Il Superuovo

Analfabetismo e comunicazione: il nüshu e il “latinorum” fanno parte della stessa realtà

Analfabetismo e comunicazione: il nüshu e il “latinorum” fanno parte della stessa realtà

Le donne cinesi utilizzavano il nüshu, i contadini medievali il volgare. Ecco dove porta il bisogno di esprimersi.

Oggi viviamo in un’epoca in cui imparare a leggere e a scrivere è scontato, ma per moltissimo tempo non è stato così. La lingua scritta era un privilegio, in Europa e nel resto del mondo.

QUANDO DUE LINGUE SERVONO A SCOPI DIFFERENTI: LA DIGLOSSIA

La diglossia è la condizione di compresenza di due lingue diverse utilizzate all’interno di una stessa comunità; in una situazione di diglossia, però, ognuna di esse assume per chi la parla una funzione ben precisa e distinta. Solitamente, esiste una lingua ritenuta formale e ufficiale, usata in pubblico e negli scritti, e una varietà informale e riservata ad un ambito familiare. Proprio in questo risiede la differenza tra bilinguismo e diglossia; nel primo caso, infatti, le due lingue vengono utilizzate senza distinzione di funzione tra l’una e l’altra.

Questa situazione esisteva in Italia fino all’inizio del secolo scorso. All’epoca, esprimersi in italiano significava in qualche modo usare un linguaggio “costruito” e quindi fittizio: per questo, era il dialetto la lingua normale della quotidianità, nella quale si potevano esprimere i sentimenti spontanei. Questa situazione è stata – e, in una misura minore, è ancora – rilevante nel nostro Paese, a causa della frammentarietà politica che ha caratterizzato la sua storia. Tuttavia, questo fenomeno rischia di verificarsi ogni volta che soltanto una cerchia ristretta di persone può accedere al mondo dell’istruzione. Le persone non istruite cominciano ad utilizzare una varietà linguistica meno sorvegliata, e con il tempo, nascono vere e proprie lingue minoritarie. Spesso, le persone più istruite le etichettano come “corrotte” e le disprezzano, senza però fornire un’alternativa.

LE DONNE ANALFABETE CINESI HANNO INVENTATO IL NÜSHU

Alessandro Leone, nell’articolo uscito venerdì 9 aprile per Il Tascabile, ha raccontato della condizione delle donne nella Cina di meno di un secolo fa. All’epoca, la disparità di genere era estremamente forte: in primo luogo, l’istruzione era appannaggio esclusivo degli uomini. Le bambine dovevano sottoporsi alla fasciatura dei piedi affinché restassero minuscoli, come si confaceva agli standard di bellezza della società; nel resto della loro vita, dovevano essere votate all’obbedienza, alla castità, alla tranquillità e alla piacevolezza, così come prescriveva Confucio.

Ovviamente, la vita in queste condizioni era tutt’altro che semplice: per questo, le donne crearono un nuovo mezzo di comunicazione, il nüshu. Si trattava di una lingua che conoscevano loro soltanto; gli uomini sapevano della sua esistenza, ma non riuscivano a decifrarla perché non se ne interessavano. I caratteri vennero completamente inventati, mentre l’alfabeto fonetico di riferimento era quello di alcuni dialetti locali. A livello orale, questa lingua si esprimeva con il canto.

Questa situazione può rappresentare a pieno titolo una diglossia. Il nüshu era percepita come una lingua di serie B, che utilizzavano soltanto le donne analfabete. Nonostante ciò, esso godette di un’ampia tradizione: ad esempio, vi si scrivevano le preghiere per le giovani spose. Con la Rivoluzione Culturale di Mao Zedong (1966-1976), però, si decise di mettere al bando il nüshu, perché oscuro e perché visto come espressione del passato feudale. Gran parte degli scritti in questa lingua andò distrutto, così come il suo immenso valore linguistico e culturale.

LA DIGLOSSIA IN ITALIA: DAL LATINO NACQUERO I VOLGARI

Fu in un modo molto simile che in Italia dal latino nacquero i volgari. Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.), venne meno anche l’unità linguistica. Soltanto una fascia ristretta della popolazione poteva imparare il latino a livello scolastico. Così, i ceti meno abbienti cominciarono, con il tempo, a parlare una varietà che non poteva essere più definita latino. Soltanto i più ricchi e i più istruiti continuarono a utilizzarlo, soprattutto nei contesti più formali e ufficiali. Si trattò, quindi, di una situazione in cui i più poveri non potevano comprendere le scritture ufficiali, ma nemmeno la liturgia.

Sappiamo che, parzialmente, questa situazione fu sbloccata dalla Commedia dantesca. Però, anche dopo la nascita della letteratura in volgare, il latino rimase la lingua predominante negli ambiti più alti della cultura e della società. Ricordiamo, ad esempio, il latinorum di cui Renzo accusa Don Abbondio nei Promessi sposi, che è senza dubbio uno degli episodi rappresentativi per spiegare questa situazione. Ma anche quando il latino cominciò ad essere sostituito dal fiorentino, la situazione di diglossia permase oltre l’Unità d’Italia. Soltanto con l’avvento dell’istruzione elementare obbligatoria, della leva militare e della televisione le cose cominceranno a cambiare.

La storia dell’italiano e quella del nüshu fanno riflettere su un concetto molto importante: la comunicazione è qualcosa di imprescindibile per l’essere umano. Proprio per questo è importante che non venga monopolizzata.

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