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Babadook e Jung, ovvero come riconoscere il mostro dentro di noi ed imparare ad amarlo

“Babadook” è un film viscerale e disturbante, che trae la sua forza dalla capacità di far presa su un’oscurità  profondamente radicata in tutti noi, rivelandola agli spettatori in tutta la sua terrorizzante grandiosità.

In un panorama cinematografico dominato da film horror scialbi e monotoni, la cui efficacia risulta fondata unicamente sull’espediente trito e ritrito dello jumpscare e privi di qualsivoglia originalità, vi sono pochi esempi che riescono realmente ad emergere ed instillare genuino orrore nell’animo di chi guarda. Film come “The Witch”, “It follows”, “The Lighthouse”, sono perle in un mare di fango, e la domanda sorge spontanea: perché sembrano così diversi rispetto a tutto il resto? Prestando un po’ di attenzione ai pattern che accomunano film come questi possiamo renderci conto che la costante è l’aspetto psicologico e filosofico di queste pellicole, che riescono a rappresentare perfettamente paure archetipiche e meccanismi psichici comuni a tutti, risvegliando un terrore celato nel profondo della natura umana.

Una vicenda travagliata

Il film parla di una madre single e della sua lotta quotidiana per crescere un bambino iperattivo, disadattato e dall’umore erratico, che mostra problemi di integrazione con i suoi coetanei ed un attaccamento morboso nei suoi confronti. Il padre è morto poco prima della nascita del figlio in un incidente d’auto, e la donna è fortemente provata dalle difficoltà economiche e repressa sia socialmente che sessualmente. Il quadro complessivo della vita di questa povera famiglia è alquanto deprimente, ed è evidente che le conseguenze di un tale stile di vita sulla psiche già turbata della donna non possano essere che negative. La donna comincia presto a dimostrarsi psicologicamente instabile, sentendosi sopraffatta da doveri e responsabilità. A questo punto viene introdotto il mostro Babadook, ed è qui che entrano in gioco i principali riferimenti del film a due importanti filosofi: Freud e il suo allievo Jung. I concetti cardine su cui si impernia la grande metafora che il film costituisce sono quelli di Es Freudiano ed Ombra Junghiana, e vedremo come questo contribuisce a dare un rilievo del tutto innovativo alla figura antagonistica della storia e ci fa capire perché, a volte, il mostro peggiore che possiamo incontrare siamo noi stessi.

L’Ombra

Jung considera la psiche come una corrente energetica messa in moto dall’interazione fra poli opposti, uno positivo ed uno negativo, proprio come in una batteria. L’Ombra è la sede delle suggestioni irrazionali, delle emozioni violente e degli aspetti negativi della personalità. Pensieri di cui ci vergogniamo dettati da rabbia, frustrazione, invidia, vergogna, la fanno da padrone nella nostra ombra personale e le forniscono nutrimento. Il Babadook non è altro che la personificazione dell’Ombra della madre, un mostro continuamente nutrito dalla tristezza, dallo smarrimento, dall’ira nei confronti di un mondo crudele che l’ha privata del compagno e lasciata da sola a badare ad un figlio problematico che certe volte odia, pensieri negativi che continuano a gonfiare e ribollire come in una pentola a pressione fino a scoppiare, portando la donna ad una vera e propria crisi isterica. Il concetto psicanalitico fondamentale che ha rivoluzionato il modo di approcciarsi al nostro mondo interiore consiste nel comprendere ed accettare che in noi esiste un’oscurità viscerale e costitutiva della nostra natura, ed il primo a concettualizzarlo fu Freud con l’Es, la parte più caotica della nostra personalità che domina il subconscio (la buia cantina del film, non a caso dimora finale del mostro). La salute della psiche deriva proprio dal confronto dialettico fra “bene” e “male”, una sintesi delle due forze che tenga conto dell’importanza che entrambe ricoprono per l’individuo. L’ombra va riconosciuta ed accettata come parte integrante di noi, perché tutti abbiamo dell’oscurità dentro, e nasconderla equivale a mentire a noi stessi.

Eros e Thanatos

A molti di noi è successo almeno una volta nella vita di sentirci sopraffatti da questa oscurità, come se non potessimo fare nulla per emergerne, come se fossimo da soli contro il mondo, e la cosa che inevitabilmente è arrivata in nostro soccorso è stata l’amore, nella sua accezione più ampia. L’amore è l’archetipo del bene, della forza positiva e razionale che ci conduce verso la luce, e che esso si presenti nella forma di amore verso un’altra persona, verso noi stessi o verso la vita in sé, esso è ciò che ci condurrà sempre fuori dal tunnel, che illuminerà il mondo dissipando le ombre e dimostrandoci che quella che sembrava una montagna insormontabile è in realtà un sassolino. Questo è il messaggio del finale del film, che ha lasciato perplessi in molti per la sua atipicità. Certe volte bisogna rendersi conto che il mostro non si può eliminare una volta e per tutte, che non possiamo cancellare il male e l’oscurità che fanno parte di noi, perché senza di essi saremmo incompleti. Il mostro va accettato, dominato e chiuso al sicuro in “cantina”, ma tenendo a mente la sua invisibile presenza dobbiamo ricordarci di nutrirlo concedendogli uno sfogo sicuro, poiché ignorarlo porterebbe a conseguenze catastrofiche.

 

 

 

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