La sentenza sugli ultrà

Al termine della partita Inter-Napoli, match valido per la diciottesima giornata del campionato di Serie A,  come se non fossero bastati gli ululati razzisti della tifoseria interista verso il difensore centrale del Napoli Kalidou Koulibaly, avvenuti durante la partita, si è venuta a consumare l’ennesima tragedia in un contesto culturale e sportivo italiano che non smette mai di mostrarci i suoi lati più bui . Si sono infatti verificati scontri tra ultras interisti e napoletani, che hanno portato alla morte di un altro tifoso, il varesino Daniele Belardinelli, avvenuti nei dintorni dello stadio Giuseppe Meazza. Secondo quanto scrive il gip Guido Salvini trattasi non di un semplice scontro ultras tra tifosi, ma una vera e propria azione militare pre-organizzata da parte dei vari gruppi ultras interisti, che hanno teso a tutti gli effetti un agguato ben organizzato alla tifoseria napoletana.

A seguito degli scontri sono stati effettuati gli arresti da parte delle forze dell’ordine a danno di tre ultrà interisti coinvolti nella rissa: Luca Da Ros, Francesco Baj e Simone Tira. Il gip Guido Salvini, dopo aver interrogato a San Vittore i tre tifosi, ha emesso, il 30 dicembre, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. I tre ultrà restano dunque in carcere per motivi precisi: “è altamente probabile che gli indagati, organicamente inseriti nell’ambiente Ultras potrebbero concorrere alla dispersione di elementi probatori indispensabili per lo sviluppo delle indagini, e al condizionamento dell’acquisizione di ulteriori prove” scrive il giudice per le indagini preliminari. Le ragioni che hanno spinto il gip Salvini ad approvare la custodia cautelare in carcere sembrano essere innanzitutto volte a fini indagativi. Tuttavia l’idea di punizione come retribuzione, deterrenza, protezione sociale e rieducazione  sviluppata fino ai giorni nostri, volta a giustificare la soppressione di libertà individuale che lo stato può esercitare verso chi viola la legge, rende esplicite parecchie contraddizioni in ogni sua componente fondante.

Retribuzione e Deterrenza

Nella sua forma più semplice il retributivismo è la concezione secondo cui coloro che violano intenzionalmente la legge meritano la punizione che ricevono, indipendentemente dal fatto che ne derivino conseguenze benefiche per gli individui interessati o per il resto della società. Coloro che violano intenzionalmente la legge meritano di soffrire. Nella sua forma più semplice dell’occhio per occhio, il retributivismo richiede una punizione esattamente proporzionale alla gravità del crimine commesso. Questa concezione riceve molta della sua forza dal sentimento di vendetta. Ottenere indietro ciò che ci spetta è una reazione umana molto naturale al fatto di essere stati danneggiati. Secondo i retributivisti i criminali meritano di essere puniti indipendentemente dal fatto che questo abbia su loro effetti benefici. Pertanto la critica principale rivolta al retributivismo è che esso non presenta alcuna attenzione agli effetti della punizione sul criminale o sulla società.

Un’altra giustificazione comune della punizione è che, se intesa come solo deterrente, essa scoraggia la violazione della legge, sia per quanto riguarda l’individuo punito, sia nei confronti degli altri componenti della società. Ciò giustifica anche la punizione di coloro che non saranno rieducati dalla stessa: è più importante che la punizione sia vista come la conseguenza inevitabile del crimine piuttosto che l’individuo punito sia effettivamente rieducato. Il rischio più assurdo e realistico al tempo stesso della concezione della deterrenza è il caso dell’utilizzo della punizione contro innocenti al fine della sua esemplarità, questo per il fatto che sono privilegiate le conseguenze della punizione e non la sofferenza del singolo.

Protezione sociale e Rieducazione

Un’altra giustificazione della punizione basata sulle supposte conseguenze benefiche mette in rilievo la necessità di proteggere la società dalle persone che hanno tendenza a violare la legge. Alcuni tipi di crimine, come lo stupro, possono essere commessi ripetutamente dalla stessa persona.

In questi casi limitando la libertà del criminale sarà minimizzata la possibilità che il crimine venga commesso di nuovo. Bisogna anche considerare che esiste una grossa fetta di crimini commessi una tantum. Per esempio può capitare che una moglie che odia da anni suo marito alla fine trovi il coraggio di mettere del veleno nel suo caffelatte. In tal caso è molto probabile che la donna non costituisca più una minaccia per nessuno: ha commesso un crimine molto grave ma è improbabile che lo ripeta. In questo caso la protezione sociale non fornirebbe alcun pretesto di punizione. Inoltre nel caso di criminali pericolosi, a meno che non si decida di assegnare ergastoli a destra e a manca, imprigionare i criminali protegge la società solo nel breve periodo.

Le contraddizioni della concezione della protezione sociale nascono da argomenti empirici, pertanto sembrano esserci buone ragioni per combinare quest’ultima alla rieducazione del criminale. Secondo questa concezione infatti la soppressione della libertà può servire come forma di trattamento rieducativo. Tuttavia bisogna considerare, nella teoria della punizione come rieducazione, l’esistenza di una classe di criminali che violano la legge una tantum, i quali quindi non avrebbe senso punire dal momento che probabilmente non violeranno di nuovo la legge. Inoltre esiste la non meno problematica classe dei criminali incorreggibili, per i quali appare inutile una rieducazione.

 

 

 

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