Il Superuovo

Benedetto Croce spiega perché l’arte contemporanea non è il massimo, ma neanche da buttare

Benedetto Croce spiega perché l’arte contemporanea non è il massimo, ma neanche da buttare

L’arte contemporanea si contraddistingue per varietà e quantità di produzioni rispetto all’arte del passato, questo fenomeno porta con sé luci ed ombre e Benedetto Croce, da grande critico, ci aiuta a far chiarezza.

Sul palcoscenico artistico-culturale assistiamo, da un secolo a questa parte, a una progressiva estremizzazione dell’arte visiva in quanto a varietà e quantità. Inoltre dal 2000 ad oggi, anche grazie alla rete, le possibilità comunicative di artisti, e presunti tali, sono aumentate a dismisura. In questo va fatta la prima distinzione: l’arte non è soltanto comunicazione. Il mercato dell’arte non ammette però questo tipo di differenziazione, privilegiando così i grandi comunicatori. Cerchiamo di spiegarci meglio per poi farci aiutare dalla parole di Croce.

I maghi della comunicazione

Dai ready-made di Marcel Duchamp, l’opera di molti artisti si avvicina al concetto di provocazione quanto più ci avviciniamo al nostro 2021, ecco che assistiamo così alla creazione, in alcuni casi, di opere che fatichiamo a definire. Questa difficoltà nasce nell’impossibilità di definire il concetto stesso di arte. Se tutto può essere arte, allora cos’è l’arte? Spostando in questi termini l’accento del dibattito, ecco che i galleristi e mercanti d’arte ne approfittano. E’ abbastanza chiaro che il mercato dell’arte non valuta il talento, ma la capacità dell’artista di attirare l’attenzione, di provocare. Più l’artista riesce a far parlare di sé, più facilmente lo si può vendere. L’opera d’arte è quindi il prodotto di un comunicatore. Maurizio Cattelan e le sue opere “Comedian” (la banana appiccicata al muro con dello scotch), “L.O.V.E” (la statua gigante raffigurante un dito medio), “America” (il cesso d’oro) sono un fantastico esempio di questo fenomeno. Opere che vogliono comunicare, ma prive del senso nobile di opera d’arte.

Poi si esagera

Nel vedere privilegiare questo tipo di espressione rispetto ad una vera e propria ricerca estetica, molti hanno ben creduto di poter ottenere consensi e successo: il segreto era esagerare. Ecco che si creano così espressioni come “un’opera alla Cattelan”. Sulla scia del “tutto può essere arte e tutti posso fare gli artisti”, non sembra più necessaria neanche la prerogativa comunicativa; quest’arte, come dice Sgarbi, “non parla a nessun pubblico, se non a sé stessa”. Ciò non significa che tutti abbiano successo, significa che nel loro insieme tutte queste opere creino molta confusione. Se si iniziasse a considerare quel fenomeno di pseudoartisti che emulano performance dei “maghi della comunicazione”, ottenendo visibilità grazie ai social, il chiasso diventa rumore assordante.

2 parole su Benedetto Croce (e sull’Arcadia)

Benedetto Croce (1866-1952) è stato il più grande filosofo neoidealista e critico letterario italiano del XX secolo. Durante il ventennio fascista non ebbe vita facile, dimostrò la sua opposizione al regime sin dal 1925, anno in cui promosse il “Manifesto degli intellettuali antifascisti”. Alle varie difficoltà che dovette affrontare, si aggiunge la privazione del titolo di accademico da parte di diversi istituti. L’unica accademia che non obbedì agli ordini del regime fu l’accademia dell’Arcadia.

Fondata a Roma nel 1690, l’accademia dell’Arcadia nasce come associazione culturale, con l’intento di riformare la poesia italiana, eliminando il sempre più estremo ‘formalismo’ barocco, anche detto ‘barocchismo’. Gli Arcadi si propongono così di produrre una poesia dalle forme semplici, sul modello della poesia bucolica. Nonostante l’intenzione riformatrice, le operazioni degli accademici vennero fortemente criticate. L’Arcadia è tutt’oggi attiva e lo era anche al tempo di Croce, ma con caratteristiche diverse.

Benedetto Croce

2 parole di Croce sull’Arcadia

In un famoso saggio del 1945, letto come discorso all’Accademia dell’Arcadia, Benedetto Croce riflette sul valore di questo istituto. I giudizi critici rivolti all’Arcadia, spiega Croce, non tengono conto della realtà storica incarnata nel ‘700 dall’accademia. Vi fu però un problema ideale: non si può insegnare a produrre poesia, lo si può fare formalmente, ma quei componimenti non avranno mai lo stesso valore della grande Poesia. Ecco che la poesia arcadica diviene ‘pseudo-poesia’, componimenti dalla forma poetica, ma non nell’essenza. Infine, il danno più clamoroso dell’operato dell’Arcadia furono le sue proporzioni: in un secolo (il ‘700) in cui chiunque scriveva in versi, l’accademia coronava i suoi migliaia di studenti come poeti laureati. E’ risaputo che la quantità penalizza la qualità. Ciononostante, Croce riconosce l’importanza dell’Arcadia nel 700. La poesia diveniva ‘Letteratura’, poiché, letta nei salotti, la poesia entrava nella vita delle persone, era parte fondamentale della sociabilità settecentesca: espressione di un secolo.

Arte nostra

Utilizzando la riflessione di Croce possiamo in breve dire ciò che lui avrebbe forse detto oggi. Le ‘opere alla Cattelan’ formalmente sono considerate opere d’arte a tutti gli effetti (la legge è sempre: tutto può essere arte), orfane dell’essenza di grandi opere d’arte, riducendosi così a forme di comunicazione. Questo fenomeno è aiutato dall’enorme quantità di artisti e opere in circolazione. Questa condizione attuale è, allo stesso tempo, l’espressione della nostra epoca: siamo tutti incuriositi dalle nuove trovate degli artisti o perlomeno non possiamo sottrarci dalla notizia di una nuova stravaganza. Così come la poesia nel 700, l’arte entra nelle nostre vite.

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