Il Superuovo

La decontestualizzazione esiste da sempre: vediamolo con Primo Levi e la Cancel Culture

La decontestualizzazione esiste da sempre: vediamolo con Primo Levi e la Cancel Culture

Nel voler interpretare il passato e le sue opere spesso tendiamo a decontestualizzare i fatti e i contenuti: l’opera di Primo Levi e la cancel culture sono l’esempio.

La cancel culture da un paio d’anni intende condannare ed oscurare personaggi del passato. Le azioni di questi  vengono giudicati con l’occhio dei moderni. Vengono così “oscurati” poiché i loro comportamenti sono sbagliati alla luce del nuovo metro di giudizio. Questo processo di decontestualizzazione non è un delirio della mentalità contemporanea, è forse delirante, ma giustificabile, nella sua violenza. Il processo di decontestualizzazione in realtà è sempre esistito. In arte ed in letteratura si prende dal passato quel che serve, lo si interpreta e ripropone in funzione di quel che si vuol dire, spesso tradendo il senso originale.

La cultura della cancellazione

Va chiarita la caratura di questo fenomeno, complesso e sfumato. Si tratta di una forma moderna di ostracismo con cui una tal persona, così come un brand o un gruppo commerciale, vengono messi al bando, ed estromesso totalmente dalle cerchie sociali, social, professionali. In pratica si smette immediatamente di supportare il nome in questione, colpevole di aver detto o fatto qualcosa di altamente discutibile e per molti inammissibile. Potremmo definirla una conseguenza della mentalità del politically correct.

La cultura della cancellazione opera in forme diverse, ma il lato che ora ci interessa, ai fini del nostro discorso, è  quello che attacca il razzismo.

Black Lives Matter

Dopo la morte dell’afroamericano Geoge Floyd (avvenuta lo scorso maggio), il movimento attivista internazionale Black Lives Matter, nelle sue manifestazioni, ha messo in pratica la cultura della cancellazione, al presente ed al passato. Gli episodi di iconoclastia ci fanno capire ancora meglio ciò che stiamo dicendo. I manifestanti sfregiano e distruggono statue e monumenti dedicati a personaggi storici legati al razzismo, al colonialismo allo schiavismo: cancellano il razzismo dalla storia, come volendolo cancellare dal presente. Si guarda il passato con gli occhi del presente. Non importa la grandezza culturale, politica o sociale di quel personaggio, se ha agito da razzista, la sua statua sarà un simbolo favorevole al razzismo e quindi da rimuovere.  Un processo di decontestualizzazione giustificato dalla disperazione che anima quelle persone costrette, oggi più che mai, a lottare contro un fenomeno senza senso e senza tempo.

Primo Levi, “Se questo è un uomo” e Dante

Lo scrittore Primo Levi (1919-87) visse in prima persona l’esperienza terribile della deportazione e del campo di concentramento, perché, in quanto ebreo, venne deportato nel Lager nazista di Auschwitz. In “Se questo è un uomo” Levi racconta la sua esperienza di prigionia e spesso ricorre alla poetica dell’inferno dantesco per raccontare l’inferno del Lager nazista. Nel capitolo intitolato “Il canto d’Ulisse”,  Levi racconta di una pseudo lezione di lingua italiana impartita ad un compagno di prigionia. Levi tiene questa lezione non partendo dalle nozioni base della lingua, ma a traverso il XXVI canto dell’Inferno, con protagonista Ulisse, recitandolo e traducendolo al suo compagno.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e conoscenza.

In quei versi, rievocati cosi faticosamente, in quell’invito di Ulisse ai suoi compagni c’è qualcosa che ha direttamente a che fare con la dignità dell’uomo e con la stessa natura umana. Quell’umanità che il Lager annienta. Quella magica terzina, recitata in quel Lager infernale, tenta di recuperare quella dignità negata.

In realtà

Il passo del XXVI canto dell’Inferno con protagonista il re di Itaca ha un significato ben preciso. Ulisse, nel suo discorso, racconta a Dante e Virgilio del suo ultimo viaggio oltre le colonne d’Ercole, e di come riuscì a convincere il suo equipaggio a seguirlo in questo viaggio, in sfida agli dei. Non dimentichiamo che Dante mette Ulisse proprio all’Inferno, in particolare nella cerchia dei consiglieri fraudolenti. Egli era sì un grande uomo, mosso solo dalla volontà di conoscenza, senza fede. Il suo discorso assume una sfumatura vagamente solenne, nonostante la condanna (di Dante). Però, ad esser precisi e cinici, questa narrazione vorrebbe essere una dimostrazione di come Ulisse sia stato un buon venditore di fumo. In più pessimo ‘consigliere’ per la sua ciurma, infatti, dopo il passaggio delle colonne, la nave sul quale viaggiavano, venne inghiottita dal mare per volontà divina.

Ieri, oggi, sempre

Primo Levi nel riprendere la terzina di Dante compie una decontestualizzazione bella e buona, anzi radicale, attribuendo un valore positivo a qualcosa che in origine significava tutt’altro. Questo è solo uno dei migliaia di esempi che si potrebbero fare per dimostrare quanto detto in introduzione. La decontestualizzazione è sempre esistita: in arte si prende quel che serve per dire quel che si vuole, guardare e giudicare con i propri occhi moderni un frutto del passato, o il passato stesso, ha quindi un suo senso. Questa vuol essere una dimostrazione di come il processo della cancellazione della storia “marcia” abbia anch’esso un senso. Tutto sta ad i suoi artefici: agire soltanto con la gomma per cancellare o, anche nell’inferno, creare.

 

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