Arrestata baby gang romana: è giusto condannare dei ragazzini?

Le tristi vicende dei ragazzi dediti alla malavita continuano a moltiplicarsi. Moltissime città italiane sono sempre più invase da questo fenomeno, ed in alcune di esse la violenza minorile assume caratteri e numeri più che preoccupanti.

L’ultimo caso apparentemente risolto ha sede a Roma, maggiore città italiana dopo Bologna dove la vita dei ragazzini si lega in più occasioni al fenomeno malavitoso, sfociando spesso in un finale tragico. Da isolati episodi di bullismo a vessazioni di ogni tipo, da piccoli furti alle bancarelle fino a rapine nei confronti di piccoli commercianti. Niente sculacciate, come sembrano suggerire i meno interessati alle dinamiche interiori del fenomeno, amanti della semplicità di una volta, ma arresti domiciliari e centri di recupero. Niente di cui scherzare, tanto su cui riflettere.

Roma, città grigia

Il più recente fatto di cronaca, come detto poco sopra, ha luogo proprio nella città eterna. Qui infatti, in seguito ad una lunga serie di indagini, tra cui pedinamenti e vari accertamenti informatici, gli investigatori sono riusciti a rintracciare una piccola banda di minorenni che operava estorcendo denaro in pieno centro. La banda sarebbe composta da cinque elementi, tutti minorenni. Due di loro, come emerge dai giornali, verranno affidati a centri di recupero specializzati, mentre altri due sconteranno la pena prevista sotto forma di arresti domiciliari. L’ultimo membro è ancora latitante ma, fanno sapere le autorità, non appena rintracciato, anche lui sconterà gli arresti domiciliari come previsto dalla sentenza.

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E’ innegabile, l’accostamento di ragazzini con parole come latitanza e sentenza sono quanto di più triste e grigio la cronaca avrebbe mai potuto offrirci. Eppure, il fenomeno in Italia esiste e anzi, va progredendo a vista d’occhio. Ignorare la sua esistenza è quantomeno deleterio, soprattutto se ci fermiamo a constatare i numeri di tale mostruosità. E ancora, il numero oscuro, e quindi mai recuperato dalle autorità, dei ragazzi che operano in determinati contesti criminali è tremendamente più alto di quelli presi in carico dalle comunità. Nelle città più popolate, le stime parlano di migliaia di ragazzi affiliate alle baby gang, da nord a sud della penisola senza distinzione alcuna. In testa alla classifica spiccano città come Bologna, la stessa Roma e Catania, ma la lista di città con più di 800 ragazzi minorenni accusati di violenza è ad ogni modo elevatissima.

Un fenomeno pericolosamente reale

Come detto, ormai il fenomeno baby gang ha raggiunto portata nazionale, e negli ultimi anni in particolare sembra essersi esteso a macchia d’olio. E’ bene però porre degli interrogativi fondamentali: innanzitutto, da cosa nasce questo fenomeno? E di conseguenza, come e quanto è giusto punire i giovanissimi delinquenti?

Ad una primissima analisi delle situazioni poste sotto la lente d’ingrandimento degli esperti, due sono risultati gli approcci alla spiegazione causale delle baby gang. La prima, quella maggiormente diffusa, grazie soprattutto a vari scrittori che, di recente, hanno portato a conoscenza di tutti gli orrori e le ingiustizie della malavita italiana di ogni sorta, è proprio la teoria della subcultura criminale. Si tratta di una delle più famose teorie criminologiche di ogni tempo, e fu portata alla luce dapprima dallo studio circa la microcriminalità della cosiddetta Scuola di Chicago, e successivamente riportata in auge dal noto criminologo Edwin Sutherland. Questo in particolare ha dato un grandissimo apporto alla teoria, grazie soprattutto all’influenza di studi comportamentisti da cui il sociologo prese a grandi mani per sviluppare la sua teoria. Secondo Sutherland, il comportamento criminale non è insito negli individui, ma è appreso mediante un processo comunicativo che avviene all’interno del gruppo in cui il ragazzo si trova a crescere. Questo apprendimento comprende norme e valori interne al gruppo stesso, e che spesso ed inevitabilmente sono in contrasto con la legge dello Stato di appartenenza. Ma non solo: dal gruppo vengono ovviamente apprese anche le tecniche della delinquenza, come fosse una specie di istituto che genera nuovi criminali ogni giorno. In questo modo, si può esprimere il concetto di comportamento criminale come espressione del rispetto dei valori similmente a quanto avviene negli individui che rispettano la legge. Mentre un ragazzo cresciuto nel rispetto dello Stato è meno portato a delinquere e a comportarsi da bravo cittadino, il ragazzo cresciuto in un ambiente malsano, dominato da altri valori, differenti dalla legge statale, può trovare perfettamente normale e anzi doveroso commettere certi crimini, come rapine, spaccio ed omicidi.

Gangsters in ghetto

Ma l’apporto decisamente più significativo per quanto riguarda la criminalità giovanile non può che essere quello di un altro criminologo americano, Albert Cohen. Questo infatti sosteneva che le baby gang fossero delle organizzazioni non tanto utilitaristiche quanto prevaricatrici verso un fine totalmente negativo e in lotta contro la società. In sostanza, vedeva nelle bande giovanili la fusione tra la teoria della subcultura con il concetto di anomia (il disagio provocato dal divario tra fini sociali e mezzi disponibili). Di conseguenza, i ragazzi delle bande sarebbero spinti all’illecito mediante un atto di sfogo, dovuto alla frustrazione avvertita per il peso di determinate situazioni economiche e sociali (ad esempio i quartieri malfamati di grandi città) che non offrono sbocchi la meta loro prefissata dagli standard occidentali moderni, ossia ricchezza e fama. Più che la ricerca di questi, la rabbia per la loro irragiungibilità porta i ragazzi a sfogarsi nel crimine, in azioni sempre peggiori. E’ giusto tuttavia chiedersi se e come questi ragazzi vadano puniti, considerando il fatto che, molte volte, i fattori che li spingono a certi atti siano del tutto fuori dalla loro comprensione. Senza l’aiuto di uno specialista, così come di una struttura d’aiuto, è pressoché impossibile anche solo pensare di aiutarli, anche in virtù del fatto che, una volta tornati a casa, tornerebbero a loro volta anche nel tempio in cui il male li ha assorbiti, rendendoli schiavi di quella parte di società che il mondo “normale” ritiene sbagliato.

 

Lorenzo Di Salvatore