Il Superuovo

Analizziamo l’episodio del rider aggredito che deve farci riflettere sulla precarietà lavorativa

Analizziamo l’episodio del rider aggredito che deve farci riflettere sulla precarietà lavorativa

Un brutto episodio si è poi concluso positivamente, con un grandissimo slancio di generosità. Però deve farci molto riflettere.

La criminalità è un problema, ma non può essere tirata in ballo come capro espiatorio per evitare di farci riflettere su complesse situazioni più strutturali e profondamente problematiche.

La criminalità come capro espiatorio

Prima di tutto è indispensabile aprire con un problema di metodo, cioè restituire alla vicenda del rider aggredito la sua complessità e profondità. Ovviamente l’aggressione è stata un gesto criminale, tuttavia questo non significare dare a tale gesto la colpa di ogni cosa.

Le primissime dichiarazioni infatti hanno parlato della necessità di avere più sicurezza sulle strade, per evitare altri episodi di questo genere. Osservazione che potrebbe essere utile, ma rischia di mandarci fuori strada.

In questi decenni la precarietà lavorativa è diventata la norma in molti paesi, compreso il nostro. Il rider aggredito infatti è un uomo di 56 anni, costretto a ripiegare su tale lavoro perché ha perso il suo posto da macellaio. Un enorme gesto di solidarietà ha colpito il signore, con una raccolta fondi e la ricerca di offerte di lavoro. Tuttavia purtroppo sono in molti a fare il mestiere del rider in totale precarietà.

Il mestiere del rider piano piano, anche grazie a innumerevoli proteste, si sta cominciando a regolamentare, ma ancora soffre di un’allarmante precarietà. Il contratto non è un contratto di lavoro dipendente, in quanto teoricamente si tratta di un lavoro subordinato anche se di fatto lo è, questo significa non avere pagate malattia e ferie, tra le altre cose. Tuttavia entrerò più nel dettaglio nel prossimo paragrafo.

Qui mi preme sottolineare che sin dall’unità di Italia il sud ha vissuto in condizioni economiche più precarie, con naturale conseguenza un aumento della criminalità. Molto spesso questo si accompagna a discorsi economici e politici che hanno una retorica colpevolizzante,  del tipo: voi siete criminali e non volete lavorare, è per questo che andate male. Questa retorica, che a mio avviso potrebbe forse anche far parlare di violenza simbolica, mette in ombra aspetti strutturali che renderebbero il sud più una vittima che un colpevole. Posizione già espressa un secolo fa da un famoso politico e filosofo marxista italiano, Antonio Gramsci.

Parliamo dei vecchi rischi sociali

Il termine vecchi rischi sociali si usa per designare quei rischi che hanno colpito i lavoratori negli anni della prima modernità. Ad esempio la totale mancanza di contratti rendere possibile il licenziamento a discrezione del padrone e ,ovviamente, non c’erano sussidi per la disoccupazione o il licenziamento. Gli infortuni, la malattia e le ferie non erano pagate, se si poteva lavorare si guadagnava un salario, che Marx definiva di pura sussistenza, al fine di sopravvivere e poter continuare a lavorare.

Nessun tipo di protezioni per le giovani madre, le donne e anche i bambini spesso erano costretti a lavorare per permettere alla famiglia di sbarcare il lunario. Basta leggere i tragici resoconti sulle condizioni di vita del sottoproletariato Inglese di Marx e Engels, o i romanzi storici di Charles Dickens, per rendersi conto delle disastrose condizioni di vita.

Tanto è che l’antropologo Pierre Clastres, ha scritto un libro che si chiama “La società contro lo stato“, dove parla delle popolazioni indigene del sud America. Arriva a sostenere, in modo particolarmente caustico, che la nostra concezione di società primitive arretrate con una scarsa economia è totalmente errata. Quelle società spesso con la caccia e la raccolta riescono a coprire il fabbisogno del doppio della popolazione, se dobbiamo parlare di primitivi con un’economia di sussistenza dovremmo riferirci al sottoproletariato Europeo.

Scomparsa dei vecchi rischi sociali e rischio di un loro ritorno

Piano piano nel corso del tempo i vecchi rischi sociali sono stati assorbiti dai vari neonati stati-nazione. Tanti i fattori che hanno contribuito a questo possiamo elencare: governi che volevano incorporare i lavoratori, ad esempio Bismarck nella Germania di fine ‘800, la presenza di partiti socialisti e la proliferazione di sindacati, associazioni e corporazioni dei lavoratori.

Nel secondo dopoguerra si è raggiunta una situazione di benessere che gli studiosi chiamano i 30 anni gloriosi (il periodo 1945-75). Il welfare state, seppure in modi differenti (toccando l’apice di espansione nei paesi scandinavi e i punti più bassi negli USA) si è espanso come protezione sociale in tutto l’occidente.

Il welfare state include: ferie pagate, assistenza, malattia, maternità, congedi parentali, assegni di disoccupazione, tutte cose presenti nei 30 gloriosi. Forse si è esagerato con la spesa, nell’immaginario si ricorda la Prima Repubblica italiana come un’età di spreco (basta chiedere a chi ha più di 50 anni). Tuttavia questa idea di governo spendaccione, che andava imbrigliato, ci è stata data principalmente da una rivoluzione economica e politica che si è avuta negli anni 80 dello scorso secolo.

Con quella che nella letteratura scientifica prende il nome di svolta neoliberista, messa in atto dall’Inghilterra con la Margaret Thatcher e dagli USA con Donald Reagan, i governi sono stati accusati di aver effettuato una troppo elevata spesa pubblica. Questo ha comportato tagli alla spesa di enormi dimensioni, che ovviamente si è ripercosso sul welfare state e sulle protezioni lavorative.

Questa situazione deve farci riflettere, i fautori della svolta neoliberista immaginavano che nonostante le minori sicurezze sociali ci sarebbero state più opportunità per tutti, perché il mercato da solo avrebbe fatto quello che gli stati non fanno. Così invece non è stato, con l’economia che si è spostata sempre di più nella finanza ad arricchire coloro che già navigavano nell’oro. Se un ritorno ai vecchi welfare appare comunque oggi impossibile anche l’attuale situazione appare insostenibile. Bisogna tornare a riflettere seriamente su alcuni concetti e istituzioni che stanno alla base della modernità, come il lavoro, lo stato e il mercato. Se vogliamo che la modernità non rischi di implodere su se stessa oppure continui ad essere teatro di enormi differenze di reddito, sicurezza e benessere.

 

 

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