Baudelaire e De André alla vista di una passante pensata come amore

 

Tra mille volti ignoti, lo sguardo di una passante lascia dietro di sé rimpianti e riflessioni in De André e Baudelaire. 

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A quanti di noi è capitato di rimanere intrappolati nell’istantanea visione di un passante che cattura la nostra attenzione? Quanti di noi sono rimasti folgorati dall’incantevole sguardo di uno sconosciuto finendo per credere che da esso possa nascere amore? Nella poesia “Ad una passante” di Baudelaire, gran simbolista francese, ciò che è stato è durato un istante come lo scatto di una fotografia che il narratore porterà dentro sé per sempre. De André canta di tutte le donne intraviste tra la folla e dei rimpianti che lo attanagliano ripensando, nei momenti di solitudine, al suo dolce volto.

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Il dolce incantesimo del piacere assassino

Nel sonetto in versi alessandrini appartenente alla sezione Tableaux Parisiens di Les fleurs du mal, Baudelaire narra della malinconia che prova in seguito alla visione di una passante per le vie parigine dell’Ottocento. Innanzi ad una società improntata sempre più sulla supremazia del denaro ed incalzata dal ritmo frenetico della modernità, il poeta non ha altra alternativa che vagare solitario per le vie della città abbandonandosi alla sua rêveries, ossia il momento di metariflessione in cui ci si immerge in una dimensione onirica, annegando nella propria immaginazione per liberare la creatività e produrre arte. La donna alta e snella non viene presentata con il proprio nome ma descritta da particolari sintagmi che delineano l’aura che emana. Il lutto di cui è vestita la rende affascinante, il dolore maestoso le conferisce un’aria incantata. La fugacità delle cose e l’inevitabile scorrere del tempo vengono evidenziati sia dal repentino passaggio della donna sia dall’inevitabile fine del lutto che porterà via con sé lo straordinario splendore. Al suo incedere, la famme muove sensualmente la gonna lasciando intravedere la gamba statuaria e tale moto rimanda al movimento della folla. Nella caotica successione di volti che si alternano per strada non c’è possibilità di catturare altro, il momento estatico è già concluso: rimane soltanto la speranza di incontrarla nuovamente nell’eternità. Baudelaire ricerca la bellezza in quanto è vietato dall’etica, scoprendo quanto possa essere affascinante il dolore. Il focus, lo zoom “fotografico” è sull’occhio della donna: occhio da cui abbeverarsi, così concreto eppure tanto sfuggente, obiettivo fotografico pronto a catturare le più disparate immagini, occhio vivido come un cielo cupo da cui nasce un uragano. Dallo sguardo inquieto, non tranquillo traspare il suo dolore, il lutto e la sensuale bellezza. Come un lampo seguito dal buio, gli sguardi dei due si incontrano per un istante irrimediabilmente passato ed irripetibile che lascia il posto alla malinconia dell’impossibile. La bellezza della donna è capace di risollevare l’animo del poeta facendolo rinascere per un attimo. Il narratore abbandona il piano reale sfociando nella metafisica speranza di un’eternità, di una realtà atemporale, “altrove”. L’io poetico si caratterizza come contenitore di ricordi, come colui che nostalgicamente contempla l’impossibilità di far nuovamente coincidere il proprio sguardo con quello della passante.

 

Fotografia di C. Baudelaire

Canzone per ogni donna pensata come amore

“Le passanti” è una canzone scritta da De André riprendendo il testo francese di Brassens. Il protagonista afferma di ritrovarsi “in un attimo di libertà” impresso negli occhi, nella mente e nel cuore il viso di una donna che varrebbe la pena di vivere “per un secolo”. L’immaginazione porta l’osservatore a disegnare un sorriso in realtà mai visto, in contrasto con “il vuoto di felicità” che lo segna interiore. Nel corso della propria esistenza gli è capitato più volte di osservare tra la folla una singola donna mai più incontrata, di soffermarsi sulla sua bellezza, sull’anima che traspare dallo sguardo. Forse la “compagna di viaggio” sarebbe riuscita a comprenderlo meglio di qualsiasi altra persona se avesse avuto l’occasione di conoscerla. Il cantautore medita su come possa essere le vita della passante: pensa alle delusioni d’amore, all’opprimente routine che la lega ad un uomo che non ama più. Quegli occhi mai più rivisti ma più belli del paesaggio circostante, i baci che non si ha avuto il coraggio di dare, le occasioni perse a cui malinconicamente si ripensa quando la vita smette di dare dare il suo aiuto. Nei momenti di riflessione, “nei momenti di solitudine in cui il rimpianto diventa abitudine”, racchiusi nel monologo con se stessi, il flusso del pensiero riporta al volto di tutti coloro che sono passati e che “non siamo riusciti a trattenere”.

Fabrizio De André

O tu che avrei amato, o tu che lo sapevi

Cosa sarebbe potuto succedere se il contatto visivo fosse durato di più? Quali sarebbero state le conseguenze di ulteriori incontri? Secondo Baudelaire e De André i due sconosciuti sono consapevoli della possibilità di innamorarsi. Il tempo passa, l’istante sfugge via e con esso il volto. La mancata conoscenza della passante rappresenta per i due autori un’occasione irripetibile che porta con sé rammarico nei momenti di riflessione: un amore mai nato ma a lungo desiderato nella propria solitudine. Non troveremo mai risposta ad una simile esperienza emotiva ma probabilmente il suo immenso fascino è racchiuso nel mistero delle infinite possibilità affidate all’immaginazione del singolo.

 

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