Il caso Epstein non riguarda il sesso, né la perversione. Riguarda il potere.

Jeffrey Epstein, finanziere americano morto in carcere nell’agosto 2019, aveva costruito per decenni una rete di abusi sistematici su minorenni, protetta da una quantità smisurata di ricchezza e da connessioni che attraversavano il mondo della politica, della finanza e dello spettacolo.
Quando nel gennaio 2024 sono stati pubblicati gli Epstein files – migliaia di pagine di documenti giudiziari che rivelano nomi, testimonianze e dettagli di quella rete – la reazione pubblica si è concentrata, come sempre, sui dettagli: chi sapeva, chi era complice, chi aveva partecipato. Si è indugiato nello scandalo, nelle connessioni tra nomi illustri, nella psicanalisi del “mostro”, nei particolari morbosi e terribili di cui, probabilmente, non avevamo bisogno, evitando accuratamente una domanda, forse la più importante, che avrebbe dovuto imporsi fin dall’inizio: che tipo di potere rende tutto questo possibile?
Piuttosto che con la psicologia del deviante, la risposta ha a che fare con la struttura del potere, ovvero con ciò che succede quando ricchezza e potere si accumulano oltre ogni limite e cominciano a vivere secondo leggi proprie, opache, autoreferenziali, impermeabili al giudizio e alla sanzione.
Può sembrare sorprendente, ma le risposte si trovano in tempi più antichi del nostro. Già Aristofane, Solino e Agostino l’avevano messo nero su bianco, Pasolini l’ha addirittura filmato. Il meccanismo, che continuiamo a trattare come un’eccezione perversa anziché come un problema di classe, segue una struttura più o meno costante: rendere i corpi disponibili; trasformare la violenza in passatempo; isolare il caso e delegarlo alla perversione di un gruppo di persone.
Raccontare questa storia come una discesa nell’orrore è comodo, ma sarebbe più onesto raccontarla per quello che è: un problema di potere, di classe, di ricchezza, in cui Epstein non rappresenta un’anomalia del sistema, ma uno dei suoi esiti più evidenti.
Noia
Quando la ricchezza diventa una condizione permanente, ciò che viene meno non è il desiderio, bensì il limite. Lo raccontava già Aristofane nel Pluto, smontando l’utopia della redistribuzione econimica e mostrando come l’abolizione del bisogno non produca autonomia, ma immobilità. Infatti, quando Pluto riacquista la vista e distribuisce ricchezza a tutti, il risultato non è la felicità collettiva ma la paralisi: non si lavora più, cessano i sacrifici agli dèi, il tessuto sociale perde la sua solidità e ci si ritrova in uno stato di inattività che dà vita alla noia.
Ne mostra chiaramente la degenerazione il recente riadattamento teatrale Pluto. O il dono della fine del mondo, messo in scena dal Gruppo della Creta (link qui nel caso voleste vederlo: https://www.youtube.com/watch?v=Q8hYnene-Bk). Nella loro rilettura, la noia è la madre della violenza: quando i ricchi non hanno più nulla da fare, si annoiano; la noia genera malinconia, che a sua volta partorisce la violenza. Così stragi, bombardamenti, mutilazioni diventano il passatempo perfetto di chi non più bisogno di nulla.
È il delirio dell’onnipotenza che porta all’accumulo compulsivo di beni, emozioni, esperienze (di cui siamo assuefatti) e che tanto ci ricorda il monito marxista: Accumulate, accumulate! Questo è Mosè e i profeti! Con cui Karl Marx ci avvisava che il fine ultimo dell’accumulo non è il soddisfacimento di bisogni primari; ma piuttosto che esso si autoalimenta, e quando non trova più resistenza nel mondo economico, cerca altrove. In tal senso, la violenza non è un’aberrazione di questo sistema bensì uno dei suoi prodotti più coerenti.
Corpi
Nel De civitate Dei, Sant’Agostino dà un nome a questa degenerazione e la chiama libido dominandi. Essa è il vizio fondamentale dei potenti, la pulsione di dominare quando non c’è più nulla da conquistare, di esercitare il potere su ciò che si ha, anche a costo di porsi al di sopra di qualsiasi ordine morale, naturale o divino.
Secoli e secoli dopo, Pier Paolo Pasolini ha portato la libido dominandi al cinema. Durante le riprese di Salò o le 120 giornate di Sodoma, interrogato sul significato di quella violenza sistematica, risponde che «tutto il sesso presente nel film» serve come «metafora di ciò che il potere fa del corpo umano, è la mercificazione del corpo umano, la riduzione del corpo umano a cosa, che è tipica del potere, di qualsiasi potere». Il film, continua Pasolini, è «contro quello che io chiamo l’anarchia del Potere», perché «nulla è più anarchico del potere. Il potere fa ciò che vuole, e ciò che il potere vuole è arbitrario».
Salò è la messa in scena di un potere illimitato; e la violenza del film non nasce dall’odio, ma dall’onnipotenza, dalla noia.
L’isola di Epstein appartiene alla stessa geografia della villa di Salò. Uno spazio di immunità, protetto dal denaro e dalle relazioni in cui la legge non esiste e non si prova nessun piacere nel violarla, poiché si hanno abbastanza soldi per renderla opzionale.
Classe sociale
Come si sta cercando, pian piano, di dimostrare, questa dinamica riguarda una forma di degenerazione del potere, che nasce quando la ricchezza diventa immunità.
Il problema non è solo che Epstein fosse un criminale: il problema è che non era considerato tale. Non da chi lo frequentava, non da chi investiva con lui, non da chi lo proteggeva, ed è proprio questa l’anarchia dall’alto di cui parlava Pasolini nel secolo scorso.
Per questo, finché continueremo a parlare di Epstein come di un mostro isolato, continueremo a mancare il bersaglio.
L’isola di Epstein era il prodotto di una struttura economica che crea zone franche, tempi sospesi, corpi disponibili e una classe sociale che può permettersi di oltrepassare il limite. Il capitalismo finanziario non ha inventato la violenza sui corpi, ma ha perfezionato la macchina che la rende praticabile senza conseguenze. Ha creato le condizioni perché chi ha abbastanza soldi possa comprare le persone come se fossero oggetti.
Quindi, l’approccio al caso Epstein non richiede indignazione, ma lucidità. Perché ciò che mette a nudo non è l’abisso di un individuo, bensì la superficie liscia di un sistema che ha imparato a funzionare senza attrito. La noia come esito del privilegio, i corpi – oggi di altri, domani nostri? – come ultimo spazio di esercizio del potere, l’economia come macchina di immunità: non tre anomalie, ma tre ingranaggi della stessa struttura. Finché continueremo a trattare tutto questo come scandalo, e non come forma del potere contemporaneo, non faremo che confermarne l’efficacia. Il vero problema non è ciò che è accaduto, ma ciò che continua a essere possibile e a restare, ostinatamente, senza nome. Perché dare un nome a questo meccanismo significherebbe ammettere che non si tratta di mostri da isolare, ma di un sistema da smontare, e questo avrebbe bisogno, in primo luogo, che noi ammettessimo di aver fallito come società.