“Atto Zero” di Anastasio è arte, rabbia e riprende anche il mito di Ovidio

Il nuovo album di Anastasio cita tra le altre cose il mito di Narciso, trattato da Ovidio nelle Metamorfosi.

Marco Anastasio.

Atto Zero” è il primo album in studio di Anastasio, e presenta l’intensità e lo stile unico che lo caratterizzano. “Non è un inizio, non ho ancora iniziato” ha scritto l’artista sui social il giorno della pubblicazione.

Atto Zero: undici tracce, diverse tematiche

Arte, vita, rabbia e pensieri. Questo e molto altro nelle undici tracce del disco di Anastasio, tra cui si trova anche un simpatico brano chitarra e voce: Il Giro di Do. Ad aprire l’album c’è il brano che presenta il titolo, in cui è possibile trovare una particolare visione dell’arte. “L’arte è atto unico, ora e subito. E se la credi ferma nei musei, mi pari stupido. Ce n’è di più nel sacchetto dell’umido.” Questo afferma Anastasio, dopo la descrizione di Notre Dame in fiamme bella come non è stata mai. L’arte è viva, si tratta di un attimo di impeto, forza, intensità. La stessa intensità che caratterizza il canto di Anastasio, che Rosso di Rabbia canta a Sanremo un brano che condanna la spettacolarizzazione delle emozioni. L’artista si definisce una bomba a orologeria, una persona nata per esplodere e adesso disinnescata. “Ma dimmi come posso io […] sentire fermare quel ticchettio? Se muore la minaccia, muore pure la magia…e non conviene mica!” E mentre si pone contro gli scrocconi di emozioni, sempre in cerca di attenzioni, che prosciugano le canzoni della loro magia, nel disco racconta anche di quanto sia bello fuggire per un attimo da se stessi.

Ma a volte, se sono felice
mi scappa lo sguardo dagli occhi
e fa tutto da sé
vola lontano e
vola lontano…

Nel brano Narciso afferma di non voler fare la fine del celebre personaggio mitologico che è annegato nel proprio riflesso: racconta quei piccoli momenti di felicità in cui si riesce a perdere il controllo della mente e a lasciarla vagare libera tra il nulla e i pensieri più vari.

Ti è mai accaduto di stare seduto
e di mettere il muto nella tua mente?
L’impatto di accorgerti a un tratto di stare soltanto ad un passo dal niente…
Di perdere i sensi e trovarne di nuovi
partire dal cielo e trovarsi a milioni di metri sott’acqua
steso sul fondo, sento un rimbombo di suoni d’ovatta.

Poi qualcuno mi tocca la spalla

Mi ruba la calma
Domanda “a che pensi?”
A che penso?
Non penso, pensare è da fessi
Almeno prima che lo chiedessi
pensavo al nulla ed al tutto, sapessi
Un silenzio sottile, senza alcun fine
senza interessi.

[…]

Vorrei urlare il mio nome per ore
fino a lasciare soltanto il rumore
E svuotarlo di senso
Svuotarmi di senso.”

Il mito di Narciso

Il mito di Narciso a cui fa riferimento Anastasio è stato raccontato in diverse versioni, tra le quali quella dello scrittore latino Ovidio. Narciso è un giovane affascinante e vanitoso: tutti si innamorano di lui, ma nessuno riesce a vincere il suo orgoglio. Egli respinge tutti, anche la ninfa Eco che, delusa, per tutta la vita soffrirà a causa di quell’amore non corrisposto. Un giorno, per punizione della dea Nemesi, Narciso si trova davanti a una pozza profonda e decide di fermarsi per bere. Non comprende che quella nell’acqua è la sua immagine riflessa, e così si innamora perdutamente della sua stessa bellezza. Dopo aver realizzato la verità, e compresa l’impossibilità di quell’amore, si strugge e si lascia morire. Anche quando attraversa lo Stige, fiume degli Inferi, per entrare nell’Oltretomba, si affaccia per poter ammirare il suo riflesso su quelle acque.

“[…]Adstupet ipse sibi vultuque inmotus eodem
haeret, ut e Pario formatum marmore signum;
spectat humi positus geminum, sua lumina, sidus
et dignos Baccho, dignos et Apolline crines
inpubesque genas et eburnea colla decusque
oris et in niveo mixtum candore ruborem,
cunctaque miratur, quibus est mirabilis ipse[…]” Ovidio, Metamorfosi, III, vv 418-424.

(“Guarda stupito se stesso, se ne resta immobile e fisso sul suo volto, come una statua scolpita nel marmo pario. Steso a terra contempla due stelle, i suoi occhi, e i capelli degni di Bacco e di Apollo, le guance senza peluria, il collo d’avorio e la bellezza del viso e il roseo colore misto al suo candore: e resta in ammirazione di tutti quei tratti, per i quali egli stesso è meraviglioso.” Traduzione di Nino Scivoletto.)

Un silenzio sottile, senza alcun fine

Non voglio finire come Narciso, annegato nel mio riflesso“, canta Anastasio, che descrive la bellezza di quel silenzio sottile, senza alcun fine che accompagna i momenti in cui priviamo la mente di ogni controllo razionale e la lasciamo vagare, mentre fissiamo il vuoto e ci lasciamo possedere dai nostri pensieri. E se al giorno d’oggi l’eccessiva ammirazione della propria persona è una vera e propria patologia, che non a caso prende il nome di Narcisismo (per saperne di più: https://www.ilsuperuovo.it/narcisismo-da-un-culto-della-propria-persona-ad-una-vera-patologia/), un fattore più sano e comune a tutti è la capacità di fare il contrario: lasciare a terra tutto ciò che è concreto e cominciare un viaggio a bordo della propria mente, con i pensieri come unici compagni di avventura, verso un mondo che non necessariamente deve essere reale. Molti bambini si creano un mondo immaginario dove può accadere tutto ciò che vogliono. Tra i grandi, qualcuno spegne i pensieri davanti a un paesaggio, a qualcuno basta chiudere gli occhi per iniziare a viaggiare. Dunque, quando ci abbandoniamo ai nostri pensieri fuggiamo da noi stessi o forse da ciò che meno ci piace del mondo che ci circonda?

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