Attraversare la tempesta o stare fermi a guardare? La dialettica dell’errore tra Lucrezio, Haruki Murakami e Primo Levi

Lucrezio, Haruki Murakami e Primo Levi affrontano un tema che rappresenta un grande problema per l’uomo di ogni epoca: la paura di sbagliare e l’incertezza del destino

L’errore è una costante umana che spesso ci porta a situazioni spiacevoli, che ci abbattono e atterriscono nella maggior parte dei casi. La letteratura però, ci insegna ad affrontare tali esperienze con positività.

Naufragio con spettatore: Lucrezio e la metafora della navigazione

“Bello, quando sul mare si scontrano i venti

e la cupa vastità delle acque si turba,

guardare da terra il naufragio lontano:

non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina,

ma la distanza da una simile sorte.

Il secondo libro del De rerum natura di Lucrezio si apre con una metafora che diventerà presto uno dei topoi letterari più noti e più apprezzati dalla teoria e dalla critica letteraria. Questa metafora, ampiamente trattata e tematizzata all’interno del saggio “Naufragio con spettatore” di Hans Blumenberg, può essere rappresentata esattamente con l’immagine di un disastroso naufragio, il quale, viene osservato da uno spettatore dallo sguardo sommesso e curioso. Ed è proprio dallo sguardo di questa figura misteriosa che nasce una dicotomia che vede contrapporsi alla scelta di agire, entrare nella tempesta, sperimentare e soprattutto sbagliare, costruendo un bagaglio culturale ricco di esperienze, la scelta di rimanere lontani dal pericolo, inermi.

La dottrina epicurea sul fato

Tale metafora fonda le sue radici in una dottrina antica conosciuta come Epicureismo, una filosofia alla cui base vi è il concetto dell’”atarassia“, ovvero l’assenza di turbamento e l’allontanamento da quest’ultimo. Il saggio epicureo, dunque, per poter condurre una vita in linea coni principi cardine della filosofia, deve necessariamente allontanare qualsiasi situazione problematica. Egli si inserisce in una dinamica nella quale la natura rappresenta un macrocosmo non ordinato e sempre soggetto al divenire e al cambiamento, che può portare a situazioni difficoltose. La grande capacità del saggio, dunque, risiede nella forza d’animo e nella capacità di non lasciare trascinare da situazioni che potrebbero turbare quest’ultimo.

L’uomo conduce la sua vita al sicuro sulla terraferma, dove i pericoli riescono ad essere evitati, e dove la sicurezza, la calma e la serenità rappresentano dei punti cardine, che se stravolti, possono portare l’uomo ad una situazione di instabilità, ed estrema paura. Queste sicurezze vengono tuttavia messe in discussione nel momento in cui l’uomo sale a bordo della nave, ed inizia a navigare presso acque sconosciute: il mare rappresenta un confine che nella letteratura è sempre stato descritto luogo di sventura, di anarchia, disorientamento dal quale era difficile tornare illesi. È la situazione di incertezza, la sensazione di non sapere a cosa si va incontro che conduce alla paura di sbagliare, e di conseguenza di trovarsi di fronte a situazioni difficili da gestire.

Questa metafora lucreziana è stata tuttavia rivalutata come un qualcosa di assolutamente positivo. La psicologia e le scienze hanno effettivamente dimostrato come il nostro cervello, nel momento in cui erriamo e ci troviamo di fronte ad una soluzione spiacevole, attivi gli stessi meccanismi neurologici della ricompensa. Tali meccanismi ci portano ad esperire, e da questa esperienza, trarne un insegnamento. Anche la letteratura contemporanea ha ripreso il concetto della tempesta e della navigazione, rivalutandola completamente.

Haruki Murakami e la filosofia della tempesta

Haruki Murakami, scrittore contemporaneo giapponese, pubblicò nel 2002 un libro molto interessante che reca il titolo “Kafka sulla spiaggia”. All’interno di questa piccola opera, emerge una frase dal fortissimo valore retorico, che sembra distruggere tutto ciò che ha affermato Lucrezio secoli prima:

“[…] Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato.

La tempesta di Murakami è una tempesta metafisica e simbolica, caricata dal peso della fragilità e della paura dell’uomo, che indistintamente dall’epoca in cui vive, teme l’incognita, e un destino incerto al quale si avvicina con timore. Murakami vuole insegnare a non avere paura di ciò a cui andiamo incontro, delle esperienze che la vita ci offre, perché il destino è come una tempesta, che se non attraversata non porterà cambiamenti né in negativo, né in positivo. L’unico modo che abbiamo per poter conoscere ciò che ci attende, seppur pauroso, è quello di attraversare la tempesta, senza cercare di sfuggire al vento, ma affrontarlo senza timore di sbagliare.

Primo Levi, la carne dell’orso e la metafora alpina

Anche la figura di Primo Levi, eminente esponente della letteratura italiana contemporanea ha trattato l’argomento. In un racconto intitolato Ferro, contenuto nel libro “Il sistema periodico” (Einaudi, 1975), ha trattato di un concetto estremamente interessante, noto come “carne dell’orso”, spostando la metafora della navigazione, alla metafora della scalata alpina.

Primo racconta che dopo aver conosciuto Sandro del Mastro, amico e partigiano caduto nel 1944, iniziò ad appassionarsi di montagna e di alpinismo. Un giorno, dopo una lunga e difficoltosa scalata, nel tentativo di scendere dalle pendici di una montagna, rivolgendosi a Sandro, gli chiese come avrebbero fatto a rincasare a causa del clima incerto. Sandro senza pensarci troppo gli rispose che non lo sapeva, ma che eventualmente avrebbero assaggiato la carne dell’orso.

Lo scrittore ci spiega che la carne dell’orso rappresenta l’incertezza verso ciò che succederà di lì a poco, la paura incalzante di commettere qualche errore fatale, ma al contempo, il brivido dell’emozione di sperimentare nuove vie, nuove esperienze, e nuovi limiti da superare che portano necessariamente ad un cambiamento interiore.

“Era questa la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi di sbagliare, e padroni del proprio destino. Perciò sono grato a Sandro per avermi messo coscientemente nei guai.”

 

 

 

 

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