
Che la distanza temporale generi confusione è risaputo, ma continuare a sovrapporre il presente al passato è pratica inutile e fuorviante. Ne è un esempio il mondo dei gesti e dei rituali del passato.
Il giuramento degli Orazi
Orazi vs Curiazi, una storia vecchia quasi quanto il mondo che Tito Livio fa vivere tra le pagine dell’Ab urbe condita: i tre fratelli Orazi combattono fino allo stremo contro i tre fratelli Curiazi, gli uni rappresentano Roma, gli altri Alba Longa. Caso – e astuzia – hanno voluto che a vincere fosse uno degli Orazi e così Alba Longa si sottomise a Roma.
Da questa storia che rasenta i confini della leggenda nacque, nel 1784, un dipinto estremamente famoso del celebre artista Jacques-Louis David.
Lo abbiamo tutti presente, più o meno: i tre fratelli sulla sinistra, muscoli tesi, sguardo teso al padre che tiene alte le loro spade. Vi è un’umanità inaspettata in un momento tanto solenne: uno dei due fratelli cinge col braccio la vita dell’altro, consapevole che potrebbe essere l’ultima volta. Leggenda vuole, infatti, che due sui tre fratelli rimasero uccisi immediatamente dopo l’inizio del combattimento.
Ma il gesto che più ci interessa è quello che, contemporaneamente, i tre ragazzi rivolgono al padre: il braccio alzato, dritto, con la mano tesa, ciò che noi siamo abituati a vedere nei filmati prodotti da Luce, per intenderci. Proprio lui, il gesto che nazisti e fascisti hanno assunto come segno distintivo durante la Seconda guerra mondiale.
Dunque, di romano c’è ben poco in questo gesto; o meglio, i soggetti del dipinto rappresentano sì i protagonisti leggendari della fondazione di Roma, il passaggio chiave della sua nascita, ma è tutto frutto del potere immaginifico di Jacques-Louise David e della necessità di restituire solennità al momento.

Saluto romano che non è romano né un saluto
Quello che noi siamo abituati a chiamare saluto romano, altro non è, ancora una volta, che l’imposizione del presente sul passato, delle nostre convinzioni su quello che sarebbe potuto essere ma non è stato. È romano ma solo perché i protagonisti lo sono, e tutto è meno che un saluto. David si sarà semplicemente domandato quale sarebbe stato il modo migliore per dare a un momento del genere tutto il pathos che meritava: ecco il braccio alzato e teso.
Il resto è venuto da sé: il Novecento si è impossessato, sostanzialmente, della creatività di un artista, traghettandolo in uno dei momenti più bui della nostra storia.
Gestualità
Ma come si salutavano, allora, i Romani? Esattamente come facciamo noi, con la mano, un abbraccio o un bacio se c’è più amicizia e confidenza. I militari si salutavano alzando il braccio all’altezza dell’elmo mentre i matrimoni venivano ufficializzati grazie a una stretta di mano.
Perché abbiamo la sciocca convinzione che più distanza temporale c’è e meno viene colmata la distanza a livello di usi e costumi? I Romani agivano proprio come noi a livello di buona educazione, mentre, ad esempio, l’uomo medievale aveva un sistema di gestualità totalmente differente dal nostro. Il gesto, nei secoli medievali, era un rituale esclusivamente politico, che sanciva patti e alleanze. Ogni gesto, poi, aveva una sua declinazione e faceva sì che la si potesse utilizzare in più ambiti differenti.
Oltre alla genuflessione e all’investitura, grande importanza aveva il bacio che assumeva valore in relazione alla parte del corpo baciata. Sulla bocca, a livello politico, stipulava un rapporto simmetrico, di uguaglianza, e veniva utilizzato nella risoluzione dei conflitti. Se il bacio veniva dato su mani e piedi, invece, mostrava sottomissione dovuta al grande prestigio di chi lo riceveva.
L’importanza di tali gesti faceva sì che non solo parole o oggetti assumessero valore ma tutto nella relazione interpersonale avesse un’interpretazione chiara e unificata.