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Dolore e sofferenza psicologica: comprendiamo le differenze attraverso Eternal Sunshine of the Spotless Mind

Dolore e sofferenza psicologica: comprendiamo le differenze attraverso Eternal Sunshine of the Spotless Mind

Il dolore e la sofferenza psicologica sono due concetti differenti ma spesso vengono confusi.

Confondiamo dolore e sofferenza perchè nessuno a scuola ci ha insegnato a distinguerli.

Li confondiamo perchè spesso le immagini e i film tendono a confonderli.

Molti libri di narrativa, invece, andando nel dettaglio riescono a entrare più a fondo in questi due concetti psicologici (seppur non definendo le differenze).

Vediamo insieme cosa sono dolore e sofferenza psicologica.

Il dolore

Il dolore è un emozione chiara e precisa, risponde a stimoli percettivi (autoindotti o provenienti dall’esterno).

Produce reazioni e sensazioni fisiologiche e biologiche distintive e si divide in dolore tissutale (legata al corpo) ed emotivo.

I due dolori si esprimono ugualmente a livello facciale ma non attivano le stesse aree del cervello.

Come ogni emozione ha tre funzioni fondamentali: adattiva, di conoscenza e di comunicazione.

Ha un inizio, un picco, e una fine (non è perenne).

La sofferenza psicologica e le differenze col dolore

La sofferenza, invece, è più simile al concetto di frustrazione: ha a che fare con le energie cognitive e spesso sono proprio queste le prime a pagarne le conseguenze.

Una persona sofferente perde lucidità e non riesce a mettere in atto comportamenti risolutivi.

Una persona che prova dolore, invece, non necessariamente non è lucida e probabilmente sa benissimo cosa prova e come potrebbe risolvere quel dolore.

Quello che accade è che confondendoli a volte si perde il significato che hanno.

La sofferenza non trova soluzioni senza il comportamento risolutore (o più comportamenti risolutori) e spesso mette la persona di fronte a più possibili scenari.

Questo genera confusione (non nel senso di integrazione di più possibilità, fusione-con, ma bensì senso di smarrimento e mancata percezione di energie risolutive).

Qualche “motivatore” dice che il dolore è necessario, la sofferenza è una scelta.

È vero, ma metterli nella stessa frase non ne spiega veramente la differenza perché si tende a collegarli, quando invece potrebbero esserlo ma di fatto non lo sono.

Il concetto di vantaggio psicologico

Quando si parla di sofferenza non si può non considerare il concetto di “vantaggio psicologico”.

Secondo Berne, nel suo libro “A che gioco giochiamo” basato sulla “Teoria dei giochi”, ogni circostanza, nonostante possa generare frustrazione e sofferenza, porta in realtà dei vantaggi alla persona.

Un esempio è una persona che soffre perché non ha un lavoro ma invece di andare a procacciarlo preferisce soffrire e stare a casa (magari perché mantenuto da qualcun altro)

Noi, stando stando in quella sofferenza, non mettiamo in atto veramente comportamenti risolutori poichè questi porterebbero più svantaggi che vantaggi.

I comportamenti risolutori, quindi, non sono veramente tali per la persona perché una parte di essa nutre vantaggio cognitivo dal non mettere in atto niente.

In pratica, non fare non pone il rischio di scoprire cosa c’è dopo.

Questo dimostra che a guidare questa sensazione di sofferenza è più la paura presente che il dolore presente.

Paura di un dolore? Probabilmente sì, anche se il sillogismo è ovviamente semplicistico e va preso con le pinze.

Il dolore svanisce una volta espresso, la sofferenza rimane senza un comportamento risolutore

Assuefazione alla sofferenza psicologica

Trovare il coraggio di fare azioni risolutive della sofferenza è direttamente proporzionale a quanto ci siamo “assuefatti alla sofferenza”.

Se essa è recente probabilmente reagire è piuttosto automatico e istintivo, ma solo se la persona è consapevole di quale sia la radice del malessere.

Quello che succede spesso è che la sofferenza nasce in sordina e non sappiamo ben identificare le cause.

Questa allora prende vita in noi piano piano come un’erbaccia alla quale ci assuefacciamo (come con le sigarette, p.e.) e di conseguenza diventa parte della nostra quotidianità.

Le abitudini, che sono associate alla quotidianità, sono le cose più difficili da sradicare ed è per questo che lo sforzo cognitivo per cambiarle viene percepito come troppo alto e, di conseguenza, non ci prendiamo il rischio di cambiare per pigrezza e paura dell’ignoto.

A volte l’abitudine è proprio il mancato coraggio di vivere proprio quel dolore che, per esempio, potrebbe indebolire la nostra sofferenzafarci trovare la forza per agire

Vincere la sofferenza

La cosa da fare sicuramente in primo luogo è mettere su carta tutto quello che sentiamo collegato a questa sofferenza, cercando onestamente di scrivere sia le cose che dipendono da noi che quello che provengono dall’esterno.

La presa di responsabilità è importantissima come atteggiamento risolutore.

Da qui poi la messa in atto è del tutto personale e non esistono strategie vincenti per tutti: si tratta di provare, valutare, e nel caso, provare nuove strategie fino a che non scompare.

Ricordatevi che l’abitudine è forte, ma non fortissima.

Dopo 21-28 giorni con un nuovo atteggiamento mentale e mettendo in atto comportamenti apparentemente risolutori, anche se diversi, sarà possibile disancorare la vostra abitudine di pensiero e comportamento dal presente.

Da qui in poi la partita è vostra!

E se torneranno nuove sofferenze, va tutto bene! Si tratta solo di riconoscerle e fare nuovi tentativi fino ad un nuovo stato di equilibrio.

Dolore e sofferenza nel film “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”

Un film esternamente esplicativo della differenza tra dolore e sofferenza è Eternal Sunshine of the Spotless Mind.

Joel (Jim Carrey) veste il ruolo di una persona che vive una sofferenza ed è abituata a non cambiare le cose in gioco per risolverla.

Clementine (Kate Winslet), invece, mette in continuazione in atto comportamenti che la portino fuori dai vari malesseri anche in modo impulsivo e senza preoccuparsi delle conseguenze.

Il film evidenzia perfettamente come i due opposti atteggiamenti risolutori portino delle conseguenze spiacevoli.

Come sempre, nella psiche, il giusto equilibrio (che vuol dire andare un po’ di qua e un po’ di là e NON stare fermi) sembra essere la soluzione migliore.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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