Basquiat: i muri di una metropoli tra Arte Analfabeta ed Espressionismo

Jean-Michael Basquiat dà vita all’Arte Analfabeta: un mix di Poesia di strada”, Primitivismo e Pop Culture degli anni 80. Il tutto attraverso la soggettività caratteristica dell’Espressionismo.

Ammirato in tutto il mondo, Jean-Michel Basquiat, ha conquistato la scena artistica dei primi anni 80 con la sua Poesia di strada: versi contratti e oscuri, dichiarazioni esistenziali, proteste sincopate, il tutto scritto con un pennarello nero sui muri di New York. Tale poesia si è poi trasformata in veri e propri dipinti che avevano lo scopo di catturare l’attenzione colpendo l’immaginazione della gente, richiamando alla mente qualcosa che andasse oltre la mera rappresentazione. Questa è anche una delle caratteristiche di un movimento artistico e letterario, diffuso nei primi anni del Novecento: l’Espressionismo.

Jean-Michel Basquiat da writer a messia

Siamo nella seconda metà degli anni 70, strane immagini accompagnate da oscure parole imbrattano i muri dei quartieri newyorkesi di Soho e Tribeca. Composizioni non anonime, ma autografe: l’artista si firma con lo pseudonimo SAMO, a cui aggiunge il simbolo del copyright a volerne rivendicare l’esclusività e la non riproducibilità. Questi graffiti sorgono in punti strategici, non distanti dai luoghi-culto dell’arte. Una critica sottile, ma feroce nell’impatto visivo. SAMO (SAme Old Shit) è la sigla con cui si firma Jean-Michael Basquiat. Ambizioso, ribelle, ma afflitto da un costante senso di solitudine, questo giovane, proveniente da una famiglia borghese dalla quale prende le distanze, manifesta sin da bambino un’innata passione per l’arte. La osserva, la pratica, la studia da autodidatta. Non ha mai compiuto studi accademici, ma fa della strada la sua scuola, dei suoi interessi la fonte da cui trarre argomenti. Egli stesso si definirà “Artista Analfabeta”, per sottolineare l’assenza di un’istruzione tradizionale. Dal 1978, dopo un primo approccio con il successo, Basquiat abbandona la sua poesia di strada per deidicarsi all’iconografia: si cimenta in un’iconografia che accomuna codici espressivi moderni e archetipi primitivi, caricandola di temi di denuncia sociale. Tale denuncia riguarda le condizioni della popolazione di colore negli Stati Uniti. L’artista utilizza le sue origini africane per farsi messia: un Cristo nero calato nella realtà urbana, che vuole non tanto trasmettere un messaggio, quanto farsi vendicatore della sua cultura e artefice di un linguaggio che, tra codici contemporanei e atavici, possa risultare attraente e comprensibile per l’osservatore. Sembra che egli non imbocchi mai la strada dell’aperta protesta, bensì la sussurri, celandola con l’ironia e con un senso di sprezzante e sfacciato esibizionismo. Calato in questo ruolo, Basquiat crea il suo personaggio: il selvaggio, abbandonato, costantemente oppresso da una spinta autodistruttiva e megalomane. La regalità, l’eroismo e la strada sono i temi riccerrenti, in quanto sono frutto di una rielaborazione interiore ed emotiva intensa.

Untitle, Jean-Michael Basquiat (1982)

L’Espressionismo: l’arte che invoca lo spirito

“Ed ecco urlare la disperazione: l’uomo chiede urlando la sua anima, un solo grido d’angoscia sale dal nostro tempo. Anche l’arte urla nelle tenebre, chiama al soccorso, invoca lo spirito: è l’Espressionismo.” Così scrive, nel 1916, il critico tedesco Hermann Bahr nel suo libro L’Espressionismo. Queste parole sintetizzano la poetica di un gruppo di pittori tedeschi che, nel 1905 si riunirono con il nome di Die Brücke (“Il Ponte”), dando vita all’Espressionismo. Gli artisti che si riconoscono in questa corrente sviluppano l’arte in senso tragico e, talvolta, mistico, con l’obbiettivo di accentuare il ruolo del soggetto, facendo ricorso a una pittura drammatica ed esistenziale. I pittori appartenenti a questa corrente, tra cui Heckell, Muller, Kandinskij e Lee, si esprimono con un linguaggio incisivo, in grado di dare ai dipinti un carattere quasi aggressivo, attraverso l’uso di una pennellata nervosa e di accostamenti cromatici violenti. Sono presenti frequenti richiami all’arte primitiva, ammirata da questi artisti in quanto spontanea e ricca di fascino grottesco, opposta quindi ai canoni dell’estetica classica.

L’angoscia trasmessa da Basquiat ricorda Edvard Munch

Edvard Munch è considerato una sorta di pre-espressionista, poichè per primo si è cimentato nell’uso del colore per evocare stati d’animo, associandolo a pennellate ondulate, ripetute ritmicamente, che tendono a suggerire flussi emotivi e di memoria. Quasi un secolo dopo, le opere di Jean-Micheal Basquiat sembrano riportare alla mente la tecnica dell’artista viennese sopracitato. Entrambi si sono avvalsi della semplificazione espressiva e di una marcata deformazione di aspetti oggettivi della realtà. Lo scopo è, in ambedue i casi, quello di dare visibilità a stati della mente provocati da situazioni in cui l’intensità dei sentimenti raggiunge il limite del sopportabile: l’angoscia, la malinconia, l’ambizione e la solitudine. Ecco, la così detta “Arte Dannata” di Munch sembra di grande ispirazione per il graffitista, il quale porta dentro di sé un mondo di emozioni così grandi che il solo modo per poterle gestire è dipingerle.

Madonna, Edvard Munch (1894)

          Carlotta Napoli

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