesco in occasione della Festa della Misericordia. Come viene teorizzata la proprietà in dottrina politica? E perché la frase di Bergoglio ci ricorda Rawls?

Ieri, 11 aprile, in occasione della celebrazione della Messa nella Chiesa di Santa Spirito in Sassia, Papa Francesco suscita di nuovo l’interesse dei media nazionali richiamandosi ad un concetto che l’immaginario comune definirebbe “comunista”: il diritto di proprietà. E se le parole di Bergoglio possono far pensare a Karl Marx, in realtà è John Rawls la figura che più di altre finiscono per rievocare. Capiamo perché.

Papa Francesco e il diritto di proprietà

In occasione della Festa della Misericordia, Papa Francesco torna su un tema controverso già affrontato nel novembre scorso: il diritto di proprietà. “Papa: condividere proprietà non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro” è il titolo dell’articolo de “la Repubblica” pubblicato ieri in seguito alla celebrazione della Messa nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia. Francesco commenta il passo degli Atti degli Apostoli che celebra la comunione dei beni rispetto all’esercizio del diritto di proprietà: è in questo modo – sostiene Bergoglio – che i discepoli “misericordiati” divengono “misericordiosi”. Non solo: Papa Francesco si richiama alle parole di Giovanni Crisostomo e Gregorio Magno per spiegare come il provvedere alle necessità dei bisognosi debba essere concepito non già come un atto di privazione bensì come un “restituire ciò che ad essi appartiene”. Il Pontefice non è estraneo all’argomento, tanto che nel novembre scorso aveva già attirato l’attenzione dei media con l’intervento tenutosi in occasione del primo incontro via web dei giudici appartenenti ai Comitati per i diritti sociali dell’America e dell’Africa. “Giusti sono quelli che rendono giustizia” dice Papa Francesco e aggiunge “costruiamo la nuova giustizia sociale ammettendo che la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto e intoccabile il diritto alla proprietà privata”. Ne deriva che “il diritto di proprietà è un diritto naturale secondario derivato dal diritto che hanno tutti, nato dalla destinazione universale dei beni. Non c’è giustizia sociale che presuppone la concentrazione della ricchezza”. L’appello del Pontefice è quindi alla edificazione di una società che si riveli capace di applicare la normale morale giusta, laddove per giusta è intendersi quella norma suscettibile di rendere giustizia, subordinando il diritto di proprietà al diritto ai bisogni primari degli ultimi. Ecco allora che non possiamo fare a meno di chiederci se Papa Francesco avesse in qualche modo in mente quel principio di equa distribuzione del reddito di cui parla Rawls.

Il diritto di proprietà nella dottrina politica

Prima di spiegare cosa intendesse Rawls per equa distribuzione del reddito, occorre stilare un excursus storico di come e da chi sia stato teorizzato il diritto di proprietà. Uno dei primi a richiamarsi al concetto è Thomas Hobbes, filosofo inglese del Seicento e tra i fondatori della moderna filosofia politica. Il pensiero di Hobbes è riconducibile all’Assolutismo, che si traduce nella famosa espressione “guerra di tutti contro tutti” per riferirsi a quel conflitto tra gli individui derivante dal diritto di ciascuno al sostentamento e alla proprietà dei beni. Allo stato di natura la condizione dell’uomo è descritta da Hobbes riutilizzando la formula di Plauto “homo homini lupus”. In virtù del suo essere razionale, l’uomo rinuncia al diritto su ogni cosa stipulando un duplice patto: l’uno con gli altri uomini e l’altro di assoggettamento al sovrano che, nella forma teorizzata da Hobbes, diviene il Leviatano. Il concetto di stato di natura viene richiamato anche da Locke ma in termini differenti: per il fautore dell’Empirismo inglese nella pre-società l’individuo è orientato da una legge naturale secondo la quale nessun essere umano può arrecare danno all’altro relativamente alla vita, alla salute, alla libertà e alla proprietà. Il conflitto subentra nel caso di violazione di tale legge naturale: ecco allora che anche per Locke si rende necessario stipulare un patto per la formazione dello stato, a cui l’individuo cede porzioni di sovranità in cambio della tutela dei diritti del singolo. Ancor più diversa è la posizione di Rousseau: per l’illuminista francese l’uomo descritto nello stato di natura da Hobbes e Locke è già sociale, il che invaliderebbe la veridicità delle loro teorie. Per il giusnaturalista il conflitto deriva dall’introduzione della proprietà privata: di fatti, nello stato di natura l’uomo è naturalmente ingenuo e dispone di tutti i beni di cui ha bisogno. È la proprietà privata ad innescare la “guerra” tra proprietari e non possidenti, creando le condizioni per la nascita dello stato, frutto di un patto sociale ingiusto.

La giustizia distributiva di Rawls

E se il patto sociale cui fa riferimento Rousseau è iniquo, non possiamo non menzionare la teoria della giustizia distributiva di Rawls. Ora, per giustizia distributiva è da intendersi quel tipo di giustizia che si propone di individuare criteri per l’allocazione dei beni primari ai membri della società politica. Così concepita, dunque, in filosofia politica tale modo di concepire la giustizia attiene a quelle norme finalizzate alla distribuzione equa dei benefici e degli svantaggi che risultano dalla cooperazione sociale. Ai fini di creare una giustizia distributiva equa Rawls fa ricorso al medesimo strumento utilizzato da Hobbes, Locke e Rousseau, ossia il contratto sociale. Il filosofo liberale parte dal concetto di posizione originaria: qui gli individui, sotto velo di ignoranza, sono chiamati a scegliere in modo razionale i principi di giustizia. Non essendo a conoscenza della propria identità né del ruolo che occuperanno nella società né di quali talenti o attitudini disporranno, gli individui sono suscettibili di scegliere una particolare idea di giustizia, facente a capo a due principi: a) il principio delle eguali libertà fondamentali, b) il principio di differenza. Parte di quest’ultimo recita che “le eguaglianze sociali ed economiche devono essere organizzate in modo che comportino il più grande beneficio dei meni avvantaggiati”. Postula, pertanto, una equa distribuzione del reddito e nella prima parte l’eguale accesso alle cariche pubbliche. Il principio di Rawls altro non è che un principio di fraternità che dimostra che la democrazia, così come la concepiamo oggi, è ancora incompleta. Forse Papa Francesco aveva in mente proprio questo concetto quando ha parlato della proprietà come di un diritto naturale secondario.

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